06 Ottobre 2026
Omicidio Saetta e il figlio, 47 bossoli per vendicare una sentenza

L’omicidio di Antonino Saetta e del figlio Stefano: il rientro anticipato, l’agguato mafioso e il processo Basile. La ricostruzione dalle sentenze.
Antonino Saetta aveva deciso soltanto nel tardo pomeriggio di tornare a Palermo quella sera. Il rientro era previsto per il lunedì mattina, ma i programmi erano cambiati. Accanto al magistrato, sulla Lancia Prisma, viaggiava il figlio Stefano, 35 anni. Avevano trascorso il fine settimana a Canicattì, dove si era celebrato il battesimo di un nipote.
Alle 22.40 di domenica 25 settembre 1988, lungo la statale 640 Agrigento-Caltanissetta, in corrispondenza del viadotto di contrada Giulfo, un’automobile li affiancò. Partirono i primi colpi, poi altri durante il sorpasso. Gli assassini continuarono a sparare anche quando la vettura del giudice si fermò sul lato opposto della strada.

Padre e figlio furono uccisi insieme. Sull’asfalto, lungo circa cento metri, gli investigatori recuperarono 47 bossoli calibro 9.
Il rientro anticipato e il controllo dei movimenti
La decisione di Saetta di partire la domenica sera è uno dei particolari che emergono dalla sentenza della Corte d’Assise di Caltanissetta del 5 agosto 1998. Il cambiamento dei programmi era avvenuto poche ore prima dell’agguato. Nella ricostruzione processuale, questo elemento assume un significato preciso: chi preparava l’omicidio doveva poter seguire gli spostamenti del magistrato e adeguarsi alla sua partenza.
Il collaboratore di giustizia Giuseppe Benvenuto riferì una confidenza attribuita a Nicola Brancato, indicato fra gli esecutori: qualcuno avrebbe segnalato l’uscita di Saetta dalla zona della casa dei Guarneri. È una dichiarazione riportata nella sentenza, da distinguere dagli accertamenti materiali sulla sparatoria, che contribuisce a ricostruire il sistema di controllo attorno alla vittima.
La Corte osservò inoltre che il piano poteva aver richiesto un adattamento proprio a causa del rientro anticipato. L’agguato non era un incontro casuale sulla strada: dietro c’erano un’organizzazione e uomini pronti a intervenire.
Il fuoco durante il sorpasso, poi contro l’auto ferma
Saetta, presidente della prima sezione della Corte d’Assise d’Appello di Palermo, guidava verso Caltanissetta per raggiungere l’autostrada e proseguire verso il capoluogo.
L’attacco avvenne all’altezza del chilometro 48,500 della statale 640. I primi proiettili perforarono il vetro dello sportello posteriore sinistro della Lancia Prisma. Mentre l’auto dei sicari sorpassava, altri colpi raggiunsero la fiancata e gli occupanti.
La sparatoria proseguì dopo il sorpasso. Quando la vettura del magistrato si fermò sul lato opposto della carreggiata, gli aggressori si avvicinarono e bersagliarono anche il lato destro.
Gli accertamenti balistici indicarono l’impiego di una sola pistola mitragliatrice. Alle tre del mattino venne rinvenuta, a pochi chilometri, una BMW 520 incendiata: nella carcassa erano rimasti due bossoli dello stesso tipo di quelli recuperati sul luogo dell’omicidio.
La BMW era stata rubata ad Agrigento il 17 settembre, otto giorni prima.
La condanna nel processo Basile
Il movente conduce al processo per l’assassinio del capitano dei carabinieri Emanuele Basile, ucciso a Monreale il 4 maggio 1980.
Il 23 giugno 1988, il collegio presieduto da Saetta aveva condannato all’ergastolo Giuseppe Madonia, Vincenzo Puccio e Armando Bonanno, ritenuti coautori materiali dell’omicidio dell’ufficiale. Le motivazioni erano state depositate il 16 settembre. Nove giorni dopo, Saetta venne assassinato.
Cosa nostra aveva cercato di condizionare il procedimento. Le sentenze ricostruiscono pressioni, tentativi di avvicinamento e l’interesse dei vertici mafiosi a ottenere un esito favorevole agli imputati.
