26 Ottobre 2025

Il pizzo non è mai scomparso, a Catania prevale la paura

Il pizzo non è mai scomparso, a Catania prevale la paura

Addiopizzo: «Pagano quasi tutti e chi denuncia rischia di ritrovarsi il boss libero dopo pochi anni. Senza certezza della pena, lo Stato perde di credibilità»

A trent’anni dalle bombe agli esercizi commerciali e dalle lettere minatorie lasciate sotto le saracinesche, l’estorsione a Catania e in provincia continua a esistere. Ha cambiato forma, si è fatta meno eclatante, ma rimane una delle principali leve di controllo del territorio da parte della criminalità organizzata. E, soprattutto, continua a trovare terreno fertile nella paura, nell’omertà e nella sensazione diffusa che lo Stato non riesca a garantire la certezza della pena. «Non vediamo più le bombe o gli incendi come negli anni ’90 – raccontano da Addiopizzo Catania, storica associazione antiracket – perché non ce n’è bisogno. Quasi tutti pagano. Per uno che non paga, ce ne sono dieci che continuano a versare il pizzo. E se metti una bomba accendi i riflettori, cosa che i clan non vogliono».

Il racket, oggi, si presenta spesso in forme più subdole:

Un “amico” che si propone come intermediario per “risolvere un problema”, una visita apparentemente cordiale. Ed è proprio in questa fase iniziale che Addiopizzo riesce, a volte, a intervenire in modo efficace.



«Negli ultimi anni – spiegano dall’associazione – ci è capitato che commercianti o imprenditori ci contattassero subito, appena ricevuto il primo approccio. È bastato far capire che erano pronti a denunciare perché nessuno si facesse più vivo. Questo perché se uno non paga, altri dieci continuano a pagare il pizzo».

Nonostante decenni di campagne di sensibilizzazione e il lavoro incessante delle forze dell’ordine, il fenomeno non accenna a diminuire.

«Ogni grande operazione antimafia degli ultimi cinque anni – ricordano da Addiopizzo – vede sempre tra i capi d’accusa l’estorsione, che resta un reato strutturale, parte integrante del controllo mafioso sul territorio».E se da un lato esistono segnali incoraggianti – come giovani imprenditori che chiedono di poter esporre nei loro negozi il logo del “consumo critico” per dichiarare apertamente di non pagare – dall’altro rimane disarmante constatare che nel 2025 molte attività continuino a cedere. «È un fallimento culturale – dicono – che non riusciamo a spiegarci».

Ma c’è un aspetto che preoccupa ancora di più. «Possiamo fare tutte le operazioni del mondo – sottolineano da Addiopizzo – ma se poi questi continuano a comandare dal carcere, il problema resta. Di questo ne ha parlato il Procuratore di Catania Francesco Curcio. Al di là di lui però non ne parla nessuno».Il nodo centrale resta però quello della certezza della pena.

«Non esiste– è l’accusa –. Ergastolani in permesso premio, condannati a 19 anni che escono dopo 7. Esistono sconti di pena automatici, liberazioni anticipate, semi-libertà. Come facciamo a dire a un commerciante di denunciare se chi lo minaccia dopo pochi anni è di nuovo fuori?».

Persino la beneficenza diventa un espediente per ottenere vantaggi

«Abbiamo ricevuto donazioni da soggetti mafiosispieganoe anche rifiutandole loro avrebbero comunque ottenuto lo sconto di un terzo della pena residua. È un paradosso».

Oggi la parola “mafia” sembra quasi scomparsa dal dibattito pubblico

«Non esiste più nell’agenda politicadenunciano –. È come se fosse stata sconfitta per decreto. Invece è viva, radicata e in grado di reinventarsi».

Salvo Giuffrida

Salvo Giuffrida

Salvatore Giuffrida (OdG Sicilia N^ 171391). Classe 1970 giornalista (ex chimico). Il mio motto: “Seguire ma mai inseguire”.