11 Settembre 2026
Pasquale Oliva “u Pascuddu” la storia di una ascesa mafiosa

Pasquale Oliva, da “Pascuddu” al vertice della famiglia mafiosa di Ramacca: la storia criminale
Una lunga appartenenza alla famiglia Santapaola-Ercolano, una condanna definitiva per mafia, il ritorno in libertà e, secondo le ricostruzioni giudiziarie, la rapida riassunzione del comando della famiglia di Ramacca. Attorno a lui uomini di fiducia, traffici di droga, gestione dei contrasti interni, rapporti con altre articolazioni di Cosa nostra e il mantenimento degli affiliati detenuti.
È il profilo criminale di Pasquale Oliva, indicato negli atti anche come “Pascuddu”, che emerge dalla sentenza di primo grado n. 374/2026 del Tribunale di Catania nell’ambito dell’operazione “Mercurio”.
La precedente condanna per mafia
La storia giudiziaria di Oliva precede di molto l’inchiesta Mercurio.
La sentenza ricorda infatti che, nell’ambito del procedimento Iblis, Pasquale Oliva aveva già riportato una condanna irrevocabile per associazione mafiosa, ai sensi dell’articolo 416 bis.
In quel processo era stata accertata la sua partecipazione alla famiglia Santapaola-Ercolano, pur senza riconoscergli allora il ruolo di organizzatore.
La situazione sarebbe successivamente cambiata. Secondo i giudici, rientra proprio nell’evoluzione della sua posizione all’interno del clan l’acquisizione di un ruolo progressivamente più elevato.
La scarcerazione e il ritorno sulla scena
Oliva tornò libero nel 2018 dopo avere scontato la pena relativa al procedimento Iblis.
La sentenza sottolinea un particolare significativo: già nell’agosto 2018, appena due mesi dopo la scarcerazione, le intercettazioni cominciano nuovamente a registrare riferimenti alla sua figura.
Gli investigatori documentano contatti e “ambasciate” provenienti dalla famiglia di Ramacca e la presenza di uomini indicati come suoi referenti.
Alessandro Fatuzzo, in particolare, viene descritto nelle conversazioni come uomo collegato direttamente a “Pascuddu”.
L’ascesa al vertice di Ramacca
È il processo Agorà a ricostruire la fase successiva.
Oliva viene ritenuto responsabile, in primo grado, di partecipazione alla famiglia Santapaola-Ercolano quale organizzatore e promotore della famiglia mafiosa di Ramacca dal 10 agosto 2018 all’agosto del 2021.
La sentenza Mercurio considera quella ricostruzione direttamente collegata alla fase successiva, sostenendo che Oliva avrebbe mantenuto il proprio ruolo direttivo anche oltre quel periodo e fino all’ordinanza cautelare eseguita nel giugno 2022.
“Pascuddu ha la reggenza”
A collocare Oliva al vertice non sono soltanto le intercettazioni.
Il collaboratore di giustizia Salvatore Scavone, già appartenente al gruppo Nizza, lo indica chiaramente come reggente della famiglia mafiosa di Ramacca.
Secondo Scavone, nel gruppo militavano tra gli altri Franco Compagnino, detto “Franco u Niuru”, e Alessandro Fatuzzo.
Il collaboratore paragona inoltre la posizione di Oliva a quella esercitata da Alfonso Fiammetta a Palagonia e sostiene che, in assenza di quest’ultimo, l’influenza di “Pascuddu” si sarebbe estesa anche su quel territorio.
Gli affari di droga
La droga rappresenta uno dei settori criminali che emergono con maggiore evidenza.
Scavone racconta che Oliva sarebbe stato interessato a una compravendita di stupefacenti curata materialmente da Alessandro Fatuzzo.
Le dichiarazioni trovano, secondo la sentenza, riscontro nelle intercettazioni.
Un’altra conversazione documenta inoltre il contatto con un soggetto che si sarebbe rivolto direttamente a Oliva per ottenere un approvvigionamento destinato al clan Nardo.
Per il giudice, questi elementi confermano che il capo della famiglia di Ramacca non si limitasse a una funzione simbolica, ma intervenisse anche nei traffici economici del gruppo.
Gli uomini di fiducia
La sentenza Mercurio concentra gran parte dell’attenzione sugli uomini che avrebbero operato per conto di Oliva.
I nomi principali sono quelli di Vincenzo Rizzo, Vincenzo Fresta e Salvatore Mendolia.
Secondo il giudice, i tre curavano interessi economici illeciti della famiglia mafiosa e si occupavano anche di una delle funzioni tradizionali dei sodalizi mafiosi: il mantenimento degli affiliati detenuti e delle loro famiglie.
La posizione gerarchica viene resa con un’immagine particolarmente significativa emersa dalle conversazioni: Oliva era il “padre”, gli altri i “figli”.
Il capo chiamato a risolvere i contrasti
Il ruolo di Oliva emerge anche quando all’interno del gruppo esplodono tensioni.
Nel 2021 Vincenzo Fresta e Vincenzo Rizzo avevano avuto un contrasto.
Per risolverlo venne organizzata una cena alla quale avrebbero dovuto partecipare anche Mendolia e lo stesso Oliva.
Il dato interessante non è tanto il contenuto iniziale della controversia quanto il metodo: quando due uomini del gruppo avevano un problema, veniva coinvolto il capo affinché intervenisse e riportasse equilibrio.
La sentenza interpreta anche questo episodio come dimostrazione della gerarchia interna alla famiglia di Ramacca.