Il magistrato non si piegò. La vendetta per la sua fermezza nel processo Basile è la causale accertata del duplice omicidio.
La confidenza attribuita a Brancato: «Aveva la testa dura»
Benvenuto raccontò di una conversazione con Brancato avvenuta nel dicembre 1988, durante un permesso dal carcere. La Corte verificò che il collaboratore aveva effettivamente usufruito di un permesso premio dal 24 al 29 dicembre.
Secondo la testimonianza, il discorso nacque dalla richiesta di recuperare alcune armi. Brancato avrebbe risposto che non potevano più essere utilizzate perché impiegate nell’omicidio Saetta, attribuendo l’esecuzione a sé stesso, a Pietro Ribisi e a Michele Montagna.
Avrebbe inoltre spiegato che il magistrato era stato ucciso per fare un favore ai palermitani: avevano cercato di avvicinarlo per il processo riguardante l’uccisione di un appartenente all’Arma a Monreale, ma lui non aveva voluto cedere perché aveva la «testa dura».
È il linguaggio attribuito a un sicario per descrivere l’indipendenza di un giudice. Quella fermezza, per l’organizzazione, era diventata una ragione per eliminarlo.
I contrasti sul luogo del delitto
Dalle dichiarazioni raccolte emerse anche un problema interno a Cosa nostra: l’omicidio era stato consumato nel territorio di Caltanissetta, mentre avrebbe dovuto avvenire nell’Agrigentino.
Benvenuto riferì che Brancato gli aveva parlato di difficoltà per il suo “padrino”, Giuseppe Di Caro, legate proprio a questo sconfinamento. Angelo Siino raccontò delle rimostranze di Giuseppe Madonia, esponente mafioso nisseno.
La Corte non ritenne però accertato in modo univoco se il luogo fosse stato scelto deliberatamente oppure fosse dipeso dalle esigenze dell’attacco contro un’automobile in movimento. Un limite della ricostruzione che impedisce di trasformare quel particolare in una certezza.
Chi era Antonino Saetta
Nato a Canicattì il 25 ottobre 1922, Saetta studiò al liceo classico di Caltanissetta e si laureò in Giurisprudenza a Palermo con il massimo dei voti e la lode. Entrò in magistratura nel 1948.
Cominciò ad Acqui Terme, prima come pretore e poi come giudice istruttore. Nel 1952 sposò la farmacista Luigia Pantano: ebbero Stefano, Gabriella e Roberto.
Lavorò a Caltanissetta e Palermo e fu procuratore della Repubblica a Sciacca dal 1969 al 1971. A Genova, tra il 1976 e il 1978, si occupò di processi alle Brigate Rosse e del naufragio della Seagull.
Tornato in Sicilia, presiedette a Caltanissetta il processo d’appello per la strage Chinnici, poi assunse la presidenza della prima sezione della Corte d’Assise d’Appello di Palermo. Riservato anche in famiglia, studiava le carte lontano dai riflettori.
Stefano e le responsabilità accertate
Stefano non aveva alcun ruolo nei processi che avevano provocato la vendetta mafiosa. Era accanto al padre durante il ritorno da una giornata familiare. I sicari spararono contro entrambi, continuando anche dopo l’arresto della vettura.
Il 5 agosto 1998 la Corte d’Assise di Caltanissetta condannò all’ergastolo Salvatore Riina e Francesco Madonia come mandanti e Pietro Ribisi come esecutore materiale. La ricostruzione individuò inoltre il concorso di Brancato, Montagna e Di Caro, già deceduti.
L’8 gennaio 2003, nel procedimento riguardante Riina, la Corte d’Assise d’Appello dichiarò l’impugnazione inammissibile per genericità dei motivi e ordinò l’esecuzione della sentenza.
L’assassinio colpì un giudice che aveva respinto il condizionamento mafioso e un figlio estraneo a quella battaglia. La loro storia resta unita in quella vettura, sulla strada verso Palermo.
Fonti giudiziarie: Corte di assise di Caltanissetta – 5 agosto 1998 e Corte assise appello Caltanissetta 8 gennaio 2003




