05 Luglio 2026
Privatizzazione SAC, il silenzio delle categorie pesa più delle parole

La privatizzazione della SAC procede mentre le associazioni di categoria restano in silenzio. Il caso Camera di Commercio del Sud Est Sicilia e il nodo della rappresentanza delle imprese
di Franz Cannizzo – Presidente di Abbetnea

SAC E IL SILENZIO DELLE ASSOCIAZIONI DI CATEGORIA : QUANDO CHI DOVREBBE PARLARE NON PARLA !
La privatizzazione SAC avanza e le associazioni di categoria della Camera di Commercio del Sud Est Sicilia restano mute. Un’anomalia istituzionale che merita di essere spiegata e che dice molto sul sistema di potere che governa questa vicenda.
C’è un silenzio che pesa più di molte parole in questa vicenda. Non è il silenzio di SAC, che ha risposto, anche se con comunicati che evitano le domande che contano. Non è il silenzio del governo, che ha mandato un ministro a Catania per celebrare l’operazione. Non è nemmeno il silenzio dei sindacati, che hanno protocollato note formali, chiesto dimissioni, firmato documenti come CISAL E LEGEA.
È il silenzio delle associazioni di categoria.
Confindustria Catania. Confcommercio, con la sola eccezione del suo presidente Agen, che ha parlato a titolo personale in modo tanto coraggioso quanto isolato. Confartigianato. CNA. Confesercenti. Coldiretti. Confcooperative. API. Tutte le organizzazioni che siedono nel Consiglio della Camera di Commercio del Sud Est Sicilia o che vi siederebbero se il Consiglio fosse stato rinnovato invece di giacere commissariato da tre anni e mezzo.
Quelle organizzazioni rappresentano le imprese di Catania, Ragusa e Siracusa. Rappresentano gli operatori economici che usano l’aeroporto ogni giorno, per mandare merci, per ricevere clienti, per muovere dipendenti, per partecipare a fiere internazionali. Rappresentano il sistema produttivo di un territorio che dipende strutturalmente dalla connettività aerea perché non ha alta velocità ferroviaria, perché è un’isola, perché il suo sviluppo passa inevitabilmente da Fontanarossa.
Eppure non si sentono.
La Camera di Commercio come soggetto istituzionale, il paradosso al centro di tutto
Per capire il silenzio delle categorie bisogna capire la struttura della Camera di Commercio del Sud Est Sicilia. Non è uno dei tanti enti pubblici periferici. È il socio di maggioranza assoluta di SAC, con il 60,64% delle azioni. È il soggetto che, più di qualsiasi altro, determinerà le condizioni della privatizzazione. È il soggetto che incasserà tra 250 e 300 milioni di proventi dalla cessione.
E la Camera di Commercio non è un ente della politica. Almeno non dovrebbe esserlo. Per statuto e per legge è un ente di rappresentanza delle categorie economiche,artigiani, commercianti, industriali, agricoltori, cooperative, professionisti. Il suo Consiglio, quando viene eletto democraticamente, esprime la voce del sistema produttivo del territorio. Non della politica ,del mercato.
Quando il Consiglio camerale è regolarmente insediato, le decisioni strategiche, come la cessione del 60,64% di SAC, vengono discusse, deliberate e votate dai rappresentanti delle categorie. Ogni associazione di categoria ha i propri consiglieri. Ogni consigliere risponde ai propri associati. La catena di accountability è chiara e verificabile.
Il commissariamento ha spezzato quella catena. Da tre anni e mezzo le decisioni che riguardano la Camera di Commercio, inclusa la decisione più importante della sua storia, la cessione della quota SAC, vengono prese da un commissario nominato dall’esterno, senza mandato democratico delle categorie, senza che le associazioni possano esercitare il controllo che la loro rappresentanza istituzionale dovrebbe garantire.
Le categorie sono state espropriate della propria voce istituzionale. E paradossalmente, questo è il punto più inquietante, sembrano accettarlo in silenzio.
Le possibili interpretazioni del silenzio — un’analisi senza pregiudizi
Il silenzio di soggetti che avrebbero tutto l’interesse a parlare non si spiega con una sola causa. Esistono almeno cinque interpretazioni possibili, non mutuamente esclusive.
