20 Agosto 2026
Silvio Corrà, nel gruppo Castello Ursino “occhio e bocca” dei Santapaola

Silvio Corrà, dalle estorsioni con Angelo Santapaola al ruolo di uomo di fiducia del clan
Nota per il lettore: Silvio Corrà non è imputato nel processo definito con la sentenza n. 374/2026. La ricostruzione contenuta nell’articolo deriva principalmente dalle dichiarazioni rese dallo stesso Corrà come collaboratore di giustizia e riportate nella motivazione della sentenza del Tribunale di Catania. In particolare, Corrà dichiara di essere entrato nel clan Santapaola dopo il 2004 e di avere iniziato a commettere reati nel 2005, affiancando Angelo Santapaola nella riscossione delle estorsioni.
Dalla vicinanza familiare ad Angelo Santapaola all’ingresso nel clan. Poi le estorsioni, i summit mafiosi, gli incontri con esponenti di Cosa nostra palermitana e, dopo la scarcerazione, il ruolo di uomo di fiducia di Francesco Santapaola. Infine la collaborazione con la giustizia.
È la storia criminale di Silvio Giorgio Corrà che emerge dalla sentenza di primo grado dell’operazione “Mercurio”, nella quale le sue dichiarazioni vengono utilizzate per ricostruire uomini, ruoli e affari della famiglia Santapaola-Ercolano e, in particolare, del gruppo di Castello Ursino.
Corrà non è imputato nel procedimento definito con la sentenza n. 374/2026. Compare invece come collaboratore di giustizia, attraverso numerosi verbali nei quali racconta dall’interno una parte della storia recente della mafia catanese.
L’ingresso nel clan Santapaola
È lo stesso Corrà a collocare il proprio ingresso nella famiglia Santapaola poco dopo la scarcerazione del cognato Angelo Santapaola, avvenuta nella primavera del 2004.
Angelo Santapaola aveva conosciuto la sorella di Corrà, che ha poi sposato intorno al 2006.
Corrà riferisce di avere iniziato a commettere reati nel 2005, affiancando il cognato, che indica come responsabile del clan Santapaola. Il suo primo compito sarebbe stato quello di accompagnarlo nella riscossione delle estorsioni.
Corrà partecipava inoltre agli spostamenti di Angelo Santapaola in occasione dei summit mafiosi, anche se, come lui stesso precisa, spesso veniva tenuto fuori dalle discussioni più riservate.
Gli incontri con i Lo Piccolo a Palermo
La vicinanza ad Angelo Santapaola gli avrebbe permesso di assistere ad alcuni incontri di particolare rilevanza.
Corrà racconta di avere accompagnato il cognato fino a Palermo, dove Santapaola avrebbe incontrato Alessandro Lo Piccolo e il padre Salvatore Lo Piccolo.
Un viaggio che, nella ricostruzione fornita dal collaboratore, mostra il livello dei rapporti intrattenuti in quel periodo dal vertice della famiglia mafiosa catanese.
Corrà riferisce anche di avere accompagnato Angelo Santapaola a Palagonia, per incontrare i fratelli Oliva, in particolare Pasquale e Febronio.
Un altro incontro sarebbe avvenuto con Jimmy Miano, collocato da Corrà intorno al 2006.
L’arresto dopo la morte di Angelo Santapaola
Nel settembre del 2007 Angelo Santapaola, cugino dello storico capomafia Nitto Santapaola, fu ucciso insieme al suo guardaspalle Nicola Sedici in un casolare diroccato in Contrada Monaco, vicino a Ramacca. I loro corpi furono ritrovati carbonizzati. L’agguato rientrava in una epurazione interna al clan.
Poco dopo, Corrà venne arrestato. La sua prima fase all’interno dell’organizzazione si interrompe quindi con la detenzione.
Nel 2008, racconta, si trovò detenuto nel carcere di Augusta insieme a Francesco Santapaola, figlio di Salvatore “Turi Colluccio”, che conosceva da tempo. Quel rapporto sarebbe diventato decisivo alcuni anni dopo.
Corrà rimase detenuto fino al 2013. Una volta scarcerato, secondo quanto racconta lui stesso, riprese immediatamente i contatti con l’organizzazione mafiosa.
Francesco Santapaola alla guida della famiglia
Nel 2013 anche Francesco Santapaola tornò libero. Secondo Corrà, in quel momento sarebbe stato l’unico componente della famiglia Santapaola in condizioni di assumere la gestione dell’organizzazione.
La sua investitura, sostiene il collaboratore, sarebbe stata decisa durante la detenzione nel carcere di Bicocca attraverso interlocuzioni con Daniele Nizza ed Enzo Santapaola. Francesco Santapaola avrebbe quindi assunto la responsabilità della famiglia.
