26 Agosto 2026
Quando il silenzio diventa pietra

Nel suo primo romanzo, La Memoria delle pietre, Katya Maugeri lascia il reportage ma conserva il metodo dell’inchiesta. Fra Parigi e un antico borgo siciliano, scava nelle memorie condivise, nella violenza che isola e nell’amore che non possiede. Un viaggio nel tempo e nel silenzio, fino al gesto più difficile e generativo: lasciare andare.
di Rosario Faraci
Il silenzio è d’oro, dice il proverbio. Ma quando isola, copre ed impone, il silenzio diventa pietra: peso, muro, sepoltura. «La Memoria delle pietre», il primo romanzo di Katya Maugeri appena pubblicato da Nulla die (2026) – sospeso tra la Parigi degli anni Cinquanta e un antico borgo siciliano – vive su questa faglia.

Conviene partire dai numeri, che non tradiscono: analizzando il testo con un software specializzato di analisi dei dati qualitativi, abbiamo riscontrato che la parola «silenzio» ricorre 72 volte, «tempo» addirittura 103, mentre «pietra» e «pietre» insieme si fermano a 32. Le pietre sono il veicolo; il silenzio e il tempo sono la sostanza.
Maugeri non scrive un libro sulle pietre, ma un libro che usa la pietra come archivio – materia che sedimenta e trattiene, secondo quella consapevolezza del tempo profondo che la scrittrice e geologa statunitense Marcia Bjornerud chiama «timefulness».
La valenza è insieme mineraria e simbolica: per estrarre memoria bisogna scavare, e non a caso la co-protagonista del romanzo Verdiana è una restauratrice che riporta alla luce ciò che il degrado nasconde. La pietra, però, ha due tagli: è riparo per il manoscritto nascosto «da chi saprà leggerlo», ed è prigione, perché – avverte la vecchia Madame, un altro personaggio del libro di Maugeri – il male «convince chi lo incontra a restare in silenzio».
È un cambio di passo, non di rotta.
Dopo due libri-inchiesta per Villaggio Maori – Liberaci dai nostri mali (2019) e Tutte le cose che ho perso. (2023) – la giornalista e sociologa catanese lascia il reportage per il genere letterario del romanzo.
L’innesco è un manoscritto di fogli sciolti riemerso a un’asta di archivi dimenticati: Enea Laurent, studioso di «memorie condivise», se lo aggiudica per mantenere una promessa fatta al nonno e ne segue le tracce fino al Borgo, dove con Verdiana ricompone la storia di Emma, la donna che decenni prima aveva affidato alla scrittura una verità che non poteva andare perduta.
Il metodo dell’autrice però resta quello dell’inchiesta: l’ascolto senza retorica, l’indagine come postura morale. Nelle carceri Katya Maugeri raccontava il dopo, l’uomo dietro l’etichetta di «carcerato»; nella Memoria delle pietre indaga il prima, le radici psico-sociologiche del malessere, della paura e del dolore che sono spesso concause, quando non fattori determinanti, del reato. Enea è un investigatore paziente; il manoscritto di fogli sparsi è un fascicolo da ricomporre. Come nel libro del 2023 le detenute erano numeri e non nomi, qui Emma scrive che i nomi «servono solo a fermare le cose».
Due temi si intrecciano, restituiti in tutte le loro sfumature: solitudine e violenza di genere. La solitudine ha due volti. C’è quella tossica, l’isolamento come tecnica di controllo – il termine «spazio» ricorre 45 volte nel testo, perché la violenza qui è quella dell’uomo che «non alza mai la voce, eppure occupa tutto lo spazio». C’è la solitudine, quella rigenerante, scelta: il laboratorio di Verdiana, la scrittura notturna di Emma.
La violenza, poi, è colta nella sua forma più insidiosa, il controllo coercitivo: «non ti toccano con violenza esplicita, ma ti spostano». Il romanzo però la fa esplodere anche nel gesto fisico, con Giulio che stringe il collo di Verdiana – «O mia o di nessuno».
Il titolo del romanzo si iscrive in una genealogia folta.
Lontanissime, le pietre come archivio collettivo: The «Memory of Stones» di Mandla Langa, il saggio accademico spagnolo di Miguel Turina «La memoria de las piedras», le lapidi dei caduti. Vicina, «La memoria dell’acqua» di Silvana Gandolfi, poetica speculare dell’elemento che ricorda. Vicinissimo, quasi un gemello, «The Stone Diaries» – i diari di pietra – di Carol Shields, Premio Pulitzer per la narrativa nel 1995: anche lì una donna rischia di essere cancellata dalla propria vita, e la pietra calcarea è metafora dell’invisibilità femminile.
Segno che alle pietre si può dare voce, purché custodiscano segreti.
L’originalità di Katya Maugeri sta nella formula delle «memorie condivise»: non ricordo individuale, ma memoria che passa da una vita all’altra. È l’idea che il passato non sia una linea che ci separa, ma una materia attraversabile, che torna a interrogare chi viene dopo.
Eppure, in profondità, questo è pure un libro d’amore – proprio perché la violenza ne è il rovescio esatto. La tesi affiora limpida: «l’amore autentico non possiede, non chiude». L’amore di Giulio è possesso, dunque violenza; quello di Enea è riconoscimento e scelta, «di non riprodurre ciò che avevano visto distruggere». La solitudine, invece di chiudere, prepara l’incontro: Verdiana ed Enea si uniscono non per bisogno «ma per lucidità». Anche la rinuncia di Emma appartiene a questa grammatica, ed è il simbolo che percorre il libro: la spirale che si interrompe prima di chiudersi.
A chi è destinato, allora questo romanzo?
Sicuramente a chi non ha paura di un viaggio retrospettivo, a chi crede nell’amore e rifugge quello tossico, a chi accetta che l’amore vero possa avere una fase finale – quella transitiva. È il punto più maturo del romanzo e chiama in causa la generatività dello psicologo tedesco-americano Erik Erikson: lasciare andare non è l’opposto del desiderio, ne è l’approdo.
Il romanzo stesso è un atto generativo.
Emma non scrive per essere salvata, ma «perché qualcun altro potesse esserlo», il manoscritto passa di mano in mano come «una consegna silenziosa». Amare davvero significa, a volte, restituire.
A sette anni dal primo libro-inchiesta sulle carceri e a tre dal secondo sempre sullo stesso tema, Maugeri raggiunge una maturità anche emotiva nella scrittura.
Nel romanzo c’è uno stile letterario che mostra invece di dichiarare: dominano il lessico del corpo e del riconoscimento – sguardo (70), mani (63), voce (61), occhi (59) sono i termini ricorrenti – non concetti astratti.
Il dettaglio più eloquente è un’assenza: la parola solitudine non compare mai, mentre «solo» e «sola» saturano il testo. La solitudine non viene nominata, ma viene messa in scena.
Un ultimo numero infine suona come una firma: nella ricorrenza dei termini «spirale» (26) batte «cerchio» (21). Bisogna leggere il libro per scoprire il significato di queste due figure geometriche.
La forma dà ragione alla tesi – interrompere, non ripetere. Non tutto nel romanzo è perfetto: la densità lirica rischia a tratti la sentenziosità, e l’antagonista resta più emblema del suo metodo che un personaggio a tutto tondo.
Sono i limiti fisiologici di un esordio ambizioso, che non intaccano né l’architettura né il coraggio del tema affrontato. Il libro si chiude con una frase che è sintesi e programma: «non tutte le storie finiscono quando una donna viene fatta tacere, alcune cominciano proprio da lì».
È lì che il silenzio torna a essere parola.





