05 Maggio 2026

Processo Santo Re, la sorella in aula: «Mi ha detto ti prego aiutami»

Processo Santo Re, la sorella in aula: «Mi ha detto ti prego aiutami»

Continua la ricostruzione degli ultimi momenti di vita di Santo Re, ucciso da John Obama quel tragico 30 maggio 2025. Ascoltata oggi dalla Corte anche la sorella, Giovanna Debora Re, che ha soccorso il fratello quando ha cercato rifugio dentro il bar Quaranta, dove lavorava.

Un dramma che si è consumato in una manciata di secondi, pochi attimi durante i quali è avvenuta l’aggressione e subito dopo la vita di Santo è rimasta appesa a un filo, prima della morte. Questo è quello che si evince dai racconti fatti questa mattina in aula Fama del Tribunale di Catania, dove si è tenuta una nuova udienza per l’omicidio di Santo Re, il pasticcere che da tempo lavorava proprio nella pasticceria Quaranta.



Quella mattina aveva con sé un pacchettino che voleva portare a casa, quando si è trovato faccia a faccia con il suo assassino. La discussione e l’accoltellamento. Pochi minuti che sono oggetto di dibattimento in aula per capire cosa sia accaduto davvero e cosa possa aver spinto John Obama, Akhaue Innocente, ad agire con tale crudeltà, colpendo con più fendenti alle braccia, al torace e all’addome.

Processo Santo Re: si torna in aula per ricostruire l’omicidio e il movente

Ascoltata dalla Corte in aula è stata la coppia di fidanzati Salvatore Corrado e Martina Scuderi. I due hanno riferito che quella mattina si trovavano nei pressi del bar Quaranta, pronti a scendere da una stradina per raggiungere la loro destinazione mattutina. Il dramma si è poi consumato davanti a loro, ma anche a causa della statura di Obama per i due è stato difficile capire cosa fosse successo nell’immediatezza. Il ricordo comune di entrambi è lo shock per quello che si è consumato davanti ai loro occhi, la fuga disperata di Santo verso Quaranta e il sangue… il sangue sulla maglia, sull’assassino che si è dato poi alla fuga e sul luogo del delitto. Poi la richiesta di aiuto e la chiamata all’ambulanza.

Martina Scuderi, nella sua testimonianza, ha sottolineato che il tutto si è svolto davvero in pochi attimi, non sufficienti a capire cosa fosse successo, ma abbastanza per comprendere che in quel momento era comunque necessario chiedere aiuto: «Ho visto il sangue nella maglietta. Lui (riferito a Obama ndr), aveva il coltello nelle mani. Gli ho visto il sangue addosso».

Nel momento in cui viene chiesto alla giovane se avesse incontrato in diverse occasioni l’assassino prima dell’aggressione a Santo Re, la Scuderi ha riferito quanto segue: «Lui era il parcheggiatore della piazza, capitava che lo vedessimo nello spiazzale dove c’è il bar Quaranta». Poi è stato sottolineato anche come non abbiano mai avuto un contatto diretto perché non lasciavano la macchina lì, ma era una zona di passaggio.

L’unica cosa che ricorda è che c’era sangue: questo ha detto nel momento in cui hanno visto la vittima. «Vita ha sangue». Santo è andato verso la strada, loro sono scesi verso un gabbiotto a chiamare aiuto, chiamando il guardiano: «Siamo usciti nella strada, ma già Santo non c’era più». Era andato dentro il bar, hanno chiamato il guardiano del porto e gli hanno detto che avevano visto qualcosa sopra e hanno chiamato l’ambulanza: «Santo ha fatto un passo indietro ed era sporco di sangue».

«Ho visto mio fratello aprire la porta e mi ha detto: ti prego aiutami»

Subito dopo è stata ascoltata la sorella della vittima, Giovanna Debora Re. Lei lo ha soccorso dopo il fatto, dopo essere stato colpito da Obama. Santo si è subito recato dentro il bar alla ricerca di aiuto, lei era di turno in quel momento.

Processo Santo Re ascoltata anche la sorelle - FreePressOnline

Processo Santo Re ascoltata anche la sorelle – FreePressOnline

«Santo è venuto a salutarmi come faceva sempre». Poco dopo, però, l’uomo ritorna alla ricerca di soccorso, lì dove sperava e sapeva che poteva trovare aiuto. Erano circa le 10:10, ricorda la donna, ma da lì in poi è stato un punto di non ritorno, le ferite e il tentativo di aiutarlo: «Ho visto mio fratello aprire la porta e mi ha detto: ti prego aiutami. In faccia aveva un buco… Si è accasciato davanti a me». A quanto pare, poi, le ultime parole sono state dirette proprio al suo aguzzino: «Gli ho detto Santo ma chi è stato e lui ha detto Obama. Ho cercato di tamponare con la mano la ferita, ma niente».

Successivamente, le domande si sono concentrate proprio sul rapporto che Santo aveva con Obama, per il quale la sorella ha sottolineato come in passato il giovane gli avesse donato del cibo e persino abiti. Obama, in zona, era presente da tempo, noto anche alle forze dell’ordine e fermato in diverse occasioni per la sua violenza: «Noi lo conoscevamo di vista», proprio per via della presenza fissa sul territorio da molto tempo, spiega la sorella della vittima. «Si metteva davanti le macchine e chiedeva l’euro» come parcheggiatore abusivo, «Lui seguiva le macchine e mostrava segni di aggressività verso chi non gli dava dei soldi».

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Infine, è stato ascoltato anche il poliziotto Michelangelo Perdichizzi, che si è occupato della visione delle immagini di videosorveglianza che hanno ripreso il delitto, per poi rimandare alle prossime udienze: il 29 maggio si tornerà in aula per ascoltare un teste che era assente oggi e i medici legali con il resoconto dei loro accertamenti, poi il 19 giugno.

L’avvocato Alessandro Coco, che assiste la moglie di Santo Re, a FreePressOnline ha dichiarato quanto segue dopo l’udienza: «È un fatto che provoca sempre angoscia, sgomento, stupore, perché ci troviamo senza alcuna tutela davanti a una situazione che andrebbe gestita diversamente. È intollerabile che io, magari per andare a prendere una granita o per passeggiare nei pressi del Bar Quaranta, in una zona della città dove c’è la pista ciclabile, con il porticciolo lì di fronte, quindi in un posto centrale… non si è nelle condizioni di poter dire: “Andiamo lì in sicurezza”».

Infine, il legale ha anche sottolineato quanto segue sull’accaduto in una zona molto frequentata, dove si è consumato il delitto: «Dobbiamo subire il parcheggiatore, la richiesta di monetine, per evitare che ci venga danneggiata l’auto nel caso in cui cercassimo di sottrarci. Insomma, è assurdo. Siamo impotenti. E poi si arriva a tragedie come questa. Io ritengo che sia una falla enorme del sistema, dove nessuno vuole prendersi la responsabilità, la colpa».

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Francesca Gugliemino

Francesca Gugliemino