La prima — il disinteresse informato
Non è da escludere che molte delle associazioni di categoria non abbiano letto nel dettaglio i documenti dell’operazione, il bando, il Teaser Mediobanca, il bilancio SAC 2025. La privatizzazione di una società per azioni è una materia tecnica che richiede competenze specifiche. Le segreterie delle associazioni di categoria sono spesso sottodimensionate per affrontare un’analisi di questa complessità. Il silenzio potrebbe essere semplicemente il silenzio di chi non ha gli strumenti per capire cosa sta succedendo e quindi preferisce non esporsi su una materia di cui non è sicuro di avere piena padronanza.
La seconda — la prudenza strategica
Le associazioni di categoria hanno relazioni continue con gli enti pubblici, per i finanziamenti agevolati, per le autorizzazioni, per i tavoli istituzionali, per le convenzioni. Esporsi criticamente su un’operazione sponsorizzata dal governo nazionale, dalla Regione Siciliana e dagli stessi enti che gestiscono la Camera di Commercio ha un costo di relazione che non tutte le associazioni sono disposte a pagare. Il silenzio può essere una scelta razionale di preservazione delle relazioni istituzionali, anche a scapito della rappresentanza degli interessi degli associati.
La terza — la cooptazione preventiva
È la spiegazione più sottile e più difficile da documentare. Se alcune delle associazioni di categoria hanno già ricevuto, formalmente o informalmente, la promessa di un ruolo nel processo successivo alla privatizzazione, il loro silenzio è il prezzo di quella promessa. Non è necessariamente corruzione nel senso penale. È la logica della cooptazione: chi viene incluso nel processo non ha incentivo a criticarlo pubblicamente. E in un sistema dove le posizioni di governance delle società partecipate vengono distribuite secondo logiche di rappresentanza, delle categorie prima ancora che della politica — la promessa di un posto nel nuovo CDA, o di un ruolo nella governance residua del socio pubblico, è una moneta di scambio potente.
La quarta — la solidarietà istituzionale con il commissario
Il commissario straordinario della CCIAA è espressione di un sistema di relazioni che include anche le stesse categorie. Alcune associazioni potrebbero considerare il commissario un interlocutore affidabile e competente, indipendentemente dai dubbi sulla legittimità formale del suo mandato prolungato e quindi non avere interesse a mettere in discussione la sua azione. È una forma di solidarietà istituzionale che prescinde dal merito delle decisioni.
La quinta — la paura
Non va sottovalutata. In un contesto dove gli esposti alle Procure si moltiplicano e il processo è sotto osservazione di più autorità di controllo, alcune associazioni potrebbero preferire il silenzio per non rischiare di essere associate a una vicenda che potrebbe svilupparsi in direzioni imprevedibili. Il silenzio come forma di prudenza difensiva, non verso il processo, ma verso le conseguenze giuridiche di un’eventuale presa di posizione pubblica.
Agen — la voce solitaria che dice tutto sul sistema
In questo contesto il coraggio di Pietro Agen assume un significato che va oltre la sua dichiarazione specifica. Il presidente di Confcommercio Catania, che siede nella Camera di Commercio in rappresentanza di una delle categorie più numerose e più direttamente interessate all’operatività dell’aeroporto, ha detto pubblicamente quello che molti suoi colleghi pensano privatamente.
“È come se l’inquilino vendesse la casa del proprietario.” E ancora: “Sentire che la tangente è scontata fa rabbrividire.”
Queste frasi non sono uscite da un convegno di opposizione politica. Sono uscite da un convegno di Forza Italia. Il partito che esprime il presidente della Regione Schifani. Il partito che ha condiviso e sostenuto il percorso di privatizzazione.
Il fatto che Agen abbia parlato in quel contesto, non in un convegno di opposizione, non in un’assemblea sindacale, non in una conferenza di soggetti critici ,è il segnale più chiaro che il disagio non è di parte. È trasversale. È nel sistema. E il sistema, nel suo insieme, ha scelto di non esprimerlo pubblicamente. Agen lo ha fatto. È rimasto solo.
