16 Agosto 2026

Santo Missale, il custode della cassa di Castello Ursino

Santo Missale, il custode della cassa di Castello Ursino

Santo Missale, la cassa di Castello Ursino, le estorsioni e gli affari di droga: la storia criminale ricostruita nella sentenza Mercurio.

 

Nota per il lettore: la ricostruzione deriva dalla sentenza di primo grado n. 374/2026 del Tribunale di Catania, relativa al procedimento n. 5107/2025 R.G.N.R. – n. 8001/2025 R.G. G.I.P., pronunciata il 17 aprile 2026 e depositata il 6 luglio 2026. Il procedimento scaturisce dall’operazione “Mercurio”. La decisione, che ha condannato Santo Missale a 14 anni e otto mesi di reclusione, non è definitiva.

 

Per anni avrebbe raccolto il denaro delle estorsioni, custodito la cassa comune del gruppo mafioso di Castello Ursino e distribuito gli “stipendi” destinati agli affiliati detenuti e alle loro famiglie. Un uomo operativo, conosciuto nell’ambiente come “Santo dei tabbuti” o “u Ponchio”, coinvolto anche nel traffico di droga e nelle tensioni per il controllo degli affari criminali.



È il profilo di Santo Missale che emerge dalla sentenza di primo grado n. 374/2026, pronunciata dal Gup del Tribunale di Catania Sebastiano Fabio Di Giacomo Barbagallo nell’ambito del procedimento scaturito dall’operazione “Mercurio”.

La ricostruzione giudiziaria si basa sulle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, sul racconto fornito da Rosario Bucolo dopo la sua decisione di collaborare e sulle conversazioni intercettate durante le indagini.

Secondo la sentenza, Missale avrebbe fatto parte del gruppo di Castello Ursino dal novembre del 2017 fino all’agosto del 2022, per poi risultare affiliato, nel settembre successivo, al gruppo Nizza-Turi Amato.

Un uomo conosciuto da tempo nel gruppo

Rosario Bucolo ha raccontato di conoscere Santo Missale già prima del proprio ingresso formale nella famiglia Santapaola-Ercolano.

I due avevano lavorato nel settore delle onoranze funebri. Bucolo, dal 1997 al 2006, era stato impiegato in un’impresa del settore e proprio in quell’ambiente aveva consolidato i rapporti con Missale.

Quando Bucolo iniziò ad avvicinarsi agli uomini di Castello Ursino nei primi anni Duemila, Missale sarebbe già stato vicino al gruppo e a Salvatore Mirabella, del quale era cognato.

Secondo il racconto del collaboratore, nel periodo in cui Mirabella venne arrestato per una tentata estorsione e Bucolo si legò maggiormente a Ernesto Marletta, Missale era uno degli uomini liberi e attivi all’interno del sodalizio.

“Santo dei tabbuti” e la cassa comune

Le dichiarazioni riportate nella sentenza attribuiscono a Missale un ruolo centrale nella gestione economica di Castello Ursino.

Un collaboratore lo ha indicato come l’uomo incaricato di raccogliere il denaro delle estorsioni e custodire la cassa comune del gruppo.

La cassa sarebbe stata conservata presso l’agenzia di pompe funebri nella quale Missale aveva lavorato. Da qui deriverebbe anche il soprannome “Santo dei tabbuti”, con riferimento alle bare e al settore funerario.

Il denaro estorto agli imprenditori veniva utilizzato per sostenere l’organizzazione, mantenere gli affiliati detenuti, aiutare le loro famiglie e coprire, in alcuni casi, le spese legali.

Secondo la ricostruzione di Bucolo, Missale aveva quindi una conoscenza diretta delle entrate, degli uomini che ricevevano uno “stipendio” e delle estorsioni ancora attive sul territorio.

La gestione dopo gli arresti dei capi

Il ruolo di Missale sarebbe cresciuto durante le fasi nelle quali numerosi esponenti di Castello Ursino si trovavano in carcere.

