29 Luglio 2026
Storie di mafia: il gruppo Castello Ursino

La storia criminale del gruppo Castello Ursino da Natale D’Emanuele fino all’operazione Mercurio, tra faide interne mangiate
Nota per il lettore: la ricostruzione contenuta nell’articolo, comprese le dichiarazioni attribuite a Rosario Bucolo, deriva dalla sentenza di primo grado n. 374/2026 del Tribunale di Catania, relativa al procedimento penale scaturito dall’operazione “Mercurio”, incentrata anche su una contestazione di scambio elettorale politico-mafioso. La decisione, relativa al procedimento n. 5107/2025 R.G.N.R. – n. 8001/2025 R.G. G.I.P., è stata pronunciata dal Gup Sebastiano Fabio Di Giacomo Barbagallo il 17 aprile 2026 e depositata il 6 luglio successivo. La sentenza non è definitiva
Dalle divisioni tra gli uomini di Natale D’Emanuele ed Ernesto Marletta alla temporanea gestione affidata a Salvatore Mirabella. Poi il ritorno degli esponenti storici, la contesa sulle estorsioni e l’ascesa di Rosario Bucolo, diventato il principale riferimento operativo del gruppo.
Nelle dichiarazioni rese dopo avere avviato la collaborazione con la giustizia, Rosario Bucolo ricostruisce oltre vent’anni di storia del gruppo mafioso di Castello Ursino, articolazione territoriale della famiglia Santapaola-Ercolano nel centro storico di Catania.
Il racconto è contenuto nella sentenza di primo grado pronunciata il 17 aprile 2026 dal Gup del Tribunale di Catania Sebastiano Fabio Di Giacomo Barbagallo e depositata il successivo 6 luglio.
Una ricostruzione che attraversa arresti, rivalità personali, alleanze, traffici di droga e richieste estorsive. Sullo sfondo rimane sempre il problema del comando: chi fosse autorizzato a utilizzare il nome di Castello Ursino e a gestire gli affari criminali del territorio.
Il gruppo legato a Natale D’Emanuele
Il gruppo di Castello Ursino viene indicato nella sentenza come un’articolazione territoriale della famiglia mafiosa Santapaola-Ercolano, storicamente riconducibile a Natale D’Emanuele.
Secondo il racconto di Bucolo, nei primi anni Duemila D’Emanuele continuava ad avere un peso rilevante all’interno dell’organizzazione anche grazie ai rapporti con esponenti di vertice della famiglia catanese.
Accanto a lui, però, aveva acquistato sempre maggiore importanza Ernesto Marletta, che rappresentava un altro punto di riferimento per gli uomini attivi nella zona del Castello Ursino.
Bucolo sostiene di avere conosciuto Marletta e Salvatore Mirabella nel 2001. In quel periodo lavorava nel settore delle onoranze funebri e frequentava già Santo Missale.
La sua prima posizione sarebbe stata quella di un uomo “avvicinato” al gruppo. Accompagnava Marletta, che era sottoposto a controlli, e si rendeva disponibile per diversi incarichi, senza però partecipare alle decisioni riservate.
Questa fase sarebbe durata fino al 2004 o al 2005, quando Bucolo iniziò a legarsi più strettamente a Marletta.
La divisione tra D’Emanuele e Marletta
Proprio in quegli anni il gruppo avrebbe attraversato una profonda frattura interna.
Secondo Bucolo, una parte degli uomini di Castello Ursino riconosceva come riferimento Ernesto Marletta. In questa componente rientravano lo stesso Bucolo, Salvatore Mirabella, Raccuglia e Mario Privitera.
Un altro schieramento era invece più vicino a Natale D’Emanuele. Bucolo indica tra questi i fratelli Bonaccorso, Francesco Napoli e altri uomini che frequentava meno assiduamente.
La contrapposizione non riguardava soltanto i rapporti personali. Le due componenti operavano sullo stesso territorio, ma si presentavano utilizzando nomi differenti: alcuni agivano facendo riferimento a Marletta, altri richiamando l’autorità di D’Emanuele.
La spaccatura sarebbe stata superata dopo la scarcerazione di Natale D’Emanuele, collocata da Bucolo intorno al 2005.
La “mangiata” per riunificare Castello Ursino
Per ricomporre la frattura venne organizzato un incontro in una masseria nella zona di Gelso Bianco.
Alla riunione, che Bucolo definisce una “mangiata”, avrebbero partecipato Natale D’Emanuele, Ernesto Marletta, Rosario Bucolo, Salvatore Mirabella e alcuni esponenti della famiglia Bonaccorso.
