19 Agosto 2026

L’Europa davanti alla guerra russa diventi super potenza

L’Europa davanti alla guerra russa diventi super potenza

L’Europa davanti alla guerra russa: non cedere all’imperialismo ma diventare una Super potenza militare e giuridica

d Yari Lepre Marrani



 

 

Analisi geopolitica del dott. Yari Lepre Marrani

 

La guerra russo-ucraina è entrata in una fase nella quale i bombardamenti reciproci, l’escalation tecnologica e l’aumento della pressione sui civili rendono sempre più evidente una questione che riguarda non soltanto Kyiv e Mosca, ma il futuro strategico dell’intero continente europeo.

La guerra dei cieli e il prezzo pagato dai civili

Nelle ultime ore Russia e Ucraina hanno nuovamente intensificato la guerra aerea. Gli attacchi ucraini hanno colpito obiettivi in territorio russo, provocando anche vittime civili, mentre le forze russe hanno condotto nuove ondate di droni e missili contro diverse regioni ucraine. Le autorità ucraine hanno riferito di 128 droni russi lanciati nella notte del 17 agosto, con 106 intercettati dalla difesa aerea; altri ordigni hanno comunque raggiunto diversi centri abitati.

Il dato della reciprocità degli attacchi non deve tuttavia trasformarsi in una falsa equivalenza politica e storica. L’Ucraina combatte sul proprio territorio dopo l’invasione russa e ha progressivamente sviluppato capacità per colpire infrastrutture e obiettivi militari all’interno della Federazione Russa. La Russia, invece, continua a condurre una guerra di aggressione contro uno Stato sovrano e a utilizzare la propria superiorità missilistica e quantitativa per sottoporre le città ucraine a una pressione devastante.

Il punto decisivo, dunque, non è negare che anche l’Ucraina colpisca oltre confine. È distinguere la legittimità della difesa dall’origine dell’aggressione e, soprattutto, distinguere gli obiettivi militari dai civili.

La cronaca di questi giorni mostra quanto fragile sia questa distinzione sul terreno. In Ucraina gli attacchi russi hanno provocato morti e feriti e danneggiato abitazioni e infrastrutture civili; a Kyiv i bombardamenti hanno nuovamente colpito aree della città, mentre nelle regioni di Kryvyi Rih, Zaporizhzhia e Sumy si sono registrate altre vittime.

È questa la realtà che l’Europa non può permettersi di normalizzare: una guerra nella quale la popolazione civile diventa progressivamente parte integrante della pressione strategica esercitata sull’avversario.

La resa non sarebbe una pace

Da anni una parte del dibattito europeo tende a presentare la conclusione della guerra come una questione prevalentemente negoziale: fermare i combattimenti, accettare un compromesso territoriale, chiudere il capitolo ucraino e tornare alla normalità.

Ma una pace imposta dalla superiorità militare dell’aggressore non sarebbe necessariamente una pace stabile.

Una resa dell’Ucraina all’imperialismo russo avrebbe conseguenze che andrebbero ben oltre i confini ucraini. Se l’uso della forza permettesse a una grande potenza di modificare unilateralmente i confini di uno Stato europeo, devastarne le infrastrutture, sottoporlo a pressione militare e infine ottenere riconoscimento politico delle proprie conquiste, il messaggio rivolto al resto del continente sarebbe estremamente pericoloso: la forza potrebbe tornare a essere uno strumento legittimo di revisione dell’ordine europeo.

La questione, quindi, non è soltanto «quanto territorio dovrebbe cedere l’Ucraina». È molto più radicalmente una questione di principio: quale Europa emergerà dalla guerra?

Un’Europa nella quale gli Stati più vulnerabili possono essere aggrediti e poi invitati ad accettare il fatto compiuto sarebbe un’Europa più insicura. Un’Europa nella quale l’aggressione viene respinta e alla Russia viene impedito di trasformare la conquista militare in un nuovo equilibrio geopolitico sarebbe invece un’Europa che riafferma il principio secondo cui la sovranità non può essere cancellata con i missili.

