31 Gennaio 2026

Sant’Agata tra fede e identità: il racconto di Daniele Cavallaro

Sant’Agata tra fede e identità: il racconto di Daniele Cavallaro

Dal martirio alla tradizione: i festeggiamenti agatini tra passato e presente

La Festa di Sant’Agata a Catania non è mai stata immobile. Nel corso dei secoli si è trasformata, adattandosi ai tempi, senza mai perdere il suo cuore profondo: la devozione di un popolo. A raccontarne l’evoluzione è Daniele Cavallaro, insegnante di religione, studioso del culto agatino e profondo conoscitore delle tradizioni catanesi.

«Ogni epoca ha lasciato il suo segno sulla festa – spiega –. Oggi viviamo un’accelerazione legata alla tecnologia: i social, da Instagram a TikTok, hanno cambiato il modo di raccontare Sant’Agata, con immagini e video brevi che restituiscono un’emozione immediata. Ma dietro questa rapidità resta una storia millenaria».

Un altro elemento di cambiamento, secondo Cavallaro, è rappresentato dal nuovo corso impresso dall’arcivescovo metropolita Monsignor Luigi Renna. «C’è un’attenzione crescente a orientare la festa verso il suo significato autentico, evitando derive folcloristiche. È un tentativo importante di preservarne l’identità, in un equilibrio delicato tra tradizione e modernità».

I due volti della festa: il giro esterno e quello interno

Per comprendere davvero Sant’Agata, occorre conoscerne la struttura storica. «Il giro esterno del 4 febbraio è il più antico – ricorda Cavallaro –. Il giro interno del 5, così come lo conosciamo oggi, nasce invece a metà Ottocento. In origine, il 5 era soprattutto dedicato alle celebrazioni in Cattedrale».

Nel tempo, però, il giro del 5 è diventato quello più popolare, spesso considerato – erroneamente – il più importante. «In realtà – sottolinea lo studioso – la vera radice storica è il 4 febbraio. La festa è fatta di stratificazioni, e comprenderle aiuta a viverla con maggiore consapevolezza».



Quest’anno, inoltre, ricorre il novecentenario del ritorno delle reliquie da Costantinopoli, un evento che rafforza il legame tra memoria storica e devozione contemporanea.

Una devozione che resiste alla secolarizzazione

In un’epoca segnata dalla progressiva secolarizzazione, la Festa di Sant’Agata continua a richiamare centinaia di migliaia di persone. «È un dato in controtendenza – osserva Cavallaro –. Ma bisogna interrogarsi su quanti, tra i partecipanti, vivano davvero la festa come testimonianza cristiana, seguendo l’esempio di Agata che ha scelto Cristo fino al martirio».

Lo storico invita a evitare semplificazioni: «È facile liquidare la festa come pagana o folkloristica. Ma la realtà è più complessa. La pietà popolare ha una sua profondità, e oggi la Chiesa sta cercando di valorizzarla nel modo giusto».

I momenti imperdibili: dal 3 febbraio all’alba del 4

Per chi vive Sant’Agata per la prima volta, Cavallaro indica alcuni appuntamenti fondamentali. «Il 3 febbraio, con l’offerta della cera e l’arrivo della carrozza del Senato in piazza Stesicoro. I fuochi della “A Sira o’ Tri”, che restano uno dei simboli più attesi. E poi la Messa dell’Aurora, il momento più intenso».

È all’alba del 4 febbraio che si consuma uno dei riti più emozionanti: «Nella notte, i devoti attendono Agata. Poi, con le prime luci del giorno, la Chiesa affida le reliquie alla città. È un vero abbraccio collettivo».

Sant’Agata nei momenti di crisi

La storia di Catania è segnata da eruzioni, terremoti, epidemie. In tutti questi momenti, Sant’Agata è stata invocata come protezione.

«Il velo della Santa – racconta Cavallaro – è stato portato in processione almeno quindici volte in occasione di grandi calamità. L’ultimo episodio risale al 1886, con il cardinale Dusmet».

Quest’anno, in particolare, la festa sarà particolarmente sentita: il recente passaggio del Ciclone Harry ha causato gravi danni alla città, colpendo famiglie, edifici e infrastrutture. In questo contesto, la devozione popolare si rafforza, e l’intercessione di Agata presso Dio diventa per molti catanesi un punto di riferimento per chiedere protezione e sostegno, ritrovando nella festa un’occasione di vicinanza e speranza dopo le sofferenze vissute.

Ancora oggi, davanti alle difficoltà, la città si affida alla sua patrona. «La devozione diventa anche occasione per ritrovare una fede più autentica».

Una tradizione di famiglia

Per Daniele Cavallaro, Sant’Agata non è solo oggetto di studio, ma parte della sua storia personale. Da un lato, le radici belpassesi legate al culto di Santa Lucia; dall’altro, il nonno materno, protagonista dell’organizzazione della festa tra gli anni Sessanta e Ottanta.

«Nella mia famiglia – racconta – si incontrano Agata e Lucia. I Cavallaro, per oltre un secolo, hanno custodito il fercolo di Santa Lucia. Era un incarico tramandato per contratto, riservato ai maschi della famiglia».

Anche piccoli episodi raccontano la storia della devozione: «Nel 1946, dopo i bombardamenti, il fercolo di Sant’Agata era distrutto. Si chiese in prestito quello di Belpasso, ma era troppo piccolo. Si usò allora quello di Acicastello, finché non venne ricostruito».

Le preghiere in rima e il “sacco” dei devoti

Tra gli aspetti più suggestivi della festa ci sono le preghiere cantate e improvvisate dai devoti. «Sono nate spontaneamente – spiega Cavallaro – e vengono tramandate in famiglia. Il “sacco” non è un costume: si indossa per un voto».

Lo studioso ama distinguere tra “devoto” e “innamorato” di Sant’Agata: «Il devoto ha fatto un voto. L’innamorato può non averlo fatto, ma vive comunque un legame profondo. Spesso sono i genitori a fare il voto per i figli, che poi decidono se confermarlo da adulti».

Tradizioni che rischiano di scomparire

Non tutto, però, si è conservato intatto. «La sera del 3 febbraio sta perdendo alcune sue tradizioni storiche – osserva –. Penso ai canti agatini eseguiti dalla Corale Tovini. Negli ultimi anni sono quasi scomparsi».

Anche se il cambiamento fa parte della storia, Cavallaro auspica un recupero: «Riprendere quei canti sarebbe un modo per rafforzare il legame con il passato».

Molte delle consuetudini attuali, invece, risalgono al lavoro del nonno negli anni Sessanta e Settanta: la predica in piazza Iolanda, l’omaggio dell’arcivescovo, alcune tappe del giro esterno. «Sono segni di una tradizione viva, che si è costruita nel tempo».

Una festa che continua a raccontare Catania

Per Daniele Cavallaro, Sant’Agata resta soprattutto un racconto collettivo: «È storia, fede, identità, memoria. È il modo in cui Catania si guarda allo specchio ogni anno».

Preservarne l’autenticità, conclude, significa «custodire il passato senza rinunciare al presente, mantenendo saldo il legame con Cristo attraverso la testimonianza di una giovane martire che, ancora oggi, continua a parlare al cuore della città».

Chiara Lucia Germenà

Chiara Lucia Germenà

Chiara Lucia Germenà (OdG Sicilia N^ 177881). Classe 1996. Giornalista e Dott.ssa in “Lingue e Letterature Comparate”. Appassionata di cultura e spettacolo: “Se non mi trovi cercami sottopalco".