26 Luglio 2026
I fallimenti Usa da Hormuz a Bab al-Mandab

Dallo Stretto di Hormuz a Bab al-Mandab: la guerra che certifica i fallimenti degli USA in Iran
d Yari Lepre Marrani

Analisi geopolitica del dott. Yari Lepre Marrani
La guerra tra Stati Uniti e Iran sta entrando in una nuova fase. Non è più soltanto un confronto tra Washington e Teheran: è diventata una crisi regionale capace di coinvolgere direttamente Arabia Saudita, Yemen, rotte marittime strategiche e mercati energetici globali. L’attacco saudita contro obiettivi nello Yemen, seguito dalle azioni degli Houthi contro petroliere saudite nel Mar Rosso, dimostra che il conflitto si è ormai esteso dal Golfo Persico fino allo stretto di Bab al-Mandab, il secondo grande collo di bottiglia del commercio mondiale dopo Hormuz. Il risultato è immediato: il Brent è tornato oltre i 100 dollari al barile e i mercati finanziari hanno reagito con forti ribassi, segno che il rischio geopolitico è ormai diventato un fattore economico globale.
In questo scenario Donald Trump continua a rivendicare la propria strategia, sostenendo che Russia e Cina non stiano fornendo armamenti all’Iran e avvertendo che, se lo facessero, “sarebbe molto brutto per loro”. È una dichiarazione che vuole trasmettere deterrenza, ma che rivela anche un elemento meno rassicurante: gli Stati Uniti sembrano costretti a confidare più nella minaccia politica che nella capacità di controllare gli sviluppi del conflitto. Washington è consapevole che un coinvolgimento diretto di Mosca o Pechino trasformerebbe una guerra regionale in una crisi sistemica di proporzioni imprevedibili.
Il problema fondamentale, tuttavia, riguarda la strategia americana. La campagna militare non ha raggiunto alcun obiettivo decisivo. L’Iran continua a mantenere una significativa capacità offensiva, conserva la propria rete di alleati regionali e riesce addirittura ad allargare il teatro delle operazioni. Gli Houthi, sostenuti da Teheran, hanno aperto un secondo fronte marittimo che rende evidente come la superiorità militare americana non si traduca automaticamente in controllo geopolitico. È il paradosso che accompagna gli Stati Uniti da oltre vent’anni: vincere le battaglie senza riuscire a vincere la guerra.
È qui che emerge la maggiore debolezza della condotta di Trump. Se l’obiettivo fosse stato realmente il cambio di regime a Teheran, la campagna aerea avrebbe dovuto essere accompagnata da una strategia politica e militare molto più ampia. La storia insegna che i bombardamenti, da soli, raramente provocano il collasso di uno Stato. Lo dimostrò la Serbia nel 1999, lo dimostrò ancora di più l’Iraq di Saddam Hussein, che fu rovesciato soltanto attraverso un’invasione terrestre nel 2003, con costi umani, economici e politici enormi. Trump sembra invece perseguire una guerra di pressione permanente, nella speranza che il regime iraniano ceda senza un intervento diretto. È una scommessa che, almeno finora, non trova riscontro nei fatti. Forse è pura follia di un magnate ignorante.
Anzi, alcune valutazioni dell’intelligence americana suggeriscono un rischio opposto: secondo diverse ricostruzioni, Mojtaba Khamenei, considerato il possibile successore della Guida Suprema, sarebbe ancora più determinato del padre nel perseguire la capacità nucleare militare. Se questa analisi fosse corretta, la pressione militare potrebbe produrre un effetto inverso rispetto a quello auspicato da Washington, rafforzando la convinzione delle élite iraniane che soltanto la deterrenza atomica possa garantire la sopravvivenza del regime.
Sul piano storico, il conflitto conferma una tendenza iniziata molto prima dell’attuale amministrazione. Dalla fine della Guerra Fredda gli Stati Uniti hanno goduto di un predominio senza rivali, ma ogni grande intervento in Medio Oriente ha progressivamente ridotto il rendimento della loro potenza. Afghanistan, Iraq, Libia e, in misura diversa, Siria hanno dimostrato che la superiorità tecnologica non basta per costruire nuovi equilibri politici. La forza americana rimane immensa sul piano militare, ma appare sempre meno capace di tradursi in un ordine stabile.
Questo non significa che gli Stati Uniti siano una potenza in declino irreversibile o destinata a essere sostituita nell’immediato da un’altra egemonia. Significa, piuttosto, che il sistema internazionale sta diventando più frammentato. Potenze regionali come l’Iran riescono a esercitare una capacità di interdizione sproporzionata rispetto alle proprie dimensioni economiche, mentre attori non statali come gli Houthi possono incidere sui flussi energetici mondiali colpendo punti nevralgici del commercio internazionale. La geografia torna così a prevalere sulla tecnologia: controllare gli stretti marittimi significa influenzare l’economia globale.
La vera sconfitta strategica di Washington non consiste soltanto nell’assenza di risultati decisivi sul campo. Consiste nel fatto che ogni nuova escalation amplia il numero degli attori coinvolti senza avvicinare una soluzione politica. L’ingresso dell’Arabia Saudita nel conflitto yemenita riapre una guerra che sembrava essersi almeno parzialmente congelata dopo anni di devastazione, mentre il Mar Rosso diventa un’estensione naturale della crisi del Golfo. Ogni fronte aperto genera nuove vulnerabilità, nuovi costi economici e nuove occasioni di escalation.