Il vero scandalo europeo: la dipendenza strategica

È qui che emerge la parte più scomoda della questione europea.

Per oltre trent’anni l’Unione Europea ha costruito un’enorme potenza economica senza trasformarla in una corrispondente capacità strategico-militare. Ha avuto mercati, moneta, industria, tecnologia, diplomazia e una popolazione complessivamente superiore a quella russa; ma non ha costruito, con la stessa determinazione, una capacità militare integrata e autonoma adeguata alla propria dimensione geopolitica.

La guerra in Ucraina ha trasformato questa contraddizione in una realtà evidente.

Sarebbe però impreciso sostenere che l’Europa non abbia fornito un contributo militare significativo. Al contrario: secondo i dati dell’Unione Europea, gli Stati membri e le istituzioni europee hanno mobilitato dall’inizio della guerra oltre 226 miliardi di dollari in assistenza finanziaria, militare, umanitaria e per i rifugiati; inoltre, per il 2026-2027 i leader europei hanno previsto un ulteriore rilevante sostegno, con quasi 70 miliardi di dollari destinati all’assistenza militare.

E anche all’interno della NATO il peso europeo è cresciuto. Alla fine di giugno 2026 gli Alleati hanno assunto l’impegno di finanziare 70 miliardi di euro di equipaggiamenti, assistenza e addestramento per l’Ucraina nel solo 2026, mentre gli Alleati europei e il Canada finanziano ormai la maggior parte dell’assistenza alla sicurezza attraverso strumenti bilaterali e multilaterali.

Ma proprio questi numeri rendono ancora più urgente la domanda politica: perché una potenza continentale di queste dimensioni deve continuare a dipendere in misura tanto significativa dalla capacità militare, tecnologica e industriale americana?

La questione non è antiamericana. È, al contrario, una questione di maturità europea.

Gli Stati Uniti hanno fornito all’Ucraina sistemi che l’Europa non è stata in grado di produrre rapidamente nelle quantità necessarie; la stessa NATO riconosce che attraverso il meccanismo PURL gli Alleati finanziano equipaggiamenti statunitensi che Washington è in grado di fornire in volumi superiori a quelli che europei e canadesi possono raggiungere autonomamente.

Questa dipendenza dovrebbe essere considerata uno scandalo strategico.

Non perché gli Stati Uniti abbiano aiutato l’Europa — al contrario, la solidarietà transatlantica rimane uno dei pilastri della sicurezza occidentale — ma perché l’Europa avrebbe dovuto essere capace, già da tempo, di difendere il proprio fianco orientale con una capacità autonoma molto più robusta e implacabile.

Un esercito europeo non significa necessariamente una guerra europea

Occorre però evitare un altro equivoco.

Chiedere una capacità militare europea autonoma non significa auspicare una guerra diretta fra Europa e Federazione Russa, né significa sostenere che la soluzione del conflitto debba necessariamente essere la sconfitta militare totale della Russia.

Significa affermare un principio molto più semplice: l’Europa deve possedere gli strumenti per determinare autonomamente la propria sicurezza.

Un continente che dispone di capacità industriali, finanziarie e tecnologiche enormi deve poter produrre munizioni, sistemi di difesa aerea, droni, satelliti, capacità di intelligence, missili convenzionali, sistemi di guerra elettronica e infrastrutture logistiche in quantità adeguate. Deve poter proteggere i propri confini senza aspettare che Washington decida tempi, priorità e quantità.

La stessa Unione Europea ha ormai riconosciuto il problema: il Consiglio Europeo ha definito la guerra russa contro l’Ucraina una sfida esistenziale per l’UE e ha chiesto di accelerare drasticamente la preparazione della difesa europea entro il 2030, riducendo le dipendenze strategiche e colmando le principali lacune di capacità.

È una direzione necessaria. Ma arriva dopo decenni di ritardo.

