11 Luglio 2026

Dai barconi alle chitarre: il legno dei migranti diventa musica

Dai barconi alle chitarre: il legno dei migranti diventa musica

Dalle tragedie del Mediterraneo alla musica che unisce: a Santa Venerina il legno dei barconi diventa speranza
Nella cooperativa «Rò La Formichina», ai piedi dell’Etna, profughi, ragazzi con disabilità e detenuti costruiscono chitarre e viole insieme al liutaio Salvo Zappalà. Un viaggio dal dolore al riscatto.
SANTA VENERINA. Può un pezzo di legno che ha trasportato dolore, paura e speranza tra le onde del Mediterraneo trasformarsi in uno strumento di unione e armonia? La risposta è sì, e si trova in un paesino di 7.500 anime ai piedi dell’Etna. Qui, la materia scartata dalle spiagge siciliane incontra le vite di chi è stato spesso escluso dalla società. Insieme, rinascono. L’idea prende vita all’interno della cooperativa sociale Rò La Formichina, promossa dalla Comunità Papa Giovanni XXIII. In questa falegnameria speciale, ragazzi con disabilità mentali gravi, profughi in fuga dalle guerre e giovani provenienti dal circuito penale lavorano fianco a fianco. La loro ultima sfida è un laboratorio di liuteria, dove i vecchi barconi dei migranti si trasformano in chitarre e viole.
«In quel legno sentiamo il carico di umanità»
A guidare le mani dei ragazzi c’è il liutaio locale Salvatore “Salvo” Zappalà. È lui a selezionare quelle assi di 6 o 8 metri, nate come semplici barche da pesca e poi caricate oltre ogni limite per traversate disperate.
«Abbiamo raccolto quel legno sentendo il carico di umanità che un semplice pezzo può portare. Questa chitarra è un pezzo unico, come unica è ogni persona che incontriamo. Abbiamo scelto di darle il nome di una sorella o un fratello che non sono riusciti ad arrivare qui, dall’altro lato del Mediterraneo.»
Il valore di questi strumenti non è solo musicale, ma risiede nella memoria profonda nascosta nelle loro venature.
«Sentiamo l’importanza di parlare di loro, di restituire dignità a queste storie affondate, per ricordarci del valore dell’accoglienza verso chi arriva. Quando qualcuno la prenderà tra le mani sentirà la preziosità di questo oggetto e le storie che si porta dietro. Quando la suonerà, o sentirà suonare, potrà ascoltare il rumore delle onde e di una barca che si muove, lo scalpitio dei piedi sulla barca, come è profondo il respiro di chi prega di arrivare. Avvertirà quanto sono grandi i sogni, quanto è profonda la speranza, quanta umanità scorre in queste fibre. Seguirà lo sguardo di chi è rivolto all’orizzonte e ci si sentirà parte di questo grido pace e di giustizia.»
Investire nelle relazioni, non nel profitto
Dietro questo miracolo quotidiano c’è la visione di Marco Lovato, responsabile della cooperativa, che da 32 anni vive in Sicilia all’interno di una casa famiglia. Per Marco, l’economia deve rimettere al centro l’uomo, azzerando le differenze tra chi “aiuta” e chi “viene aiutato”.
«C’è chi investe nel guadagno e chi nelle relazioni. Molti di noi nell’altro hanno trovato una risposta profonda ai propri bisogni. Solo insieme si può andare lontano. In comunità e in cooperativa la nostra esperienza si basa proprio su questo approccio. Tante volte pensiamo di voler essere di aiuto per gli altri, ma in realtà sono “questi altri” che ci hanno aiutato in molte delle nostre difficoltà.»
La falegnameria diventa così uno spazio protetto, un ecosistema dove la diversità non è un limite, ma la vera forza del gruppo. È il caso di Zeyd, fuggito dalla Siria con la famiglia, o di Simone, un ragazzo con una grave disabilità intellettiva che in bottega si trasforma in una risorsa insostituibile.
«È uno degli operatori più in gamba perché sa tirare fuori il meglio dei suoi colleghi e compagni. Lavorare con lui significa essere aperti e disponibili a fare una parte del lavoro in cui Simone non riesce del tutto. Non esistono differenze, non importa che tu sia un profugo o un ragazzo proveniente dal carcere, si lavora insieme valorizzando le proprie capacità e costruendo il proprio futuro.»
Dal buio della stiva all’applauso dei teatri
Il progetto di Santa Venerina – sostenuto dal bando “Realizziamo il Cambiamento con il Sud” – si inserisce in una rete più ampia. L’ispirazione è nata dal “violino del mare” realizzato nel carcere di Opera a Milano, un’iniziativa che ha poi contagiato diverse realtà carcerarie italiane fino a dare vita a una vera e propria Orchestra del Mare, capace di calcare palchi prestigiosi come quello della Scala.
Salvo Zappalà ha voluto fortemente che questa ondata di solidarietà arrivasse anche in Sicilia, terra di sbarchi e di frontiera.
«Come recita l’articolo 27 della nostra Costituzione, “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Abbiamo costruito una viola da gamba e circa dieci chitarre. Quando sono venuto a conoscenza del violino del mare, mi sono detto che dovevo fare anch’io qualcosa. Questo è un legno speciale, ispira qualcosa, non è normale. Un legno abituato a sentire urla brutali, gemiti, violenze che speriamo alla fine possa sentire l’applauso dei teatri. Dopo aver attraversato il mare, quando sembrava morto, è diventato musica.»
Oggi la viola del mare ha già suonato al Festival Internazionale di Musica Antica a Erice e in molte altre città. L’obiettivo della cooperativa è far viaggiare questi strumenti ovunque, superando barriere fisiche e mentali, per dimostrare che anche lo scarto più doloroso può trasformarsi in un canto di pace nel cuore del Mediterraneo.
Mario Pafumi

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Mario Pafumi

Mario Pafumi

mario.pafumi@tiscali.it Mario Pafumi (OdG Sicilia N° 165054) Classe 1956. Giornalista pubblicista dal 1993. Sono stato responsabile di diversi uffici stampa e direttore responsabile di alcune testate cartacee e online. Dal 1990 corrispondente del Giornale di Sicilia, e dall'apertura, di GdS online. Redattore di Freepressonline dal 2024.