Corrà, grazie alla possibilità di muoversi liberamente mentre Santapaola era ancora sottoposto agli arresti domiciliari, divenne uno dei suoi uomini di fiducia.
“Occhio e bocca” di Francesco Santapaola
È una delle espressioni più significative utilizzate dallo stesso Corrà.
Dopo la scarcerazione del 2013, racconta di avere frequentato il gruppo di Castello Ursino come “occhio e bocca” di Francesco Santapaola.
Il suo compito era osservare ciò che accadeva nei gruppi territoriali e riferirlo al vertice della famiglia. In quel periodo il responsabile di Castello Ursino era Salvatore Mirabella, detto “u Palocco”.
Francesco Santapaola ordinò a Corrà di affiancarlo. Mirabella avrebbe dovuto riferire a Corrà quanto avveniva all’interno del gruppo e Corrà, a sua volta, avrebbe trasmesso le informazioni a Francesco Santapaola. Un sistema di controllo che consentiva al vertice della famiglia di conoscere gli affari delle singole articolazioni territoriali senza esporsi direttamente.
Mirabella e la “carta delle estorsioni”
Corrà descrive Mirabella come il responsabile di Castello Ursino e l’uomo che gestiva anche la cosiddetta “carta delle estorsioni”.
Attorno a lui individua una serie di uomini: Franco Petralia, detto “Buttigghia”, Andrea Corallo, Corrado Monaco, Pierpaolo Di Gaetano e Santo Missale.
Petralia si sarebbe occupato delle estorsioni nei territori di Ramacca, Scordia e Palagonia. Corrà avrebbe dovuto controllare quell’intero sistema per conto di Francesco Santapaola.
Mirabella, secondo il suo racconto, sapeva perfettamente che quanto riferiva a Corrà sarebbe arrivato direttamente al capo della famiglia.
L’estorsione al negozio di abbigliamento
Tra gli episodi raccontati da Corrà figura l’estorsione ai danni di un negozio di abbigliamento, tra corso Italia e viale Ionio.
Corrà sostiene che l’attività fosse sottoposta a estorsione dal gruppo di Castello Ursino da molti anni. Dice di averne avuto conoscenza proprio perché, dopo la scarcerazione del 2013, frequentava gli uomini del gruppo per conto di Francesco Santapaola.
Secondo la sua ricostruzione, tra il 2013 e il 2016 Andrea Corallo e Pierpaolo Di Gaetano avrebbero riscosso dal commerciante mille euro al mese. Quella somma, racconta Corrà, sarebbe stata destinata al mantenimento dell’ergastolano Filippo Bonaccorso. Dal 2019 fino all’avvio della collaborazione di Corrà, la riscossione sarebbe invece passata a Emanuele Bonaccorso.
La spedizione punitiva contro Rosario Bucolo
Uno degli episodi più duri narrati da Corrà riguarda Rosario Bucolo.
Nel 2014, secondo il collaboratore, venne organizzata una spedizione punitiva nei confronti di Bucolo, allora responsabile del gruppo di Castello Ursino. La vicenda sarebbe nata da una lettera estorsiva consegnata a un dentista considerato vicino alla famiglia Nizza. La richiesta era di 500 euro, accompagnata da una minaccia.
Corrà racconta di avere attribuito immediatamente la richiesta a Bucolo, che avrebbe già manifestato l’intenzione di avviare nuove estorsioni per risollevare le casse del gruppo. Corrà mostrò la lettera a Rosario Lombardo, il quale, secondo il suo racconto, gli ordinò di organizzare una spedizione per picchiare Bucolo.
Alla spedizione avrebbero partecipato, oltre a Corrà, Francesco Santapaola, Angelo Bombace, Salvatore e Martino Cristaudo, Vito e Marco Romeo e Pierpaolo Di Gaetano.
Il progetto fallì perché durante il tragitto alcuni componenti del gruppo furono fermati dai Carabinieri. Bucolo riuscì così a evitare il pestaggio.
Il rapporto con Pierpaolo Di Gaetano
Corrà fornisce numerose informazioni anche su Pierpaolo Di Gaetano.
Lo colloca inizialmente nel gruppo di Castello Ursino e racconta che, in seguito al rapporto sentimentale tra il figlio di Di Gaetano e una figlia di Francesco Santapaola, l’uomo si sarebbe progressivamente avvicinato al vertice della famiglia.
Di Gaetano si sarebbe occupato principalmente di sostanze stupefacenti e avrebbe accompagnato Francesco Santapaola agli incontri.