Secondo Bucolo, tra il 2012 e il 2013 il gruppo era guidato da Salvatore Mirabella. Dopo l’arresto di quest’ultimo, la gestione sarebbe passata ad Andrea Corallo e, successivamente, a Corrado Monaco e allo stesso Missale.

Quando anche Monaco venne arrestato, Missale sarebbe rimasto quasi solo a occuparsi delle attività del gruppo.

Bucolo ha riferito che Missale gestiva le estorsioni e gli affari di droga, trovandosi però in una situazione economica particolarmente difficile.

Alcuni investimenti nel traffico di stupefacenti condotti da Corrado Monaco e Andrea Corallo avrebbero prodotto ingenti debiti. Missale sarebbe stato costretto a utilizzare la cassa comune per coprirli, interrompendo il pagamento degli stipendi ad alcuni affiliati detenuti.

Gli “stipendi” ai detenuti

Il mantenimento degli uomini in carcere era uno degli elementi centrali dell’organizzazione.

Secondo Bucolo, tra i destinatari della cosiddetta “carta del Castello” figuravano Ernesto Marletta, Salvatore Mirabella, Corrado Monaco, Andrea Corallo, Emanuele Bonaccorso e Pierpaolo Di Gaetano.

Per un periodo Missale avrebbe provveduto personalmente al mantenimento di Ernesto Marletta, considerato il principale riferimento del gruppo.

Bucolo ha dichiarato che lo stipendio di Marletta non sarebbe mai stato sospeso, a differenza di quelli destinati ad altri detenuti.

La scelta di utilizzare parte della cassa per coprire i debiti derivanti dalla droga provocò però forti malumori tra gli uomini che non ricevevano più il sostegno economico atteso.

Il confronto con Bucolo dopo la scarcerazione

Rosario Bucolo tornò libero il 9 gennaio 2019.

Il giorno stesso della scarcerazione incontrò Santo Missale, che gli avrebbe illustrato la situazione del gruppo di Castello Ursino.

Bucolo chiese perché durante la detenzione non avesse ricevuto alcun sostegno economico. Missale gli spiegò che non vi erano più fondi sufficienti a causa degli investimenti illeciti e dei debiti accumulati da Corallo e Monaco.

Secondo Bucolo, Missale gli fece anche un quadro completo delle estorsioni ancora attive e degli uomini che facevano parte del gruppo.

In quel momento Castello Ursino continuava a fare riferimento a Ernesto Marletta, sebbene detenuto. Tra gli uomini attivi o riconosciuti come appartenenti al gruppo vi erano Mirabella, Corallo, Monaco, Missale, Emanuele Bonaccorso e Pierpaolo Di Gaetano.

Il passaggio della gestione a Rosario Bucolo

Dopo la scarcerazione, Bucolo iniziò progressivamente a prendere in mano la gestione operativa del gruppo.

Missale avrebbe svolto una funzione di raccordo, mettendolo al corrente delle attività esistenti e presentandogli gli imprenditori sottoposti alle richieste estorsive.

Uno degli episodi più rilevanti riguarda l’amministratore di un’azienda del settore ittico.

Secondo Bucolo, Missale gli raccontò che l’estorsione ai danni dell’imprenditore era stata avviata insieme ad Andrea Corallo e Corrado Monaco.

Missale avrebbe poi accompagnato Bucolo a un incontro con un imprenditore della pescheria di Catania che da quel momento avrebbe dovuto consegnare il denaro direttamente al nuovo reggente di Castello Ursino.

L’imprenditore avrebbe successivamente versato a Bucolo 400 euro al mese dal 2020 al 2023.

La tentata estorsione alla ditta del settore Ittico

Dopo il passaggio della riscossione a Bucolo, Missale avrebbe tentato di ottenere nuovamente denaro dall’imprenditore.

La contestazione riguarda un episodio avvenuto in data prossima al 2 settembre 2022.