Durante quell’incontro sarebbe stato deciso di mettere da parte le rivalità e tornare a operare come un unico gruppo di Castello Ursino.
L’accordo, tuttavia, non eliminò definitivamente il problema della leadership. D’Emanuele e Marletta mantennero entrambi un peso nell’organizzazione, sostenuti da uomini e relazioni differenti.
La situazione cambiò nuovamente con gli arresti.
L’arresto di Marletta e la gestione degli affari
Quando Ernesto Marletta venne arrestato nel 2007, gli uomini rimasti liberi continuarono a occuparsi degli affari criminali del gruppo.
Secondo Bucolo, una delle principali funzioni dell’organizzazione era il mantenimento degli affiliati detenuti e delle loro famiglie. Parte del denaro veniva destinata anche al pagamento degli avvocati.
Le risorse provenivano soprattutto dalle estorsioni imposte agli imprenditori che operavano nel territorio controllato dal gruppo.
L’assenza di Marletta sollevò però un problema di legittimazione. Rosario Lombardo, conosciuto come “Saro u rossu”, avrebbe contestato agli uomini di Castello Ursino di continuare a gestire autonomamente gli affari senza una precisa autorizzazione.
Bucolo venne quindi convocato da Enzo Aiello, indicato come una figura di primo piano della famiglia Santapaola-Ercolano.
L’autorizzazione di Enzo Aiello
Secondo Bucolo, Enzo Aiello riconobbe Ernesto Marletta come responsabile del gruppo e autorizzò gli uomini a lui vicini a continuare la gestione di Castello Ursino durante la sua detenzione.
Bucolo, Raccuglia e Salvatore Mirabella avrebbero così ricevuto il consenso a operare in nome del gruppo.
È in questa fase, collocata tra la fine del 2007 e il 2008, che Bucolo sostiene di essere entrato formalmente a far parte della famiglia Santapaola-Ercolano.
Il suo rapporto con Aiello diventò successivamente più stretto. Dopo l’omicidio di Raimondo Maugeri, Aiello avrebbe temuto per la propria incolumità e si sarebbe affidato a un gruppo ristretto di uomini per la propria protezione.
Tra questi, oltre a Bucolo, vi sarebbero stati Dino Cammarata, Raccuglia e, inizialmente, Cesare Marletta.
Bucolo descrive Aiello come un esponente capace, in quel periodo, di rappresentare l’intera famiglia Santapaola e di intrattenere rapporti con le altre articolazioni mafiose.
Gli arresti e i continui cambi di gestione
Nel maggio del 2008 anche Bucolo venne arrestato. Negli anni successivi trascorse diversi periodi in carcere, fino al coinvolgimento nell’operazione “Caronte” del novembre 2014.
L’assenza prolungata di molti esponenti storici provocò continui cambiamenti nella gestione del gruppo.
Secondo quanto riferito da Bucolo, tra il 2012 e il 2013 Salvatore Mirabella tornò ad assumere un ruolo centrale a Castello Ursino.
Il suo rientro sarebbe stato voluto da Daniele Nizza. In quel momento molti degli uomini storicamente appartenenti al gruppo erano detenuti e Mirabella era uno dei pochi soggetti liberi a conoscere gli affari e gli equilibri del territorio.
La sua nomina, secondo la versione di Bucolo, avrebbe dovuto avere carattere temporaneo. Quando gli uomini originari di Castello Ursino fossero tornati liberi, Mirabella avrebbe dovuto lasciare nuovamente la gestione.
Da Mirabella a Corallo, Monaco e Missale
Negli anni successivi, il ruolo di responsabile operativo sarebbe passato più volte da un uomo all’altro.
Dopo la fase di Salvatore Mirabella, Bucolo indica Andrea Corallo come uno degli esponenti che assunsero la gestione del gruppo.
Successivamente un ruolo centrale sarebbe stato svolto da Corrado Monaco e Santo Missale.
Quando anche Monaco venne arrestato, Missale sarebbe rimasto il principale uomo libero incaricato di occuparsi degli affari di Castello Ursino.
Missale, secondo il racconto, gestiva la raccolta del denaro derivante dalle estorsioni e la cassa comune del gruppo.
Le somme dovevano essere distribuite tra gli affiliati liberi, i detenuti e le rispettive famiglie. Questo sistema di assistenza economica costituiva uno degli strumenti attraverso i quali l’organizzazione manteneva il controllo e la fedeltà dei propri uomini anche durante i periodi di detenzione.
