23 Maggio 2021
Dalla strage di Capaci alla “trattativa Stato-mafia”, 29 anni dopo

Il 23 maggio 1992 il magistrato Giovanni Falcone tornava da Roma, come di solito nei fine settimana. Il jet di servizio, partito dall’aeroporto di Ciampino intorno alle 16.45, dopo un viaggio di 53 minuti era atterrato a Palermo a Punta Raisi. Lo attendevano tre Fiat Croma, il gruppo di scorta assegnato al magistrato.
Appena sceso dall’aereo, Falcone si era messo alla guida della vettura bianca. Accanto a lui la moglie Francesca Morvillo, mentre l’autista giudiziario Giuseppe Costanza si era sistemato sul sedile posteriore. Nella Croma marrone alla guida c’era Vito Schifani, con accanto l’agente scelto Antonio Montinaro e, dietro, Rocco Di Cillo. Nella vettura azzurra c’erano Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo. La Croma marrone era in testa al gruppo, seguiva la Croma bianca, guidata da Falcone e, in coda, la Croma azzurra. Le auto lasciavano l’aeroporto imboccando l’autostrada in direzione Palermo.
Otto minuti dopo, alle ore 17.58, all’altezza del chilometro 5 dell’autostrada A 29, “il terremoto”, una carica di cinque quintali di tritolo, collocata in un tunnel scavato sotto la sede autostradale nei pressi dello svincolo di Capaci, azionata con un telecomando dal killer Giovanni Brusca, per incarico del capo mafiaTotò Riina. La detonazione provoca una potentissima esplosione, creando un’enorme e profonda voragine sull’autostrada, simile ad una delle bocche dell’Etna.
Giovanni Falcone circa venti minuti dopo veniva trasportato, insieme alla moglie, all’ospedale Civico di Palermo. Gli altri agenti e i civili coinvolti venivano anch’essi trasportati in ospedale, mentre la Polizia Scientifica eseguiva i primi rilievi e i Vigili del Fuoco eseguivano l’ingrato compito di estrarre i corpi irriconoscibili di Schifani, Montinaro e Di Cillo.
Da 29 anni, quando si parla della strage sull’autostrada, come di quella successiva che costò la vita al giudice Borsellino e alla scorta, si parla anche di ciò che viene definita la “trattativa Stato-mafia”, perché chi ha voluto la morte di Falcone e di Borsellino trattava con lo Stato.