Secondo la sentenza, Missale cercò di costringere l’imprenditore a consegnargli una somma di denaro sfruttando la forza intimidatrice derivante dalla propria appartenenza mafiosa.

Il tentativo non andò a buon fine per il rifiuto dell’imprenditore stesso.

Il giudice ha ritenuto provata la responsabilità di Missale per la tentata estorsione aggravata, richiamando le dichiarazioni di Bucolo e gli ulteriori elementi raccolti nel procedimento.

I mille euro chiesti a Natale

Un’altra vicenda riguarda un imprenditore attivo nella produzione di casse funebri.

Secondo l’accusa accolta dal giudice, tra il maggio del 2011 e il novembre del 2013 Missale e Salvatore Mirabella avrebbero costretto l’imprenditore a consegnare mille euro durante il periodo natalizio.

La somma sarebbe stata richiesta come contributo per il mantenimento dei detenuti e dei loro familiari.

Bucolo ha indicato tra gli uomini coinvolti nell’estorsione anche Corrado Monaco e Mario Palumbo, oltre a Missale e Mirabella.

La richiesta si inseriva nel sistema attraverso il quale il gruppo finanziava la cassa comune e garantiva assistenza economica agli affiliati finiti in carcere.

Le estorsioni considerate proprietà del gruppo

Il controllo delle richieste estorsive divenne uno dei principali motivi di conflitto interno.

Missale, Mirabella, Monaco e Corallo ritenevano di avere diritto a trattenere le somme provenienti da alcune estorsioni che avevano avviato negli anni precedenti.

Bucolo sosteneva invece che tutto il denaro ottenuto utilizzando il nome di Castello Ursino dovesse appartenere al gruppo e confluire nella cassa comune.

La questione riguardava anche l’estorsione ai danni della ditta di prodotti ittici e quella imposta a un ristorante.

Bucolo racconta di essersi opposto alla pretesa degli altri uomini di trattenere l’intera somma. A suo giudizio, nessun affiliato poteva considerare personale un’estorsione realizzata sfruttando la forza intimidatrice del sodalizio.

Vicino a Mirabella nello scontro interno

Durante la contesa per il comando di Castello Ursino, Missale viene descritto come uno degli uomini più vicini a Salvatore Mirabella.

Dalla parte di Mirabella si sarebbero schierati anche Corrado Monaco e Andrea Corallo. Pierpaolo Di Gaetano era invece più vicino a Bucolo ed Ernesto Marletta.

Mirabella rivendicava il ruolo acquisito durante la detenzione degli uomini storici e avrebbe proposto a Bucolo di dividersi la gestione del gruppo, estromettendo Marletta.

Bucolo rifiutò la proposta e continuò a riconoscere Marletta come capo.

Le intercettazioni mostrano Missale mentre discute con Bucolo della difficile convivenza tra i due schieramenti. Parlando dei contrasti, utilizzava l’immagine di due persone che non potevano rimanere nello stesso cortile perché «l’aria non basta per tutti e due».

Il ruolo di intermediario

Missale appare nella sentenza anche come un uomo capace di muoversi tra le diverse componenti del gruppo.

Portava messaggi, riferiva le decisioni degli affiliati detenuti e partecipava ai chiarimenti tra gli uomini di Castello Ursino.

Bucolo ha raccontato che fu proprio Missale a consegnargli un “pizzino” proveniente dal carcere. Nel biglietto sarebbe stato comunicato che Andrea Corallo, per volontà di Francesco Santapaola, avrebbe da quel momento risposto direttamente a quest’ultimo.

Missale manteneva inoltre contatti con Salvatore Mirabella e con gli uomini a lui vicini, pur continuando a confrontarsi anche con Bucolo.

Questa posizione lo rendeva uno dei soggetti più informati sugli equilibri, sulle entrate economiche e sulle divisioni interne.

Gli affari nel traffico di droga

Le dichiarazioni dei collaboratori attribuiscono a Missale anche un coinvolgimento nel traffico di sostanze stupefacenti.