Cosa dovrebbero fare le categorie — e cosa non stanno facendo
Le associazioni di categoria hanno strumenti che nessun altro soggetto del fronte critico possiede. Possono chiedere la convocazione di un’assemblea straordinaria della Camera di Commercio o quantomeno una riunione formale tra le associazioni che compongono il Consiglio camerale in attesa del rinnovo, per discutere formalmente la posizione delle categorie sulla privatizzazione. Possono richiedere al commissario l’accesso agli atti della procedura, incluse le regole di governance post-cessione deliberate il 16 giugno e comunicate solo agli offerenti. Possono produrre una posizione unitaria delle categorie sulle condizioni minime della privatizzazione, che non è necessariamente un “no” all’operazione, ma una lista di condizioni che tutelino gli interessi degli operatori economici del territorio. Possono richiedere che il nuovo Consiglio camerale, la cui elezione è prossima, venga insediato prima di qualsiasi delibera definitiva sulla cessione della quota SAC.
Nessuna di queste azioni è in corso. Non risulta che nessuna delle principali associazioni di categoria abbia prodotto un documento, convocato un’assemblea, richiesto un accesso agli atti o espresso pubblicamente una posizione articolata sull’operazione.
Il paradosso finale — chi rappresenta chi
C’è un’ironia strutturale in tutta questa vicenda che merita di essere nominata esplicitamente.
La Camera di Commercio del Sud Est Sicilia esiste per rappresentare gli interessi delle categorie economiche del territorio. È il soggetto istituzionale che dovrebbe essere la voce delle imprese nelle decisioni che riguardano l’economia locale. La privatizzazione dell’aeroporto, che incide direttamente sui costi di trasporto, sulla connettività, sulla competitività del sistema produttivo di Catania, Ragusa e Siracusa, è esattamente il tipo di decisione su cui la Camera di Commercio dovrebbe avere una posizione chiara, pubblica e argomentata.
Invece la Camera di Commercio è commissariata. Il commissario decide senza il mandato delle categorie. Le categorie tacciono. E l’operazione avanza.
Chi rappresenta le imprese siciliane in questa partita? Formalmente: il commissario che non ha mandato dalle categorie. Sostanzialmente: nessuno.
Questa non è solo un’anomalia istituzionale. È un fallimento democratico, nel senso più preciso del termine. La democrazia economica, il diritto delle categorie produttive di avere voce nelle decisioni che le riguardano, è stata sospesa insieme al Consiglio camerale.
E il silenzio delle associazioni di categoria è, al tempo stesso, la causa e la conseguenza di quella sospensione.
La responsabilità che resta
Non è tardi per parlare. Il processo è avanzato ma non è concluso. La fase istruttoria sulle quattordici candidature è in corso. Le condizioni della seconda fase del bando non sono ancora pubbliche. Il contratto definitivo non è ancora firmato.
Le associazioni di categoria hanno ancora la possibilità di produrre una posizione pubblica che entri nel processo prima che sia troppo tardi. Una posizione che non deve essere necessariamente contraria alla privatizzazione, può essere una posizione sulle condizioni, sulle tutele, sulle garanzie per il sistema produttivo del territorio. Una posizione che dica: “Come rappresentanti delle imprese che usano questo aeroporto ogni giorno, chiediamo che vengano garantite queste condizioni.”
Sarebbe una voce che nessun soggetto istituzionale potrebbe ignorare. Perché le categorie economiche non sono l’opposizione politica. Sono i clienti dell’aeroporto. Sono i destinatari finali di qualsiasi decisione sulla sua gestione.
Il loro silenzio è, paradossalmente, il loro punto di forza, finché dura. Quando parlano le categorie economiche, i governi ascoltano.
La domanda è se e quando decideranno di farlo
Ergo.
Pietro Agen ha detto una cosa vera: “Prima bisogna capire se tutto il percorso è stato trasparente. Solo dopo si potrà discutere serenamente della privatizzazione.”
È una posizione di buon senso che qualsiasi imprenditore dovrebbe condividere. Non è ideologica. Non è politica. È la logica di chi gestisce un’azienda e sa che le decisioni irreversibili si prendono con informazioni complete, non con comunicati stampa.
Che quella posizione sia rimasta solitaria, voce di uno in mezzo al silenzio di molti, è il dato più rivelatore di questa intera vicenda.
Non dice nulla sulla qualità dell’operazione SAC.
Dice tutto,a mio parere, sulla qualità della democrazia economica in Sicilia.


