18 Luglio 2026

In Medi Oriente l’Unione Europea ha fallito

In Medi Oriente l’Unione Europea ha fallito

L’Unione Europea ha fallito, si alzi l’Europa dei popoli per affermare sé stessa sullo scenario geopolitico internazionale. Un riflessione

d Yari Lepre Marrani



Il ritorno della guerra aperta in Medio Oriente e il perdurare del conflitto alle porte orientali del continente stanno mettendo a nudo una verità storica che ottant’anni di retorica comunitaria hanno tentato di nascondere: l’Europa, come soggetto geopolitico, non esiste.

La recente escalation tra Stati Uniti e Iran non ha soltanto incendiato nuovamente il quadrante mediorientale, ma ha proiettato un fascio di luce spietato sull’assoluta irrilevanza strategica di Bruxelles. Mentre Washington conduce raid mirati, Teheran minaccia il blocco dello Stretto di Hormuz — arteria vitale per l’economia globale — e Israele definisce autonomamente la propria postura militare, l’Unione Europea si riduce al ruolo di spettatrice non pagante. La richiesta dell’Alto rappresentante Kaja Kallas di “sedere ai tavoli diplomatici” risuona come un grido nel vuoto: nessuno ascolta Bruxelles, nessuno la riceve. I dossier decisivi vengono gestiti sull’asse Washington-Tel Aviv o nei canali diretti con le potenze regionali. La Francia, allineandosi rigidamente alla linea dura che esclude ogni allentamento delle sanzioni finché l’Iran non rinuncerà ai programmi nucleare e missilistico, conferma la totale assenza di un’iniziativa strategica autonoma. L’Europa non decide; l’Europa recepisce.

Il grande imbroglio istituzionale e la lezione della storia

Da oltre ottant’anni, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, i popoli europei assistono alla narrazione di un’integrazione progressiva. In realtà, le istituzioni dell’Unione Europea si sono rivelate un gigantesco imbroglio politico e storico. Attraverso la burocrazia di Bruxelles, i comitati e i vertici fluviali, l’Europa finge di possedere una personalità giuridica e politica internazionale che nessun attore globale — dagli Stati Uniti alla Russia, dalla Cina all’Iran — le riconosce nei fatti.

La storia insegna che le confederazioni di Stati o le unioni puramente mercantili non hanno mai retto l’urto della grande storia. L’Impero Romano, lo Stato moderno francese, o gli stessi Stati Uniti d’America non sono nati da compromessi doganali, ma dalla concentrazione del potere sovrano: moneta, legge e, soprattutto, le armi. L’Unione Europea ha invertito il processo artificialmente, creando una moneta senza Stato e una diplomazia senza esercito. Il risultato è un gigante economico dai piedi d’argilla, affetto da un’impotenza cronica e divenuta via via patologica.

 

La triangolazione mediorientale e la sudditanza atlantica

L’impasse nella crisi USA-Iran è il sintomo di una patologia più profonda: la perdurante sudditanza psicologica, politica e militare nei confronti degli Stati Uniti. Nati geopoliticamente come protettorato americano nel secondo dopoguerra per arginare l’Unione Sovietica, gli Stati europei non si sono mai affrancati da questa minorità strategica.

Nei rapporti con il Medio Oriente, l’Europa si trova stretta in una morsa:

  • con gli Stati Uniti: l’UE agisce come un partner junior privo di diritto di veto, costretto a subire le oscillazioni della politica estera di Washington.
  • con Israele: l’Europa è paralizzata da divisioni interne e sensi di colpa storici, incapace di esprimere una linea di mediazione che non sia la sterile ripetizione di formule burocratiche.
  • con l’Iran: Bruxelles ha fallito nel preservare gli accordi sul nucleare (JCPOA), dimostrando di non poter garantire alcuna copertura economica o politica alle controparti quando Washington decide unilateralmente di rompere i trattati.

Questa totale delega della sicurezza collettiva oltreoceano ha sterilizzato la capacità di pensiero strategico europea.

La minaccia a Est: l’Ucraina come prova assoluta

Se il Medio Oriente dimostra l’irrilevanza diplomatica dell’Europa, l’aggressione militare della Russia putiniana all’Ucraina ne costituisce la condanna geopolitica definitiva. L’espansionismo di Mosca ad est non è solo una minaccia per Kiev, ma un attacco diretto all’incolumità del continente.

Di fronte a un conflitto di attrito ad alta intensità ai suoi confini, l’Europa ha mostrato limiti drammatici: l’incapacità di produrre e fornire armamenti in tempi rapidi senza il supporto logistico e industriale americano, le spaccature interne sui veti dei singoli Stati membri e la totale assenza di una visione comune sul futuro dell’architettura di sicurezza europea. L’Ucraina ha dimostrato che la difesa dello spazio europeo dipende ancora interamente dal Pentagono. Senza l’ombrello nucleare e convenzionale statunitense, l’Europa occidentale sarebbe militarmente vulnerabile e politicamente ricattabile.

L’unica via d’uscita: “Forzare” l’Unità

La risposta alla domanda se l’Unione sia ancora un protagonista mondiale è un no categorico. L’Europa attuale è destinata a una marginalità irreversibile, a essere terreno di scontro o di spartizione tra imperi effettivi.

La strada dei piccoli passi, dei trattati emendati e del consenso unanime ha fallito. Per evitare il suicidio storico, l’unica via rimasta è forzare l’unità. Non c’è più tempo per attendere la maturazione spontanea di una coscienza comune che ventisette nazionalismi domestici continueranno a sabotare. È necessario un atto di rottura politico: la creazione forzata di un nucleo duro di Stati che dia vita a un vero Super-Stato unito militarmente, politicamente e giuridicamente.