Gli affari di droga e la crisi della cassa
La gestione economica del gruppo sarebbe entrata in crisi a causa di alcuni investimenti nel traffico di sostanze stupefacenti.
Bucolo ha riferito che Andrea Corallo e Corrado Monaco avrebbero condotto affari di droga, accumulando debiti che finirono per pesare sulla cassa di Castello Ursino.
Santo Missale sarebbe stato costretto a utilizzare anche il denaro destinato al mantenimento dei detenuti per coprire le difficoltà economiche.
Durante la propria detenzione, Bucolo non avrebbe ricevuto lo “stipendio” che riteneva gli spettasse in quanto uomo del gruppo.
Il mancato pagamento sarebbe diventato uno dei primi argomenti affrontati dopo la sua scarcerazione.
Il ritorno di Bucolo nel 2019
Rosario Bucolo tornò libero il 9 gennaio 2019.
Dopo la scarcerazione si recò nella zona di Castello Ursino e incontrò Santo Missale, al quale chiese perché non fosse stato mantenuto durante il periodo trascorso in carcere.
Missale gli avrebbe spiegato che le casse erano state svuotate dagli investimenti e dai debiti legati agli affari di droga.
Bucolo iniziò quindi a ricostruire la situazione del gruppo: gli uomini ancora attivi, le estorsioni in corso, i rapporti con le altre articolazioni mafiose e le somme destinate ai detenuti.
Ernesto Marletta continuava a essere considerato il principale punto di riferimento, sebbene fosse ancora detenuto.
Nella pratica, però, Bucolo iniziò a esercitare un ruolo sempre più importante nella gestione quotidiana.
La reggenza di Rosario Bucolo
La sentenza attribuisce a Rosario Bucolo il ruolo di organizzatore del gruppo di Castello Ursino dall’ottobre del 2020 fino al 23 febbraio 2025.
Il giudice ritiene che, a causa della detenzione di Ernesto Marletta, Bucolo abbia assunto la reggenza operativa del gruppo.
Si sarebbe occupato dei rapporti con gli affiliati, delle estorsioni, della gestione della cassa e delle relazioni con le altre articolazioni della famiglia Santapaola-Ercolano.
Bucolo, tuttavia, ha continuato a presentare Marletta come il capo legittimo del gruppo. Le decisioni più importanti avrebbero dovuto essere sottoposte alla sua approvazione, direttamente o attraverso alcuni intermediari.
Questa impostazione provocò un duro contrasto con Salvatore Mirabella.
Lo scontro tra Bucolo e Mirabella
La tensione emerse soprattutto tra il 2020 e il 2021.
Mirabella rivendicava un ruolo stabile nella gestione di Castello Ursino e pretendeva che alcune estorsioni avviate negli anni precedenti da lui, Santo Missale, Corrado Monaco e Andrea Corallo rimanessero nella loro piena disponibilità.
Bucolo sosteneva invece che tutto il denaro ottenuto utilizzando il nome di Castello Ursino dovesse appartenere al gruppo e confluire nella cassa comune.
Il contrasto riguardava, tra le altre, le richieste estorsive rivolte a un’impresa di prodotti surgelati e a un ristorante.
Secondo Bucolo, Mirabella gli propose di dividersi la gestione del territorio e di estromettere definitivamente Ernesto Marletta.
Bucolo ha dichiarato di avere rifiutato categoricamente.
Due fazioni dentro il gruppo
Intorno ai due contendenti si sarebbero formati schieramenti differenti.
Bucolo indica Pierpaolo Di Gaetano come uno degli uomini a lui più vicini, anche per espressa volontà di Ernesto Marletta.
Salvatore Mirabella avrebbe invece mantenuto rapporti più stretti con Corrado Monaco, Andrea Corallo e Santo Missale.
Bucolo contestava inoltre la permanenza di Mirabella a Castello Ursino, sostenendo che fosse stato collocato al comando soltanto durante la detenzione degli esponenti originari del gruppo.
Mirabella, al contrario, considerava quella precedente gestione come una legittimazione sufficiente per continuare a partecipare agli affari e alla spartizione dei guadagni.
Il ritorno di Marletta non risolve lo scontro
Quando Ernesto Marletta tornò libero, Bucolo si aspettava che Mirabella venisse immediatamente allontanato.
Marletta decise invece, almeno inizialmente, di mantenere entrambi all’interno del gruppo e di tentare una gestione unitaria.
La scelta non soddisfece Bucolo, che dichiarava di non fidarsi di Mirabella e di non volere condividere con lui la guida di Castello Ursino.
La questione venne portata anche all’attenzione di Francesco Napoli, indicato come un esponente di vertice della famiglia mafiosa catanese.
