29 Agosto 2026
Russia Ucraina, Putin vuole impaurire l’Europa

1.648 giorni di guerra: la Russia di Putin non vuole soltanto l’Ucraina. Vuole un’Europa impaurita
Analisi geopolitica di Yari Lepre Marrani
d Yari Lepre Marrani

Sono passati 1.648 giorni dall’inizio dell’invasione russa su larga scala dell’Ucraina e quattro anni e mezzo di guerra hanno ormai cancellato ogni alibi sulla natura dell’operazione voluta da Vladimir Putin. Non siamo di fronte a una semplice disputa territoriale, né a una guerra nata da una presunta minaccia occidentale alla Russia. È una guerra di conquista scatenata dal Cremlino contro uno Stato sovrano, una guerra che dal 2014 ha progressivamente assunto dimensioni sempre più vaste e che oggi rappresenta la più grave minaccia alla sicurezza europea dalla fine della Guerra fredda.
L’Ucraina combatte da anni contro una potenza enormemente più grande, pagando un prezzo umano e materiale spaventoso. La Russia, dal canto suo, continua a gettare uomini e risorse nella fornace della guerra. Secondo le stime dello Stato maggiore ucraino, le perdite complessive russe dall’inizio dell’invasione su larga scala si avvicinano ormai a 1,5 milioni di uomini; si tratta di una cifra che comprende le perdite militari complessive e non può essere automaticamente equiparata ai caduti. Ma è altrettanto significativo il dato, riportato da fonti occidentali, secondo cui Mosca perde oggi circa 6.000 uomini al mese più di quanti riesca a reclutare. Il Cremlino riesce ancora a mandare sul fronte circa mille nuovi uomini al giorno, ma non abbastanza da compensare il ritmo delle perdite. È il prezzo di una guerra d’attrito che Putin continua a imporre al proprio Paese e soprattutto ai propri soldati, trasformati in carne da cannone per sostenere un progetto imperiale che il Cremlino non vuole ammettere essere fallito.
E proprio qui sta il punto più inquietante. Una Russia che si dissangua sul fronte ucraino non è necessariamente una Russia meno pericolosa. Può essere una Russia che, non riuscendo a piegare rapidamente Kyiv, aumenta la pressione, intensifica i bombardamenti e cerca di spostare il costo della guerra sull’intera Europa. Gli attacchi contro le infrastrutture ucraine, l’energia e le città hanno ormai assunto una dimensione strategica: colpire l’Ucraina significa tentare di spezzarne la capacità di resistere e trasformare l’inverno in un’arma contro la popolazione civile. Negli ultimi giorni Kyiv e altre città sono state nuovamente sottoposte a pesanti ondate di droni e missili, mentre la guerra entra in una fase nella quale Mosca sembra voler combinare pressione sul fronte, devastazione delle infrastrutture e logoramento psicologico della popolazione.
Ma la minaccia non si ferma ai confini ucraini. Il primo ministro polacco Donald Tusk ha lanciato un avvertimento che l’Europa farebbe male a liquidare come semplice allarmismo. Secondo Tusk, esistono segnali di una preparazione russa a una nuova escalation e i prossimi sette-otto mesi, dall’autunno all’inverno, potrebbero essere particolarmente difficili per la sicurezza dell’intera regione. La Polonia e gli altri Paesi dell’Europa orientale sono dunque costretti a prepararsi all’eventualità che Mosca possa allargare la propria pressione militare e ibrida. Non significa che un attacco russo alla NATO sia inevitabile, ma significa che l’Europa non può più permettersi di considerarlo impensabile.