Questo significa:

  1. Un esercito unico europeo, sotto un comando centralizzato non soggetto al veto dei parlamenti nazionali.
  2. Una politica estera unica, decisa a maggioranza e dotata di pieni poteri di rappresentanza coercitiva.
  3. La dissoluzione delle finzioni burocratiche attuali a favore di una vera sovranità federale.

La storia non concede sconti ai simulacri. O l’Europa trova il coraggio politico di imporre a se stessa la nascita di una superpotenza reale, o rimarrà ciò che è oggi: una splendida penisola ricca di storia, ma totalmente priva di futuro.

Questo passaggio storico non ammette transizioni morbide, poiché la natura stessa del potere internazionale rifiuta il vuoto. Nella grammatica della geopolitica classica, uno spazio geografico denso di capitali ma privo di forza coercitiva cessa di essere un soggetto per trasformarsi, inevitabilmente, in un oggetto della contesa altrui. L’insistenza scientifica con cui le élite di Bruxelles continuano a invocare il soft power e la superiorità del modello normativo europeo non è che la razionalizzazione accademica di un’impotenza strutturale. Fintanto che il monopolio della forza legittima rimarrà frammentato in ventisette dottrine di difesa nazionali – spesso antitetiche tra loro per interessi geografici e retaggi coloniali – qualsiasi proiezione di politica estera comune rimarrà un esercizio di retorica diplomatica.

La forzatura dell’unità politica non è dunque un’opzione ideologica, ma un imperativo sistemico di sopravvivenza. Se la crisi mediorientale ha sancito l’esclusione formale dell’Europa dalle dinamiche di equilibrio globale e la pressione russa a est ne minaccia l’integrità territoriale, il superamento dello Stato-nazione non può più avvenire per via negoziale e incrementale. La storia delle grandi integrazioni politiche insegna che la sovranità non si cede parzialmente: si trasferisce attraverso una rottura costituente. Solo la nascita immediata di un blocco egemonico continentale, capace di centralizzare il comando militare e di esprimere un’unica volontà di potenza, potrà sottrarre i popoli europei a un destino di subalternità strategica, configurandosi come l’unico vero antidoto alla progressiva colonizzazione geopolitica da parte delle superpotenze globali.

Da una prospettiva puramente politologica, il dramma dell’Europa risiede in un’aporia strutturale: l’illusione di poter esercitare una gubernaculum (l’azione di governo) senza detenere la auctoritas (l’autorità sovrana). Il sistema istituzionale nato dai trattati di Maastricht e Lisbona ha formalizzato un’anomalia teorica, separando la governance economica dalla decisione politica suprema, quella che Carl Schmitt identificava nella capacità di distinguere l’amico dal nemico e di decidere sullo stato di eccezione. Di fronte alle linee di faglia geopolitiche che si incendiano a Gaza, nel Golfo Persico e nel Donbass, questa architettura rivela la sua natura di guscio vuoto. L’Unione Europea gestisce flussi, regolamenta mercati e amministra procedure, ma è ontologicamente incapace di compiere l’atto politico per eccellenza: l’affermazione di una volontà di potenza sovrana nello scenario internazionale.

Questa paralisi non è un accidente della storia, ma la conseguenza diretta di un deficit di sovranità che logora il continente dall’interno. Il multilateralismo normativo di cui Bruxelles si è fatta paladina per decenni si sta rivelando, nell’arena del nuovo realismo globale, un disarmante anacronismo. Quando gli attori imperiali — siano essi democratici come gli Stati Uniti o autocratici come la Russia e le potenze teocratiche mediorientali — agiscono secondo la logica della pura forza e dell’interesse nazionale, lo strumento giuridico europeo si riduce a feticcio inutile. Il collasso del sistema internazionale basato sulle regole costringe i popoli europei a guardare dentro l’abisso della propria nudità strategica: senza un nucleo sovrano che accentri il monopolio della forza e della diplomazia, la cooperazione intergovernativa non è che un comitato d’affari transitorio.

Pertanto,il superamento della crisi non può passare attraverso la palude del consenso unanime, che agisce storicamente come un coefficiente di neutralizzazione politica. La transizione verso un Super-Stato continentale richiede un atto di decisione pura, una rottura della continuità giuridica attuale che imponga un’egemonia costituente. In termini politologici, la sopravvivenza dell’Europa richiede il passaggio definitivo dalla logica pattizia dell’alleanza di Stati alla logica decisionista dello Stato imperiale. Solo attraverso questa metamorfosi traumatica l’Europa potrà smettere di essere un mero spazio di calcolo per le strategie altrui e rivendicare, finalmente, la propria soggettività nella storia.

Chi è Yari Lepre Marrani

“Il dott. Yari Lepre Marrani è scrittore, giornalista culturale e analista geopolitico. Scrive su numerose testate sfruttando le proprie competenze storico – giuridiche.
Sull’Avanti! (organo ufficiale del PSI) cura una rubrica di carattere storico ed è analista geopolitico per il quotidiano online NG(Notizie Geopolitiche).
Importante menzionare la sua collaborazione con il quadrimestrale dell’AMI(Associazione Mazziniana Italiana), Il Pensiero Mazziniano, con il quale Marrani collabora da anni con articoli o brevi saggi ispirati al pensiero repubblicano. Da settembre 2023 Marrani è inserito tra i poeti contemporanei di WikiPoesia al seguente link: https://www.wikipoesia.it/wiki/Yari_Lepre_Marrani“.

 

Ultimo aggiornamento

redazione

redazione