21 Marzo 2026
Storie di mafia, quando Nino Pulvirenti fece tremare Cosa nostra

Processo Orsa Maggiore, la testimonianza di Nino Pulvirenti sulle estorsioni della criminalità organizzata nella grande distribuzione tra anni ’80 e ’90 a Catania.
Una lunga storia di estorsioni, paura e silenzi. È quella ricostruita nell’aula bunker del carcere di Bicocca il 21 novembre 1995, quando l’imprenditore catanese Nino Pulvirenti fu sentito come testimone della Procura nel processo “Orsa Maggiore”. Davanti ai giudici, interrogato dal pubblico ministero Amedeo Bertone, Pulvirenti raccontò anni di pressioni e pagamenti imposti dalla criminalità organizzata nel settore della grande distribuzione. Ecco la sintesi della sua deposizione.
All’epoca dei primi fatti, nel 1987, Pulvirenti gestiva un supermercato a Mascalucia. Fu in quel periodo che ricevette le prime richieste estorsive, anche attraverso contatti telefonici. Temendo conseguenze per la propria attività, l’imprenditore cercò una mediazione rivolgendosi a Franco Stimoli, personaggio ritenuto vicino ai Santapaola-Ercolano. Dopo un incontro, venne stabilito un pagamento di dieci milioni di lire l’anno. I soldi, secondo quanto riferito in aula, venivano consegnati a un esattore indicato dallo stesso Stimoli: Filippo Malvagna, nipote di Giuseppe Pulvirenti, “u malpassotu” .
I versamenti sarebbero proseguiti fino al 1990.In quegli anni Pulvirenti aprì due nuovi punti vendita affiliati alla Standa. I supermercati vennero gestiti da una società, la SPA S.r.l., e successivamente ceduti alla CSS S.r.l. su invito dell’imprenditore Carmelo Rantuccio. Nella compagine societaria figuravano diversi soggetti economici: tra questi la Standa e società locali attive in vari settori commerciali.Le pressioni criminali ripresero.
Nell’ottobre del 1991 Pulvirenti raccontò di essere stato avvicinato da due persone che gli chiesero di farsi tramite per una nuova richiesta estorsiva da girare alla CSS: due miliardi di lire, una somma enorme per l’epoca. Pulvirenti e i soci decisero di tentare una mediazione con ambienti vicini a Cosa nostra. Attraverso Giuseppe Grazioso, venne organizzato un incontro con esponenti del clan Santapaola, tra cui Aldo Ercolano. In quella occasione, secondo il racconto di Pulvirenti, fu chiarito che gli estortori non erano catanesi ma messinesi e che la richiesta sarebbe stata ridotta a 180 milioni di lire l’anno e suddivisa in tre rate da versare a Pasqua, Ferragosto e Natale. Le somme venivano lasciate in una busta in un luogo concordato a Mascalucia, da dove qualcuno passava a ritirarle. I versamenti sarebbero proseguiti dalla Pasqua del 1992 fino alla Pasqua del 1994, quando le difficoltà economiche delle società coinvolte impedirono di continuare.
Nella deposizione emersero anche altri incontri con esponenti del clan, tra cui uno avvenuto in un’agenzia assicurativa di piazza Michelangelo a Catania, luogo già citato in altre indagini sulla famiglia Santapaola-Ercolano. Secondo la ricostruzione, il sistema di pressioni portò a favorire alcuni fornitori rispetto ad altri tra cui Salvatore Tuccio “turi ‘ri lova.