La storia dovrebbe averci insegnato qualcosa. Nel 2014 l’annessione della Crimea e la guerra nel Donbass furono trattate da molte cancellerie europee come una crisi grave ma ancora circoscrivibile. Otto anni dopo arrivò l’invasione su vasta scala. La logica di fondo era però già evidente: Putin non accetta che gli Stati confinanti possano decidere liberamente il proprio destino quando quella scelta contrasta con gli interessi geopolitici di Mosca. È la vecchia logica imperiale delle sfere d’influenza, riproposta nel XXI secolo con carri armati, missili, droni e minacce nucleari. L’idea che le grandi potenze possano disporre del destino dei Paesi più piccoli appartiene alla politica europea dell’Ottocento e del Novecento, non a un continente che dopo il 1945 aveva costruito il proprio ordine proprio sul superamento della politica di potenza. Putin ha cercato di riportare indietro l’orologio della storia.
Da un punto di vista politologico, la guerra dimostra anche la fragilità di una delle grandi illusioni dell’epoca post-Guerra fredda: quella secondo cui l’interdipendenza economica avrebbe reso progressivamente irrazionale il ricorso alla forza. L’Europa ha creduto che commercio, gas e investimenti potessero trasformare la Russia in un partner interessato alla stabilità. Putin ha dimostrato il contrario: per un regime revisionista l’economia può essere uno strumento della strategia, non necessariamente un freno. La dipendenza energetica europea è diventata così, per anni, una forma di vulnerabilità geopolitica. La pace è stata difesa soltanto attraverso la diplomazia perché, in larga misura, si è dato per scontato che non sarebbe mai stato necessario difenderla militarmente.
È qui che la lezione della Guerra fredda torna attuale. La deterrenza non nasce dalla benevolenza dell’avversario, ma dalla sua convinzione che l’aggressione avrebbe costi insostenibili. Per quasi mezzo secolo la NATO ha impedito che la competizione fra le due superpotenze degenerasse in guerra diretta non perché Washington e Mosca fossero diventate improvvisamente amiche, ma perché entrambe conoscevano il prezzo di un confronto aperto. Dopo il 1991, una parte dell’Europa ha progressivamente dimenticato questa elementare legge della politica internazionale. Putin, invece, non l’ha mai dimenticata.
Lo dimostrano anche le parole pronunciate dall’ambasciatore russo in Moldova, Oleg Ozerov, che ha accusato Chișinău di una «militarizzazione accelerata» guidata dagli interessi occidentali e ha sostenuto che la Moldova si starebbe preparando a un confronto con la Russia. È una dichiarazione russa, non la prova di un’aggressione moldava. Ma riproduce uno schema ormai familiare: Mosca presenta come minaccia la volontà dei Paesi vicini di rafforzare la propria sicurezza e poi utilizza quella stessa paura come giustificazione per la propria pressione. Anche la Transnistria, con la presenza militare russa, ricorda che la questione non è nata oggi.
Il vero obiettivo strategico del Cremlino, dunque, non è necessariamente quello di vedere domani i carri armati russi alle porte di Varsavia. Può essere qualcosa di più sottile: convincere gli europei che resistere alla Russia sia troppo costoso, che sostenere l’Ucraina significhi rischiare una guerra generale, che la sicurezza dell’Est europeo sia un problema degli altri. Una vittoria russa non richiede necessariamente la conquista di tutta l’Ucraina: potrebbe bastare la demolizione della volontà europea di difenderla.
Ed è qui che emerge la responsabilità storica dell’Europa. Per decenni il continente ha goduto di una pace che molti hanno scambiato per una condizione naturale. Ha ridotto gli eserciti, accumulato dipendenze energetiche dalla Russia, trascurato scorte e capacità industriali militari e coltivato l’illusione che il commercio potesse rendere impossibile una nuova guerra. Putin ha dimostrato che era un’illusione. La Russia ha riportato la guerra convenzionale nel cuore dell’Europa e ha costretto Polonia, Baltici, Finlandia, Svezia e gli altri Paesi del fianco orientale a riscoprire una verità elementare: la pace non è garantita dalla buona volontà dell’aggressore, ma dalla credibilità di chi è disposto a difendersi.
