04 Giugno 2025
Funerali Santo Re, Renna: “Non vendetta ma Giustizia”

L’omelia al funerale di Santo Re di Mons. Luigi Renna, Arcivescovo metropolita di Catania che ha officiato la Santa messa.
“A Santo ai suoi familiari, accanto al sepolcro di Sant’Agata, oggi tutta Catania soffre, riflette e non vuole perdere la speranza, perché quando si varca la porta di una chiesa non bisogna mai uscirsene senza speranza. Tutta Catania soffre con chi soffre, con voi, cara moglie di Santo, cari genitori, e preghiamo perché la sofferenza rimanga il più lontano possibile dalla bambina che è nata dal vostro amore. Sono sicuro che voi saprete riempire questo vuoto con la grazia di Dio. Soffre tutta la gente di Ognina, la gente che lavora in quel borgo laborioso, accogliente, che è una delle parti più belle della nostra Catania, ma che oggi è stato ferito. La sofferenza è grande perché questa morte è diversa dalle altre. Non è la morte di chi muore in un ospedale per una malattia, non è la morte di chi ha raggiunto una veneranda età, è la morte di chi è stato colpito all’improvviso da chi non se l’aspettava, da quella mano che tante volte egli aveva con gentilezza nutrito. È una morte ingiusta e non dobbiamo aver paura di dirlo, come sono ingiuste tutte le morti violente”.
“Noi abbiamo grande fiducia nella giustizia che faccia il suo corso, che faccia sì che questo episodio rimanga un monito per altri, perché ogni volta che la giustizia trionfa, si fa sì che non si ripetano episodi come questi per altri. La sofferenza è simile a quella che noi abbiamo ascoltato nel Vangelo, la sofferenza di Cristo. Gesù sulla croce grida Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato. Non sappiamo quali parole, sono uscite dalla bocca di Santo in quei momenti. Si sarà affidato al Signore, perché il Signore anche quando sembra che ci abbandoni, ecco rimane lì accanto a noi, perché la sua vita non è come la nostra vita, è una vita che va oltre la morte. Per questo nel Vangelo abbiamo ascoltato che alla fine quel centurione che aveva visto come era morto Gesù, dice quest’uomo è veramente il figlio di Dio. Che paradosso, Gesù che grida Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato, ma dimostra di essere il figlio di Dio per come muore, perché si affida a Lui. E vorrei tanto che il Cristo crocifisso non scompaia mai dai vostri cuori, perché ogni persona che muore di morte violenta è quella persona la quale Gesù si è voluto unire quasi per dirci ecco io sono con voi anche quando soffrite così, ma vi do la speranza di una vita che va oltre e della risurrezione. Tutta Catania soffre, ma tutta Catania riflette perché la sofferenza non ci fa dimenticare la ragione, non ci fa dimenticare i veri sentimenti. Abbiamo il dono della fede ma abbiamo anche il dono dell’intelletto”.

“La morte di Santo è la morte di un uomo che ha lavorato e sappiamo che tante persone purtroppo vivono di espedienti, non lavorano. Lui ritornava a casa per incontrare la sua famiglia dopo una giornata di lavoro e ci fa comprendere quanto una vita che lavora abbia la sua dignità e sia qualcosa che in questo momento ci dice ecco era un uomo onesto, perché l’uomo che lavora è un uomo onesto, era un uomo che sapeva aiutare. Ho letto dalla stampa che egli aveva donato qualcosa di suo a colui che l’ha ucciso perché era della stessa corporatura e della stessa altezza. È la storia che si ripete di Gesù Cristo che intinge il piatto nell’ultima cena con Giuda colui che lo tradisce”.
“Santo era un uomo disarmato come dovremmo essere tutti in una città che purtroppo delle armi tante volte ne fa un idolo non per difendersi ma per attaccare e questo fa onore a Santo un uomo disarmato perché quando un uomo vuole educare i propri figli, quando un uomo è onesto non ha bisogno di portare un’arma in tasca e poi tante altre riflessioni che possono assiepare la nostra mente in questo momento. Il nostro sguardo va naturalmente da Santo a colui che l’ha ucciso, un uomo che come tanti catanesi e non extracomunitari vivono di espedienti e tante volte li incontriamo, i tanti parcheggiatori agli angoli delle strade. Quando questi si trasformano non in persone che chiedono uno spicciolo ma che pretendono allora ci fanno capire che c’è un degrado grande. Quando dietro queste vite ci sono delitti reiterati, ci sono situazioni in cui uno non ci sta più con la testa ecco ci rendiamo conto che il degrado è grande e il degrado produce altro degrado e può produrre cose di questo genere. Per cui nel riflettere su Santo e nel riflettere in colui che l’ha ucciso noi dobbiamo essere quel popolo di Catania che vuole continuare a sperare. Noi speriamo anzitutto, animati dalla nostra fede, nessuno vive per sé stesso e nessuno muore per sé stesso, sia che viviamo sia che moriamo, noi siamo del Signore e nel Signore potranno un giorno abbracciare Santo i suoi cari. Catania vuole risorgere e credere nella legalità, eliminare alcune forme anche quella della quale alcuni vivono racimolando spiccioli agli angoli delle strade. Quella dei parcheggiatori e altro non è un’attività legale”.
“Catania vuole risorgere e la misura in cui può risorgere quella che bandisce le armi come si fa togliendole di mano ai bambini e sappiamo che tanto male negli ultimi mesi è stato fatto da armi tenute in casa. Catania vuole risorgere nella misura in cui aiuta tutti quanti a non vivere di espedienti ma a vivere anche con qualche lavoro pulito come quello di Santo e come quello di tutti voi della pasticceria Quaranta, che vi vedo qui numerosi. Sperare significa cambiare questa città, farlo per i vostri figli come la bambina di Santo e di sua moglie. Guardando a loro noi diciamo Catania non deve essere più questa e non dipende dal destino, dipende dalle forze di tutti quanti noi, le forze dell’ordine, l’Amministrazione, la Chiesa, il nostro modo di fare quotidiano. Il sacrificio di Santo sono sicuro non è un sacrificio che cadrà nel vuoto ma insegnerà a tutta una città, quest’uomo laborioso insegnerà tutta la città come si vive, come si tratta, come stare attenti a tutto ciò che ci può togliere sicurezza, che ci può togliere legalità e che ci può togliere dignità”.
“La memoria più bella che potremo avere come città di Santo sarà questa. Gesù sulla croce è l’ultima immagine. Da questa cattedrale in alto domina la croce, Cristo con le braccia aperte non chiede vendetta ma dona amore perché la vendetta è quella di chi porta le armi in tasca, è quella che provoca anche morte, è forse quella che voleva mettere in atto chi ha ucciso santo, non per chissà quale delitto inesistente naturalmente avesse commesso ma perché voleva qualcosa, sarà l’inquirente a fare luce. Ma non nella vendetta, questa nostra società troverà la via d’uscita. Guardiamo al Cristo crocifisso, guardiamo a questa bara e diciamo nella giustizia, nella legalità, nel modo di trattare il nostro fratello, ecco noi risolveremo i problemi di Catania, i problemi delle nostre famiglie, i problemi del mondo intero. La croce di Cristo che è deposta sulla bara di Santo come ciascuno di noi, sia deposta anche sul vostro cuore per dare speranza e dire l’amore è più forte della morte, l’amore è più forte di ogni violenza, l’amore è più forte di ogni paura, l’amore di Cristo ci doni speranza in questo giorno nel quale soffriamo, riflettiamo ma non vogliamo perdere la speranza e uscendo da questa chiesa con la bara di santo la speranza portiamola nei nostri cuori”.