Napoli avrebbe incontrato Marletta per discutere delle tensioni interne, ma la decisione rimase quella di evitare una nuova frattura.
La paura di essere ucciso
Tra la fine del 2022 e il 2023 la situazione sarebbe ulteriormente peggiorata.
Bucolo ha dichiarato di avere temuto che Salvatore Mirabella, Corrado Monaco e Andrea Corallo potessero organizzare la sua uccisione.
Riferì i propri timori a Ernesto Marletta, che avrebbe escluso che gli altri uomini fossero realmente capaci di arrivare a una decisione così grave.
Le dichiarazioni descrivono comunque un gruppo ormai attraversato da una profonda sfiducia interna, nel quale la contesa per il potere e per la gestione delle entrate economiche aveva assunto toni sempre più duri.
La “carta” di Castello Ursino
Uno degli elementi centrali del racconto di Bucolo è il sistema economico che consentiva al gruppo di sopravvivere anche durante le fasi caratterizzate da numerosi arresti.
Gli imprenditori sottoposti a estorsione versavano somme periodiche che confluivano nella cosiddetta cassa o “carta” di Castello Ursino.
Il denaro veniva utilizzato per mantenere i detenuti, sostenere le loro famiglie, pagare gli avvocati e riconoscere somme agli affiliati liberi.
Chi agiva utilizzando il nome del gruppo non poteva, secondo la regola rivendicata da Bucolo, trattenere per sé tutti i proventi.
Era proprio questa la principale accusa mossa a Mirabella, Monaco, Corallo e Missale: avere preteso di considerare personali alcune estorsioni che, secondo Bucolo, erano state invece imposte sfruttando la forza intimidatrice di Castello Ursino.
Le estorsioni come strumento di controllo
La richiesta di denaro agli imprenditori non aveva soltanto una funzione economica.
Il pagamento rappresentava anche il riconoscimento del controllo esercitato dal gruppo sul territorio.
In cambio delle somme versate, gli uomini di Castello Ursino offrivano una presunta protezione e promettevano di intervenire in caso di furti, problemi con dipendenti o controversie con altri soggetti criminali.
Il denaro serviva così a finanziare l’organizzazione, mantenere gli affiliati e consolidare l’autorità del gruppo nella zona.
Accanto alle estorsioni vi erano gli affari nel traffico di droga, portati avanti da singoli esponenti o in collaborazione con uomini appartenenti ad altre articolazioni della famiglia mafiosa.
Un gruppo sopravvissuto agli arresti
Il racconto di Bucolo restituisce l’immagine di un’organizzazione capace di sopravvivere ai continui arresti dei propri uomini.
Quando il capo finiva in carcere, un altro affiliato assumeva temporaneamente la gestione. Le decisioni più importanti continuavano però a essere riferite ai detenuti o sottoposte ai vertici della famiglia Santapaola-Ercolano.
Nel corso degli anni il gruppo sarebbe stato guidato o gestito, in fasi differenti, da Natale D’Emanuele, Ernesto Marletta, Salvatore Mirabella, Andrea Corallo, Corrado Monaco, Santo Missale e infine Rosario Bucolo.
Una successione non sempre pacifica, caratterizzata da leadership temporanee, ritorni dal carcere, tentativi di autonomia e contrasti sulla spartizione delle entrate.
La collaborazione con la giustizia
La storia raccontata da Bucolo arriva fino al febbraio del 2025, quando venne eseguita l’ordinanza cautelare che diede origine all’ultimo procedimento.
Nel giugno successivo Bucolo decise di collaborare con la giustizia.
Ai magistrati dichiarò di volere cambiare vita e garantire un futuro diverso ai propri figli. Da quel momento iniziò a ricostruire la storia del gruppo di Castello Ursino, indicandone uomini, ruoli, affari e rapporti con le altre articolazioni mafiose.
Il Gup ha definito il suo percorso collaborativo «proficuo e genuino», ritenendo le dichiarazioni convergenti con le intercettazioni e con gli altri elementi raccolti nel procedimento.
Quella che emerge dalla sentenza è la storia di un gruppo rimasto operativo nonostante gli arresti e le divisioni. Un’organizzazione nella quale il controllo del territorio, la cassa comune e il mantenimento dei detenuti rappresentavano gli strumenti necessari per preservare il vincolo mafioso.
Una storia raccontata dall’interno da uno degli uomini che, dopo essere entrato nell’orbita di Castello Ursino nei primi anni Duemila, ne avrebbe progressivamente assunto la reggenza operativa.