Un collaboratore ha riferito che già nel 2013 Missale si occupava sia delle estorsioni sia della droga.

In un’occasione avrebbe cercato marijuana da cedere a un proprio cliente. Attraverso alcuni contatti gli sarebbero stati procurati 200 grammi di sostanza. In un altro episodio avrebbe acquistato ulteriori 100 grammi.

Il collaboratore ha però precisato che, in questi casi, Missale avrebbe comprato la droga per conto proprio e non per il gruppo di Castello Ursino.

Resta invece collegata alla vita economica del sodalizio la crisi provocata dai debiti derivanti dagli affari di droga condotti da Monaco e Corallo, che Missale avrebbe cercato di coprire utilizzando le disponibilità della cassa comune.

Il passaggio al gruppo Nizza-Turi Amato

La contestazione associativa colloca Missale nel gruppo di Castello Ursino fino all’agosto del 2022.

Nel settembre successivo sarebbe risultato affiliato al gruppo Nizza-Turi Amato.

Il passaggio si inserisce nella fase di disgregazione provocata dallo scontro tra Bucolo, Mirabella e gli altri uomini che rivendicavano il controllo delle vecchie estorsioni.

Dopo l’allontanamento di Mirabella da Castello Ursino, gli uomini a lui maggiormente legati si sarebbero avvicinati all’articolazione mafiosa operante nel quartiere di San Cristoforo.

Missale viene quindi descritto come uno degli esponenti che, dopo avere ricoperto per anni un ruolo operativo a Castello Ursino, avrebbe cambiato gruppo di riferimento.

La posizione della difesa

Nel processo la difesa di Santo Missale ha chiesto l’assoluzione dall’accusa di associazione mafiosa, sostenendo che il fatto non sussistesse.

In subordine è stata chiesta l’esclusione dell’aggravante relativa alla disponibilità di armi.

Per le accuse di estorsione e tentata estorsione, la difesa ha sollecitato l’esclusione della recidiva e il riconoscimento delle attenuanti generiche.

Il Pubblico ministero aveva chiesto la condanna di Missale a 17 anni e quattro mesi di reclusione.

La condanna a 14 anni e otto mesi

Il Gup ha ritenuto Santo Missale colpevole di partecipazione all’associazione mafiosa e di estorsione.

I reati sono stati unificati dal vincolo della continuazione.

La condanna inflitta in primo grado è stata di 14 anni e otto mesi di reclusione.

Il giudice ha inoltre disposto l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e, una volta espiata la pena, la libertà vigilata per tre anni.

Missale è stato condannato anche al risarcimento dei danni, da quantificare in sede civile, in favore del Ministero dell’Interno, della Regione Siciliana, del Comune di Catania e dell’Associazione nazionale antimafia “Alfredo Agosta”.

L’uomo che teneva i conti di Castello Ursino

Quella che emerge dalla sentenza è la storia di un uomo che non avrebbe occupato formalmente il vertice di Castello Ursino, ma che per anni ne avrebbe gestito alcuni degli strumenti più importanti.

Missale raccoglieva le estorsioni, custodiva la cassa, pagava gli affiliati e manteneva i contatti con gli uomini detenuti. Allo stesso tempo partecipava agli affari di droga e alle discussioni sui rapporti di forza all’interno dell’organizzazione.

Il suo ruolo sarebbe diventato ancora più importante nei periodi in cui i capi erano in carcere, fino a renderlo uno dei principali custodi della memoria economica e criminale del gruppo.

Una posizione centrale, ma anche esposta alle tensioni provocate dai debiti, dalle rivendicazioni sulle estorsioni e dalla battaglia per il comando che avrebbe infine diviso Castello Ursino.

Salvo Giuffrida

Salvo Giuffrida

Salvatore Giuffrida (OdG Sicilia N^ 171391). Classe 1970 giornalista (ex chimico). Il mio motto: “Seguire ma mai inseguire”.