27 Ottobre 2026

Catania, Fava ti voleva ancora bene

Catania, Fava ti voleva ancora bene

Bus attaccati, sparatorie e quartieri abbandonati: uno sfogo personale su Catania, tra degrado, paura e voglia di andare via

 

Pippo Fava paragonò il suo amore per Catania a quello di un uomo innamorato perdutamente di una puttana. Ne raccontava la volgarità, la sporcizia, i tradimenti. Eppure le riconosceva il sorriso, l’allegria, il potere di sedurre. Oggi rileggo quelle parole e penso che Fava, in fondo, le stesse facendo un complimento. Nella sua descrizione resisteva una ragione per amare questa città. Io faccio sempre più fatica a trovarla. Il mio disagio ha luoghi e immagini precise: gli autobus attaccati a Librino, le sparatorie, i palazzoni degradati, le strade nelle quali passare generano timore anziché un senso di appartenenza. Davanti a tutto questo, l’invito a essere orgoglioso delle mie origini comincia a sembrarmi una richiesta di chiudere gli occhi.

Un autobus che cambia strada

Il 13 ottobre, in viale Moncada, un oggetto lanciato da un cavalcavia ha sfondato la botola di un autobus AMTS, coinvolgendo una giovane passeggera. Il 16 ottobre, dopo un altro episodio, l’azienda ha modificato i percorsi delle linee Librino Express e 802N per proteggere personale e utenti.

Un autobus deve cambiare strada perché qualcuno lo prende di mira. Basterebbe questo a farci fermare, a pretendere risposte. Comprendo la necessità di tutelare autisti e passeggeri. Ma quella deviazione resta il segno di una sconfitta: la violenza limita un servizio pubblico e condiziona la libertà di chi deve raggiungere il lavoro, una scuola, un ospedale. Poi ci sono gli spari che tornano nelle cronache. Così ogni mattina il giro delle telefonate alla ricerca della sparatoria che spesso ahimè si scopre esserci stata. Mi spaventa la facilità con cui rischiamo di abituarci, passando alla notizia successiva come se fosse inevitabile vivere così.



I quartieri che fanno paura

Attraversando alcuni viali di Librino, guardando il degrado dei palazzoni, passando per certe strade di San Leone o nelle stradine di San Cristoforo e Picanello, provo timore e angoscia. A tratti mi sembra di essere in un’altra parte del mondo, lontanissimo dalla Catania delle fotografie. E invece sono nella mia città. Quella sensazione di estraneità, a pochi chilometri da casa, è forse la cosa che mi ferisce di più. Parti di Librino e San Leone mi appaiono come ghetti, spazi nei quali l’isolamento sembra essersi consolidato fino a diventare una condizione permanente. Uso questa parola per descrivere la separazione che percepisco, senza attribuirla come un marchio a chi ci abita.

A San Cristoforo e Picanello avverto un’inquietudine diversa: la sensazione che la criminalità organizzata abbia trovato spazio nel tessuto quotidiano, fino ad apparire integrata nella vita della città. È una mia percezione, non una condanna dei quartieri o dei loro abitanti. So che una facciata degradata non dimostra la presenza mafiosa. Ma so anche che la paura di attraversare certi luoghi non scompare semplicemente evitando di parlarne. Penso a chi lì cresce, lavora, apre un negozio, torna a casa. Io posso attraversare quelle strade e allontanarmi. Per loro sono il luogo della vita.

Quella donna sulla soglia

A Librino ho visto persone affacciarsi dai portoni e dai pianerottoli come fantasmi. Presenze silenziose dentro spazi che sembrano aver consumato ogni speranza. Mi è rimasta impressa una giovane signora, comparsa timidamente sulla soglia di casa. Il pianerottolo portava ancora i segni tangibili di un recente incendio. Lei era lì, dentro quel degrado. Si affacciava timidamente dalla porta, come uno spettro.  È un paragone terribile, che racconta il mio sgomento davanti alla scena. Non conosco la sua storia e non posso sapere che cosa provasse. In quella figura esitante ho letto una stanchezza profonda, quasi la rassegnazione a una non vita, a una quotidianità ridotta alla sopravvivenza.