C’è, inoltre, una lezione che arriva direttamente dalla storia dell’Europa orientale. Per secoli polacchi, baltici, moldavi e ucraini hanno conosciuto la condizione di popoli collocati fra imperi più grandi, costretti a negoziare la propria sopravvivenza con potenze che spesso negavano loro una piena autonomia. Dopo il 1989 quei popoli hanno scelto con straordinaria chiarezza di entrare nelle istituzioni occidentali proprio per sottrarsi a quella condizione. La NATO e l’Unione europea non sono state per loro soltanto organizzazioni economiche o militari: sono state una garanzia storica contro il ritorno della politica delle sfere d’influenza. È precisamente questo che il putinismo contesta.
L’Ucraina, spesso descritta superficialmente come uno dei Paesi più poveri d’Europa, sta pagando il prezzo più alto proprio perché ha rifiutato di essere una provincia geopolitica russa. Non combatte perché vuole conquistare la Russia, ma perché vuole continuare a esistere come nazione libera. La sua resistenza riguarda quindi ogni europeo: perché se un confine può essere cambiato con la forza, se una nazione può essere aggredita perché ha scelto un diverso orientamento politico, se la sovranità può essere subordinata alla volontà di una grande potenza, allora nessun piccolo e medio Stato europeo può considerarsi davvero al sicuro.
Al 1.648esimo giorno, la domanda non è più soltanto quanto territorio riuscirà ancora a conquistare Putin. La domanda è quanto a lungo l’Europa continuerà a permettere che sia il Cremlino a stabilire i limiti della propria sicurezza. La Russia sta pagando una quantità impressionante di vite per una guerra che Putin ha scelto e continua a prolungare. Ma il sacrificio dei soldati russi e la distruzione dell’Ucraina non devono diventare il prezzo della nostra paura. La pace che l’Europa deve cercare non è quella ottenuta chiedendo all’Ucraina di arrendersi. È quella ottenuta rendendo impossibile a Putin, o a chi verrà dopo di lui, pensare che un’altra guerra di conquista possa essere conveniente.
Quindi il tempo delle illusioni è finito. L’Europa non può più affidare la propria sicurezza alle rassicurazioni del Cremlino, né sperare che la Russia si fermi per propria convenienza. Deve diventare una potenza capace di difendere i propri interessi, i propri confini e i propri alleati, senza chiedere il permesso a Mosca e senza tremare davanti alle sue minacce.
Di fronte a una Russia che ha scelto la forza, l’Europa deve rispondere con la forza della propria unità, della propria economia e soprattutto della propria capacità militare. Non per conquistare, ma per rendere ogni nuova aggressione una scommessa perdente. Perché la pace non si difende con la paura di disturbare l’aggressore: si difende costruendo una potenza tale da impedirgli di aggredire.
Dopo 1.648 giorni di guerra, il messaggio dovrebbe essere finalmente limpido: l’Ucraina non deve essere lasciata sola e l’Europa non deve più essere il continente che teme la propria ombra. Deve diventare una potenza capace di dettare le condizioni della propria sicurezza. Una potenza d’acciaio tra due vasi d’acciaio.
Dott. Yari Lepre Marrani
Nota biografico – editoriale: “Il dott. Yari Lepre Marrani è scrittore, giornalista culturale e analista geopolitico. Scrive su numerose testate sfruttando le proprie competenze storico – giuridiche. Sull’Avanti! (organo ufficiale del PSI) cura una rubrica di carattere storico ed è analista geopolitico per il quotidiano online NG(Notizie Geopolitiche).Importante menzionare la sua collaborazione con il quadrimestrale dell’AMI(Associazione Mazziniana Italiana), Il Pensiero Mazziniano, con il quale Marrani collabora da anni con articoli o brevi saggi ispirati al pensiero repubblicano. Da settembre 2023 Marrani è inserito tra i poeti contemporanei di WikiPoesia al seguente link: https://www.wikipoesia.it/wiki/Yari_Lepre_Marrani“