Ed è proprio questo il punto politicamente più difficile da accettare: l’Europa non è povera, non è piccola e non è priva di competenze. È stata semplicemente troppo lenta nel trasformare la propria ricchezza in potenza strategica.

L’Ucraina come frontiera della sicurezza europea

L’errore sarebbe pensare all’Ucraina come a un Paese periferico che l’Europa può sostenere soltanto per ragioni umanitarie.

L’Ucraina è oggi una componente fondamentale della sicurezza europea.

La sua esperienza militare, maturata nel confronto con una delle maggiori potenze militari mondiali, rappresenta un patrimonio strategico enorme. La sua industria della difesa, la capacità di impiegare sistemi senza pilota e la rapidissima evoluzione della guerra elettronica e delle tecnologie di precisione stanno modificando il modo stesso di concepire il combattimento contemporaneo.

L’Europa dovrebbe dunque smettere di concepire l’Ucraina soltanto come un destinatario di aiuti e iniziare a considerarla come un partner strategico e industriale della propria architettura di sicurezza.

La questione non è semplicemente «tenere l’Ucraina sotto l’ala europea». È costruire una comunità di sicurezza nella quale l’Ucraina non sia una periferia da proteggere, ma un attore capace di contribuire alla difesa dell’intero continente.

Anche i progetti europei e multinazionali vanno in questa direzione. La cosiddetta Multinational Force for Ukraine è stata predisposta per poter operare, una volta cessate le ostilità e su richiesta ucraina, sul terreno, nello spazio aereo e sul mare, con la funzione di contribuire alla rigenerazione delle forze ucraine e fornire garanzie di sicurezza.

Ma una vera autonomia europea dovrà andare oltre le garanzie post-belliche. Dovrà diventare capacità permanente.

Il caso Shlosberg e il volto interno del regime

C’è poi un’altra dimensione della guerra che l’Europa non dovrebbe dimenticare: quella interna alla Russia.

Il 17 agosto 2026 il tribunale di Pskov ha condannato Lev Shlosberg, vicepresidente del partito liberale russo Yabloko, a 11 anni e un mese di carcere in una colonia penale. La condanna riguarda le accuse di aver «screditato» ripetutamente l’esercito russo e diffuso «false informazioni» sulle forze armate, in relazione alle sue dichiarazioni pubbliche contro la guerra. Durante il processo Shlosberg ha definito il conflitto una catastrofe per la Russia e ha chiesto la fine della guerra.

Il caso è ancora più significativo perché arriva dopo che la Corte Suprema russa ha escluso Yabloko dalle prossime elezioni parlamentari.

Non è un dettaglio giudiziario.

È un messaggio politico.

La Russia di Vladimir Putin non reprime soltanto gli oppositori che tentano di organizzare un’alternativa al potere: reprime anche chi, dall’interno del sistema politico russo, osa contestare la guerra e chiamarla con parole incompatibili con la narrazione ufficiale del Cremlino.

Definire «catastrofe» una guerra non dovrebbe essere un crimine in una società libera. Criticare il proprio esercito non dovrebbe comportare undici anni di carcere. Un partito politico non dovrebbe essere escluso dalla competizione elettorale perché sostiene una posizione contraria alla guerra.

Quando accade tutto questo, la parola «autoritarismo» non è più una formula polemica: descrive una realtà politica documentata.

La condanna di Shlosberg ha perciò un valore che supera enormemente la sua vicenda personale. Mostra che mentre le bombe cadono sull’Ucraina, anche all’interno della Russia il dissenso viene sottoposto a una pressione sistematica.

E questo dovrebbe ricordare agli europei che il problema non è soltanto il comportamento esterno del Cremlino, ma anche la struttura politica che lo rende possibile.

L’Europa deve scegliere

La scelta europea non dovrebbe essere fra guerra infinita e resa.

La vera alternativa è fra una pace che garantisca la sicurezza e una tregua che prepari la prossima aggressione.

