15 Aprile 2026
Abramo: “Fa più morti una giornata in mare, che una giornata in Iran”

Con la bella stagione, riprendono anche le tratte della speranza. Ma insieme alla primavera, puntuale, torna anche il conto più crudele: quello delle vite spezzate in mare. Il 2025 è stato un anno particolarmente drammatico per chi ha cercato salvezza attraversando il Mediterraneo, e i numeri continuano a raccontare una ferita che non si rimargina.
L’Osservatorio sulle migrazioni di Lampedusa – Mediterranean Hope ha fatto riferimento a 1.314 persone morte nel Mediterraneo centrale e a 1.878 lungo l’intera rotta del Mediterraneo. A questi dati vanno aggiunte le persone intercettate e respinte verso la Libia: circa 27.116, un dato in forte aumento rispetto al 2024 e al 2023, quando ne erano state registrate 17.190. Numeri che non sono statistiche: sono famiglie spezzate, persone che non arriveranno mai a riva. Nel peggiore e triste dei casi, tombe che rischiano di restare senza un nome… solo un numero indicativo e pochi dati da fornire ad eventuali familiari che chiedono riscontro con vittime senza nome, alla ricerca dei propri cari
A porre l’attenzione su questo tema è stato il presidente della Comunità Sant’Egidio, Emiliano Abramo, richiamando anche la stima delle vittime registrate dall’inizio del 2026 a oggi, con lo sguardo inevitabilmente rivolto anche al recente naufragio di Pasqua.
«Il numero delle vittime registrate, quello più urgente, è un dato che ci deve far riflettere. Dall’uragano Harry a oggi abbiamo superato le 1.800 vittime accertate nel Mediterraneo – spiega Abramo a noi di FreePressOnline -. Per intenderci: in certe giornate fa più morti una giornata in mare che una giornata di guerra in Iran». Ricordando, poi, quello che è avvenuto con il Naufragio di Pasqua: «Abbiamo già presentato il cordoglio alle famiglie delle vittime»
«Si muore come si muore in guerra, ma si muore anche di indifferenza», sottolinea Abramo. E il punto, oggi, è proprio questo: non è solo il mare a uccidere. Ci sono scelte, ritardi, vuoti di responsabilità che trasformano una traversata in un’agonia.
Secondo Abramo, alcuni elementi stanno aumentando il rischio di morire: l’Italia resta tra i porti considerati sicuri, ma lo scenario è cambiato in modo rapido e radicale. Non si parla più soltanto di soccorsi in acque internazionali: «Ho visto morire persone di freddo, persone alle quali sono state negate perfino le coperte». Un dettaglio che pesa come un macigno, perché racconta la differenza tra essere salvati e essere lasciati andare.
Nel suo ragionamento entra anche il tema del dialogo istituzionale, che spesso diventa un muro: «Le istituzioni che si trovano dall’altro lato non hanno poi un dialogo sano con le nostre istituzioni». In questo quadro, si inseriscono anche le difficoltà con le ONG, mentre l’accoglienza, sottolinea, resta troppo spesso emergenziale: «Nonostante non ci sia un allarme, nonostante ci siano tanti anni di migrazioni, l’accoglienza rimane sempre emergenziale e il rischio di morire in mare resta elevatissimo».
Poi c’è l’altra faccia della rotta: l’arrivo. «Si arriva al centro di accoglienza e rapidamente si avviano le commissioni territoriali per valutare la domanda di protezione internazionale. Nel frattempo aumentano le possibilità di espulsione e, quindi, di finire nei centri di espulsione. Ma anche lì la permanenza tende ad allungarsi per via dei grandi numeri– continua Emiliano Abramo durante la nostra lunga intervista -. E diventa difficile mantenere strutture diverse, perché vengono tagliati alcuni servizi fondamentali per il quieto vivere all’interno dei centri». Una catena che logora, in cui la fragilità diventa ancora più fragilità.
In questo frangente, inoltre, sarebbero cambiate anche alcune valutazioni sui Paesi considerati “sicuri” per i rimpatri, con riferimenti nelle parole di Abramo, a contesti come la Tunisia e aree dell’Africa subsahariana, dove l’escalation di conflitti sta ridisegnando lo scenario di sicurezza. E allora la proposta resta quella di rafforzare gli ingressi sicuri, come i corridoi umanitari promossi da Sant’Egidio.





