08 Aprile 2026

“Toxicus Essentia”, l’anima oltre la superficie

“Toxicus Essentia”, l’anima oltre la superficie

C’è un confine invisibile, sottile come un respiro, che separa ciò che mostriamo da ciò che siamo davvero: Toxicus Essentia nasce proprio lì, in quel punto fragile e necessario dove l’immagine smette di essere superficie e diventa rivelazione

La mostra “Toxicus Essentia” di Maria Concetta Favazza, docente di discipline pittoriche, sarà inaugurata a Terrasini il 17 aprile 2026 alle ore 18:30 presso Stilnovo Cafè (via Madonia 133), con presentazione a cura di Valentina Cannone, e resterà visitabile fino al 30 aprile. È un progetto pittorico che si configura come un viaggio denso e stratificato all’interno dell’identità umana, capace di superare la superficie dell’immagine per addentrarsi in territori più intimi, dove emozione, memoria e consapevolezza si intrecciano.

Sin dal primo sguardo, emerge una tensione sottile nelle figure femminili rappresentate: volti che sembrano sospesi tra vulnerabilità e forza, tra esposizione e controllo. Non vi è traccia di vittimismo, piuttosto una consapevolezza silenziosa e radicata. È proprio su questo equilibrio che si fonda la ricerca dell’artista, che chiarisce: «Le figure che ritraggo non sono vittime, ma custodi della propria fragilità. Desidero raccontare un’identità che non teme di mostrarsi “aperta” o ferita, perché è proprio in quella crepa che risiede la consapevolezza. È il rifiuto della maschera sociale: le mie donne sono consapevoli del loro dolore, lo guardano negli occhi e, così facendo, lo trasformano in potere. È un’identità fluida, che rivendica il diritto di essere complessa e non risolta. Ed in questo mi rivedo molto anche io».



Osservando le opere, appare evidente come il volto non sia mai solo

Accanto o talvolta fuso emerge l’elemento animale, presenza simbolica che rompe la quiete apparente dell’immagine. Questa scelta non è decorativa, ma profondamente concettuale: introduce una frattura, un dialogo tra ciò che è controllato e ciò che resta istintivo. In questa tensione si inserisce la riflessione dell’artista, che spiega: «Il legame tra volto e animale: il volto umano rappresenta la civiltà, il pensiero, il controllo; l’animale rappresenta l’istinto primordiale. Fondere queste due realtà significa abbattere il confine tra ragione e natura. Questa scelta nasce dal bisogno di ricordare che, sotto la pelle e le convenzioni, batte un cuore selvaggio. L’animale diventa un daimon greco, un’estensione dell’anima della donna che manifesta ciò che lei non può dire a parole: ferocia, protezione o silenziosa osservazione».

Il titolo stesso della mostra orienta lo sguardo verso una dimensione più profonda e meno rassicurante

Toxicus Essentia suggerisce un’immersione nella parte più densa e difficile dell’essere umano, quella che spesso si tende a rimuovere. L’artista affronta questa zona d’ombra senza giudizio, restituendole un valore conoscitivo: «Toxicus Essentia è l’estrazione della parte più densa e pericolosa del nostro essere. Per me rappresenta quel precipitato di emozioni negative, dipendenze affettive, circoli viziosi, che spesso cerchiamo di negare o nascondere. È “tossico” non perché sia malevolo in sé, ma perché è concentrato, puro, capace di avvelenare se non viene integrato. È l’essenza di ciò che ci rende umani, nella sua forma più cruda e meno filtrata».

Di fronte a queste opere, ci si lascia sedurre dalla loro resa tecnica, dalla precisione pittorica e dalla forza estetica, ma fermarsi a questo livello significherebbe perdere la parte più significativa del lavoro. Favazza mette in guardia da una fruizione superficiale: «Fermandoci alla superficie, rischiamo di vedere solo l’estetica, perdendo la narrazione del trauma e della rinascita. La bellezza esteriore è spesso un’esca; chi guarda solo il tratto o il colore manca l’incontro con il “fantasma” che abita l’opera. Il rischio è quello di restare spettatori passivi di una decorazione, anziché diventare testimoni di un’esperienza condivisa di dolore e bellezza».

L’intero percorso espositivo si sviluppa come un racconto coerente, in cui ogni opera rappresenta una tappa di trasformazione. Non esiste una narrazione lineare, ma un filo emotivo che attraversa i lavori e li connette in profondità, rendendoli parte di un processo più ampio: «Esiste un filo emotivo e metamorfico. Le opere sono tappe di un unico processo alchemico. Se le si osserva in sequenza, si nota una tensione costante verso la trasformazione, ogni animale nella sua tossicità può essere indagato e collegato ad una specifica condizione in cui rispecchiarsi».

Accanto a questo nucleo centrale, trovano spazio anche opere più dirette e personali, che si aprono a una dimensione autobiografica e territoriale, come il ritratto del padre originario di Terrasini o gli studi nati dall’osservazione del quotidiano. Questi lavori ampliano la narrazione, rendendola ancora più radicata e concreta. In un contesto contemporaneo in cui prevale la costruzione di immagini filtrate e rassicuranti, la scelta di dare spazio anche all’ombra assume un valore preciso, quasi necessario.

L’artista sottolinea come la vulnerabilità possa diventare un atto di autenticità e connessione: «Mostrare le proprie ombre oggi è fondamentale per tre ragioni principali: Autenticità contro Perfezione: In un mondo di filtri, la vulnerabilità agisce come un atto di ribellione. Crea una connessione reale, perché le persone si riconoscono nelle ferite, non nei successi patinati. Integrazione Psicologica: Negare il “lato oscuro” non lo elimina; lo rende solo più influente nel subconscio. Accettarlo permette di gestirlo anziché subirlo. Salute Mentale: Lo sforzo costante di mantenere un’estetica impeccabile genera ansia e isolamento. Mostrare le ombre normalizza l’esperienza umana, riducendo lo stigma del fallimento e della sofferenza. In sintesi: l’estetica attrae l’attenzione, ma l’ombra crea il legame».

La pittura, precisa e realistica, diventa così un mezzo per attrarre lo sguardo e, allo stesso tempo, per condurlo oltre, verso una dimensione più profonda. Perché, come emerge chiaramente dall’intero percorso espositivo, non si tratta solo di vedere, ma di riconoscersi.

di Katya Maugeri

redazione

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