L’Europa deve continuare a sostenere l’Ucraina, rafforzarne le capacità militari e industriali e perseguire una soluzione diplomatica quando esisteranno le condizioni per una pace credibile. Ma deve contemporaneamente costruire una capacità di deterrenza che renda impossibile alla Russia — o a qualunque altra potenza — considerare l’aggressione di uno Stato europeo una strategia conveniente.

Questo significa investimenti massicci nella difesa europea, coordinamento industriale, produzione comune, intelligence autonoma, difesa aerea e antimissile, capacità spaziali e cyber, mobilità militare e soprattutto una catena decisionale politica capace di tradurre rapidamente le risorse economiche in capacità operative.

La NATO può e deve rimanere una componente essenziale della sicurezza transatlantica. Ma un’Europa più autonoma non indebolirebbe necessariamente la NATO: potrebbe renderla più credibile.

Un’alleanza nella quale gli europei siano capaci di assumersi una quota molto maggiore della propria sicurezza è più solida di un’alleanza nella quale il principale garante della deterrenza rimane strutturalmente indispensabile. Un’Europa unita giuridicamente, politicamente e con un esercito tra i più temibili del mondo, potrebbe, in un giorno non lontano, anche uscire dalla NATO per divenire protagonista in un mondo nuovamente eurocentrico.

Il dovere storico di non arrivare ancora una volta in ritardo

La lezione dell’Ucraina è, in definitiva, anche una lezione sull’Europa.

Il continente ha costruito il più avanzato progetto politico di integrazione pacifica della storia contemporanea, ma per decenni ha dato per scontato che la sicurezza militare fosse una questione delegabile.

La guerra ha dimostrato che non lo è.

L’Europa non può accettare che la sicurezza del continente venga determinata dalla forza delle armi di una potenza che ha scelto di invadere un Paese vicino. Non può considerare inevitabile la subordinazione dell’Ucraina. Non può rassegnarsi all’idea che la frontiera della propria sicurezza passi attraverso le capacità militari di Washington.

E soprattutto non può permettersi di arrivare alla prossima crisi con gli stessi interrogativi che ha posto questa guerra.

Il sostegno all’Ucraina non è soltanto solidarietà verso una nazione aggredita. È un investimento nella sicurezza europea. La costruzione di una capacità militare europea autonoma non è militarismo: è la conseguenza logica della responsabilità strategica di un continente che vuole essere politicamente sovrano.

La pace che l’Europa deve cercare non è la pace della resa, né quella dell’illusione che il problema russo scompaia concedendo a Mosca ciò che ha cercato di ottenere con la forza.

È una pace fondata sulla deterrenza, sulla sovranità degli Stati, sul diritto internazionale e sulla capacità di difenderli.

Perché se l’Europa non impara dalla guerra in Ucraina a difendere autonomamente il proprio spazio politico e strategico, il vero rischio non sarà soltanto aver perso una guerra.

 

Sarà aver perso l’idea stessa di Europa come potenza capace di decidere del proprio destino.

 

Chi è Yari Lepre Marrani

“Il dott. Yari Lepre Marrani è scrittore, giornalista culturale e analista geopolitico. Scrive su numerose testate sfruttando le proprie competenze storico – giuridiche.
Sull’Avanti! (organo ufficiale del PSI) cura una rubrica di carattere storico ed è analista geopolitico per il quotidiano online NG(Notizie Geopolitiche).
Importante menzionare la sua collaborazione con il quadrimestrale dell’AMI(Associazione Mazziniana Italiana), Il Pensiero Mazziniano, con il quale Marrani collabora da anni con articoli o brevi saggi ispirati al pensiero repubblicano. Da settembre 2023 Marrani è inserito tra i poeti contemporanei di WikiPoesia al seguente link: https://www.wikipoesia.it/wiki/Yari_Lepre_Marrani“.

 

Salvo Giuffrida

Salvo Giuffrida

Salvatore Giuffrida (OdG Sicilia N^ 171391). Classe 1970 giornalista (ex chimico). Il mio motto: “Seguire ma mai inseguire”.