In definitiva, questa guerra racconta soprattutto il cambiamento della posizione americana nel mondo. Gli Stati Uniti restano la principale potenza militare del pianeta, ma non riescono più a trasformare la forza in un vantaggio politico duraturo. È la differenza tra egemonia e predominio: la prima crea ordine, il secondo impone soltanto superiorità militare temporanea. La crisi tra Stati Uniti e Iran sembra confermare che Washington conserva ancora il predominio delle armi, ma fatica sempre di più a esercitare quell’egemonia politica che aveva caratterizzato il periodo successivo al 1991. E proprio questa distanza crescente tra potenza e risultati rappresenta forse il segnale più evidente del lento ridimensionamento dell’influenza americana nella geopolitica del XXI secolo.
Esiste poi un altro elemento che merita attenzione e che rischia di essere sottovalutato nel dibattito pubblico: il progressivo logoramento della deterrenza americana. Per oltre settant’anni la credibilità strategica degli Stati Uniti si è fondata su un principio relativamente semplice: colpire un alleato di Washington avrebbe comportato un prezzo insostenibile. Oggi, invece, la moltiplicazione dei fronti di crisi rende quella deterrenza più complessa e meno automatica. Gli avversari degli Stati Uniti sembrano aver compreso che la superpotenza americana dispone ancora di capacità militari senza eguali, ma incontra crescenti difficoltà nel trasformare tali capacità in una vittoria politica definitiva. È proprio in questa zona grigia che si inserisce la strategia iraniana.
Teheran non ha mai cercato uno scontro convenzionale diretto con gli Stati Uniti, che perderebbe inevitabilmente sul piano militare. Al contrario, da almeno quarant’anni ha costruito una rete di alleanze, milizie e attori non statali in grado di estendere la propria influenza ben oltre i confini nazionali. Hezbollah in Libano, le milizie sciite irachene, gli Houthi nello Yemen rappresentano tasselli di una stessa architettura strategica: trasformare ogni crisi locale in un problema regionale e rendere estremamente costoso qualsiasi tentativo di isolamento dell’Iran. È la dottrina della profondità strategica, affinata dopo la guerra con l’Iraq degli anni Ottanta, quando la Repubblica islamica comprese che la propria sopravvivenza non poteva dipendere soltanto dalla difesa dei propri confini.
L’errore americano è stato probabilmente quello di interpretare questa rete come una semplice somma di organizzazioni terroristiche o paramilitari, senza coglierne la funzione geopolitica. Ogni volta che Washington colpisce uno di questi attori, il conflitto tende ad allargarsi anziché restringersi. La crisi attuale lo conferma: mentre gli Stati Uniti concentrano l’attenzione sull’Iran, il Mar Rosso diventa un nuovo teatro operativo, il traffico commerciale viene compromesso e i costi economici ricadono sull’intero sistema internazionale, compresi gli stessi alleati occidentali.
In questo quadro emerge anche il comportamento, apparentemente prudente, di Russia e Cina. Entrambe evitano, almeno ufficialmente, un coinvolgimento militare diretto, consapevoli che uno scontro aperto con gli Stati Uniti non converrebbe a nessuno. Ciò non significa, tuttavia, che questa neutralità relativa rappresenti una vittoria diplomatica di Washington. Al contrario, Mosca e Pechino possono permettersi di osservare l’evoluzione della crisi mentre gli Stati Uniti consumano risorse economiche, capitale politico e credibilità internazionale in un conflitto dai contorni sempre più indefiniti. È una logica che ricorda quella della Guerra Fredda, quando spesso il vantaggio non consisteva nel vincere una guerra, ma nel lasciare che fosse il rivale a logorarsi.
Il paradosso è evidente. Gli Stati Uniti continuano a possedere il bilancio militare più elevato del pianeta, una rete globale di basi senza paragoni e una superiorità tecnologica che nessun altro Paese può oggi eguagliare. Eppure il potere internazionale non si misura soltanto con il numero di portaerei o con la precisione dei missili. Si misura soprattutto con la capacità di orientare gli eventi politici. Da questo punto di vista, il Medio Oriente continua a rappresentare il banco di prova più difficile per qualsiasi amministrazione americana. Da George W. Bush a Barack Obama, da Joe Biden a Donald Trump, le differenze di approccio sono state profonde, ma il risultato finale appare sorprendentemente simile: nessun presidente è riuscito a costruire un nuovo equilibrio regionale favorevole agli interessi occidentali.
Forse è proprio questa la lezione più importante della crisi attuale. Il tramonto delle grandi potenze non coincide necessariamente con una sconfitta militare spettacolare, come accadde all’Impero napoleonico o al Terzo Reich. Più spesso si manifesta attraverso un lento deterioramento della capacità di incidere sugli equilibri internazionali. L’Impero britannico rimase per decenni una formidabile potenza navale anche quando non era più in grado di governare il sistema mondiale. L’Unione Sovietica disponeva del più grande arsenale nucleare del pianeta pochi anni prima del proprio collasso. Allo stesso modo, gli Stati Uniti potrebbero continuare ancora a lungo a essere la prima potenza militare globale senza essere più l’attore capace di determinare, da solo, il corso della politica internazionale.
La guerra con l’Iran rischia dunque di assumere un valore simbolico che va ben oltre il Medio Oriente. Essa rappresenta il confronto tra una superpotenza ancora dominante sul piano militare e un ordine internazionale sempre più multipolare, nel quale anche attori regionali possono condizionare gli equilibri globali. Se Washington non riuscirà a trasformare la superiorità bellica in una soluzione politica credibile, il vero vincitore non sarà necessariamente Teheran. Sarà il principio stesso della frammentazione del potere mondiale, nel quale nessuno è abbastanza forte da imporre un ordine stabile, ma molti sono sufficientemente forti da impedirne la costruzione.
Chi è Yari Lepre Marrani