Corrà racconta inoltre che, durante alcuni summit, venivano portate armi e che proprio Di Gaetano, essendo allora incensurato, sarebbe stato utilizzato in alcune occasioni per custodirle.
Il ritorno in carcere
La libertà di Corrà iniziata nel 2013 non durò definitivamente. Dalle dichiarazioni riportate nella sentenza emerge che venne nuovamente arrestato nell’aprile del 2016. Rimase detenuto fino al giugno del 2019, quando venne scarcerato per decorrenza dei termini.
Dopo essere tornato libero, continuò a mantenere contatti con gli ambienti della famiglia Santapaola e con gli uomini di Castello Ursino.
Le sue dichiarazioni mostrano una conoscenza aggiornata dei ruoli, delle estorsioni, dei traffici di droga e delle trasformazioni intervenute nel gruppo durante gli anni trascorsi in carcere.
Il ritorno a Castello Ursino
Dopo la scarcerazione, Corrà tornò a interessarsi anche delle dinamiche di Castello Ursino. Nel settembre del 2020 raccontò ai magistrati che Rosario Bucolo era diventato il responsabile del gruppo. Lo conosceva sin dal 2013, quando Salvatore Mirabella glielo aveva presentato come affiliato.
Nella stessa occasione, ricorda Corrà, erano presenti Andrea Corallo, Pierpaolo Di Gaetano, Santo Missale e Corrado Monaco, tutti da lui indicati come appartenenti a Castello Ursino.
Quando Corrà tornò libero, Santo Missale gli avrebbe spiegato che Bucolo aveva nuovamente assunto la guida.Corrà tentò più volte di incontrarlo, chiedendo a Missale di organizzare un appuntamento.Secondo quanto riferito, però, Bucolo evitava il confronto e non si presentò.
Droga e rapporti tra i gruppi
Le dichiarazioni di Corrà affrontano anche il traffico di stupefacenti.
Racconta, ad esempio, che dopo la scarcerazione del 2019 Pierpaolo Di Gaetano gli aveva riferito di lavorare con la droga per Castello Ursino.
Corrà stesso dice di avere cercato, su suggerimento di Natalino Nizza e attraverso Di Gaetano, una fornitura di cocaina.
Per questo motivo incontrò un altro Mirabella, indicato nelle dichiarazioni come grossista di cocaina e distinto da Salvatore “u Palocco”. L’affare non sarebbe però andato a buon fine, perché il fornitore non si fidava della capacità di pagamento di Natalino Nizza.
La collaborazione con la giustizia
Nel 2020 Corrà aveva ormai avviato il proprio percorso di collaborazione. I verbali richiamati nella sentenza sono datati, tra gli altri, agosto, settembre e ottobre di quell’anno.
Le sue dichiarazioni diventano una delle fonti utilizzate dagli investigatori per ricostruire la struttura della famiglia Santapaola-Ercolano e i rapporti tra i diversi gruppi territoriali.
Corrà parla di uomini, estorsioni, summit, droga, passaggi di comando e collegamenti tra Castello Ursino e i vertici della famiglia.
Le sue dichiarazioni ebbero una rilevanza pubblica tale che, nel novembre del 2021, il mensile “S” dedicò una copertina ai suoi verbali con il titolo “Le confessioni di un mafioso”, facendo diventare, con un articolo a firma della giornalista Laura Distefano, di dominio pubblico parte delle informazioni fornite agli inquirenti.
Dal cognato Angelo Santapaola al ruolo di informatore del vertice
La storia criminale raccontata dallo stesso Corrà parte dunque dalla famiglia.
Il rapporto con Angelo Santapaola gli avrebbe aperto le porte del clan nei primi anni Duemila. Dalle estorsioni sarebbe passato ad accompagnare il cognato nei summit e negli incontri con altri esponenti mafiosi.
Dopo gli anni di carcere e la scarcerazione del 2013, il suo ruolo sarebbe cambiato: non più soltanto uomo operativo, ma uomo di fiducia di Francesco Santapaola, incaricato di controllare quanto accadeva nelle articolazioni territoriali e di riferire direttamente al vertice.
A Castello Ursino avrebbe svolto proprio questa funzione, muovendosi accanto a Salvatore Mirabella e osservando dall’interno la gestione delle estorsioni e degli uomini.
Un percorso che si interrompe con una nuova detenzione nel 2016 e che, dopo il ritorno in libertà nel 2019, conduce infine alla scelta di collaborare con la giustizia e raccontare ai magistrati quasi vent’anni di rapporti e dinamiche interne alla famiglia Santapaola-Ercolano.