Lei era sulla soglia di casa propria. A sembrarmi scomparsa era la città che avrebbe dovuto esserle intorno

Quell’immagine mi pesa più di tante dichiarazioni. Mi chiedo come si possa parlare di riscatto senza partire da quei pianerottoli, dalle condizioni nelle quali le persone abitano, dalla dignità che dovrebbe accompagnarle anche dietro un portone.

La bellezza non ci assolve

Il rapporto Ecosistema Urbano 2026, diffuso il 26 ottobre da Legambiente, colloca Catania nelle ultime posizioni tra i 106 capoluoghi esaminati, con un punteggio del 37,45%. Il rapporto valuta le prestazioni ambientali urbane ed è distinto dalle classifiche generali sulla qualità della vita. Un risultato che dovrebbe imporre obiettivi verificabili, interventi e responsabilità. A me non basta sentire che Catania è bella. Conosco il valore del suo mare, dell’Etna, dei suoi palazzi. Ma quella bellezza non può compensare qualsiasi incuria, né rispondere al posto di chi amministra o assolvere chi sporca, distrugge e intimidisce. Tra la città da mostrare e quella da abitare sento una distanza ormai insopportabile.

La cultura sepolta, la memoria cancellata

Per me Catania diventa la tomba della cultura ogni volta che mortifica un talento, considera un fastidio una voce critica o lascia che il rispetto degli altri venga sopraffatto dalla prepotenza. Ci sono persone capaci di produrre idee, conoscenza e opportunità. Proprio per questo lo spreco è doloroso. Vederle faticare dentro piccoli recinti, dove l’appartenenza pesa più del merito, significa assistere alla dissipazione di ciò che potrebbe cambiarci.

Intanto una strana nebbia cancella la memoria. Un episodio suscita indignazione, arrivano le dichiarazioni, poi tutto si allontana. Fino alla volta successiva. Anche Fava rischia di diventare una citazione da esibire, purché le sue parole non ci obblighino a guardarci davvero. A chi denuncia si domanda perché voglia male a Catania. Io mi domando quanto bene le faccia proteggere la sua immagine mentre si tollerano condizioni che dovrebbero scandalizzarci.

L’orgoglio e la voglia di fuggire

Una cosa continuo a salvare: lo spirito imprenditoriale di questa città, la capacità di inventare un lavoro e dare forma a un’intuizione. Il catanese nel quale mi riconosco è commerciante, imprenditore, studioso, filosofo e sognatore. Insegue i suoi obiettivi con una tenacia che vorrebbe andare oltre la morte, lasciando qualcosa capace di durare.

Questa forza è il mio ultimo motivo di orgoglio. E mi fa rabbia vederla offuscata dall’ignoranza, isolata dall’invidia e logorata dall’ostilità. Chi costruisce ha bisogno di servizi, sicurezza e fiducia. Non può essere condannato a una prova di resistenza permanente. Nei quartieri di cui parlo ci sono famiglie, lavoratori, insegnanti, associazioni e commercianti che tengono aperta una possibilità di futuro. Sono i primi a meritare una città diversa. Il loro impegno non può diventare il pretesto per chiedere ancora pazienza.

Io quella pazienza la sto perdendo. Ci sono giorni in cui vorrei fuggire da Catania e dimenticarla per sempre. Giorni in cui provo vergogna anche a dire di esserci nato, tanto mi pesa ciò che abbiamo imparato ad accettare. Fava trovava ancora, dentro la rabbia, le parole di un innamorato. Io oggi ripenso a quella donna sulla soglia, ai segni dell’incendio, a un autobus costretto a cambiare strada. Prima di chiedermi di essere orgoglioso di Catania, datemi una città nella quale la dignità non finisca davanti a un portone.

Ultimo aggiornamento

Salvo Giuffrida

Salvo Giuffrida

Salvatore Giuffrida (OdG Sicilia N^ 171391). Classe 1970 giornalista (ex chimico). Il mio motto: “Seguire ma mai inseguire”.