Il nome di Oliva negli affari di droga degli altri
Dalle carte emerge anche il progetto di Fresta e Mendolia di organizzare un traffico di stupefacenti.
Secondo la ricostruzione accusatoria, i due avrebbero pensato di utilizzare il nome di Oliva, pur senza coinvolgere Vincenzo Rizzo.
Anche questo particolare viene valorizzato dal giudice: utilizzare il nome del capo avrebbe significato beneficiare dell’autorevolezza criminale associata alla sua posizione.
Il riconoscimento degli altri gruppi mafiosi
Il potere di Oliva non sarebbe stato riconosciuto soltanto dagli uomini di Ramacca.
Un’intercettazione del 19 maggio 2022 riguarda una conversazione tra Domenico Colombo e Carmelo Buda.
La discussione nasce dal furto di alcune attrezzature agricole avvenuto nel territorio di Ramacca. Oliva sarebbe stato coinvolto per individuare il responsabile.
Quando Buda manifesta l’intenzione di confrontarsi con “Pasqu”, Colombo lo identifica senza esitazioni come “il responsabile di Ramacca”.
Per il giudice, la frase dimostra che la posizione di Oliva era conosciuta e riconosciuta anche all’esterno del suo gruppo territoriale.
L’incontro con il reggente di Caltagirone
Un ulteriore elemento viene individuato nell’incontro del 23 aprile 2022 tra Pasquale Oliva e Gioacchino La Rocca, indicato come reggente della famiglia mafiosa di Caltagirone.
Secondo la sentenza, l’appuntamento venne preparato seguendo modalità e cautele tipiche degli incontri mafiosi tra vertici.
Il giudice attribuisce valore proprio al fatto che Oliva partecipasse all’incontro in rappresentanza della famiglia di Ramacca, rapportandosi direttamente con il vertice della famiglia calatina.
La prudenza negli spostamenti
La sentenza descrive Oliva come un uomo particolarmente prudente.
Le cautele adottate negli incontri e negli spostamenti vengono interpretate come conseguenza della sua esperienza giudiziaria.
Era già stato condannato, conosceva le tecniche investigative e avrebbe quindi evitato incontri troppo scoperti o facilmente monitorabili.
Il giudice sottolinea che proprio questa prudenza aveva talvolta provocato il malumore di altri esponenti criminali che incontravano difficoltà a raggiungerlo personalmente.
Il mantenimento dopo l’arresto
La struttura non si sarebbe dissolta neppure dopo l’arresto di Oliva nel giugno 2022.
Secondo l’impostazione accolta dal giudice, i suoi uomini di fiducia continuarono a operare anche dopo la sua incarcerazione.
Una delle attività riguardava proprio il mantenimento economico di Oliva detenuto, oltre alla gestione degli interessi della famiglia.
Per l’accusa, era il segnale che l’arresto del capo non aveva interrotto il vincolo gerarchico e associativo.
La famiglia “a parte” dentro Cosa nostra
Una conversazione di Salvatore Mendolia offre un’immagine particolarmente esplicita dell’identità del gruppo.
Parlando della famiglia di Ramacca, Mendolia afferma che si trattava di una “famiglia a parte”, pur inserita in Cosa nostra e collegata alla famiglia mafiosa catanese.
Nella conversazione pronuncia direttamente il cognome Oliva per identificare la famiglia.
Il giudice utilizza questo e altri elementi per concludere che la compagine di Ramacca fosse stabilmente inserita nella struttura Santapaola-Ercolano e facesse capo proprio a Pasquale Oliva.
La condanna nell’operazione Mercurio
Nel processo Mercurio il Gup ha ritenuto Pasquale Oliva colpevole dell’accusa associativa, escludendo l’aggravante prevista dal sesto comma dell’articolo 416 bis.
Il passaggio della sentenza sulla determinazione della pena è particolarmente severo.
Il giudice ricorda che Oliva aveva plurimi precedenti penali, anche recenti, e osserva che, nonostante una lunga precedente detenzione, una volta tornato libero si sarebbe immediatamente riappropriato delle “redini” del sodalizio.
La motivazione parla anche di un “carisma criminale” universalmente riconosciuto dagli appartenenti al gruppo.
La condanna pronunciata in primo grado è di 16 anni di reclusione.
A pena espiata è stata inoltre disposta nei suoi confronti la libertà vigilata per tre anni.
Da affiliato a capo
Quella di Pasquale Oliva è quindi, secondo le ricostruzioni giudiziarie richiamate nella sentenza Mercurio, una storia di progressiva ascesa.
Prima l’appartenenza alla famiglia Santapaola-Ercolano e la condanna definitiva nel processo Iblis. Poi la scarcerazione, il ritorno nei rapporti criminali e l’assunzione della guida della famiglia di Ramacca.
Le intercettazioni, le dichiarazioni dei collaboratori e i precedenti processi lo collocano al centro di una struttura nella quale venivano gestiti droga, rapporti con altri gruppi, controversie interne e sostegno economico agli affiliati.
Un potere che, secondo il Gup, non sarebbe venuto meno neppure dopo anni di detenzione e che nel processo Mercurio ha portato a una nuova condanna, questa volta a sedici anni di carcere.
Nota per il lettore: la ricostruzione deriva dalla sentenza di primo grado n. 374/2026 del Tribunale di Catania. Il documento richiama anche precedenti procedimenti, tra cui Iblis e Agorà. La condanna per associazione mafiosa riportata da Oliva nel procedimento Iblis è indicata come irrevocabile; la decisione pronunciata nell’ambito di Mercurio, invece, è di primo grado e non definitiva.






