25 Giugno 2026

L’Europa sola tra il Cremlino e il disimpegno americano

L’Europa sola tra il Cremlino e il disimpegno americano

L’Europa sola tra il Cremlino e il disimpegno americano: è la fine di un sogno?

d Yari Lepre Marrani



 

Analisi geopolitica del dott. Yari Lepre Marrani

Ancora una volta Vladimir Putin parla di pace mentre continua a fare la guerra

Le ultime dichiarazioni del presidente russo, secondo cui Mosca sarebbe pronta a riprendere i negoziati con l’Ucraina sulla base degli accordi raggiunti a Istanbul nel 2022, appartengono a una strategia comunicativa ormai nota. «Non vedo alcun motivo per cui dovremmo discostarci da questi accordi», ha affermato il leader del Cremlino, aggiungendo che qualsiasi futuro negoziato dovrebbe fondarsi sui risultati raggiunti allora, sulle discussioni successive e sulla «realtà sul campo».

Ma proprio la realtà sul campo smentisce le parole del presidente russo

Mentre Putin evoca colloqui di pace, i missili russi continuano a colpire città ucraine, infrastrutture civili, scuole, ospedali e abitazioni. Mentre parla di compromesso, l’esercito russo prosegue una guerra di aggressione iniziata nel febbraio 2022 in violazione dei principi fondamentali del diritto internazionale, una guerra omicida. Mentre richiama il dialogo, il Cremlino continua a considerare l’Ucraina non come una nazione sovrana ma come una propaggine storicamente illegittima della Russia.

La pace, per Putin, non è mai stata l’obiettivo. È sempre stata uno strumento

Lo aveva intuito già Winston Churchill quando descriveva la politica di potenza del Cremlino come un sistema in cui «non esiste morale, ma soltanto interesse». Lo comprese George Kennan quando individuò nell’espansionismo sovietico non una risposta a minacce esterne, ma una necessità intrinseca di un regime fondato sulla paura e sulla mobilitazione permanente contro un nemico. E lo aveva spiegato Václav Havel, il grande dissidente cecoslovacco, quando scriveva che il totalitarismo vive anzitutto nella menzogna elevata a sistema.

La Russia di Putin non è l’Unione Sovietica. Ma ne ha ereditato alcuni riflessi profondi: il culto della forza, la subordinazione della verità alla ragion di Stato, la convinzione che i confini siano negoziabili quando si dispone di sufficiente potenza militare.

Il putinismo è precisamente questo: una malattia politica e morale che trasforma il cinismo in virtù e l’aggressione in diritto storico.

Non si tratta soltanto di un sistema di governo russo. È una forma mentis che ha trovato sostenitori e propagandisti ben oltre i confini della Federazione Russa. In Italia, come in altre democrazie europee, il putinismo ha attecchito in settori apparentemente opposti dello spettro politico. Lo si ritrova tanto in certa destra nazionalista quanto in una parte della sinistra antioccidentale. Cambiano gli argomenti, ma il risultato è identico: la giustificazione dell’imperialismo russo.

Per alcuni Putin sarebbe il difensore dei valori tradizionali contro la decadenza dell’Occidente. Per altri sarebbe il baluardo contro l’egemonia americana. In entrambi i casi, si finisce per assolvere un regime che reprime il dissenso, elimina gli oppositori, avvelena i suoi critici, deporta bambini ucraini, perseguita giornalisti indipendenti e utilizza sistematicamente la guerra come strumento politico.

È un fenomeno che ricorda ciò che Raymond Aron definiva «l’oppio degli intellettuali»: la tendenza a sacrificare la realtà concreta delle vittime sull’altare di una narrazione ideologica.

Eppure il problema non riguarda soltanto l’Ucraina. Riguarda l’Europa

Non l’Europa delle burocrazie, delle direttive e delle procedure comunitarie. Non l’Europa identificata esclusivamente con i palazzi di Bruxelles. Ma l’Europa come civiltà storica: Atene e Roma, il cristianesimo e l’Illuminismo, Dante e Shakespeare, Cervantes e Goethe, il parlamentarismo inglese, il costituzionalismo liberale, la dignità della persona, la libertà di coscienza e lo Stato di diritto. Ma, prima di tutto, l’Europa dei popoli, quella grande nazione mancata dove i popoli sono molto più deboli delle burocrazie tecnocratiche che non li rappresentano in alcun modo.

È questa Europa a essere minacciata

Da un lato vi è una Russia guidata da un uomo che considera il crollo dell’Unione Sovietica «la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo» e che ha costruito la propria legittimità politica sulla restaurazione della potenza imperiale russa.

Dall’altro vi sono Stati Uniti sempre meno interessati al destino del continente europeo. Le recenti oscillazioni della politica americana hanno mostrato una verità che molti europei hanno cercato di ignorare: Washington non considera più la sicurezza europea una priorità assoluta. L’attenzione strategica americana si concentra ormai sull’Indo-Pacifico, sulla competizione con la Cina e sugli interessi nazionali statunitensi.

L’Europa scopre così di essere sola

A est un criminale di guerra che considera la forza l’unico linguaggio della politica internazionale.

A ovest un alleato storico che, pur restando indispensabile, manifesta sempre più apertamente impazienza e disinteresse verso le fragilità europee.

La tragedia geopolitica del nostro tempo consiste precisamente in questo: gli europei devono imparare a difendere la propria libertà senza poter contare né sulla buona fede del Cremlino né sulla protezione incondizionata degli Stati Uniti.

Per decenni l’Europa ha vissuto nell’illusione della fine della Storia. Ha creduto che il commercio avrebbe sostituito il conflitto, che l’interdipendenza economica avrebbe neutralizzato le ambizioni imperiali e che la guerra fosse diventata un residuo del passato.

L’invasione dell’Ucraina ha demolito queste illusioni.

La storia è tornata.

Ed è tornata sotto forma di carri armati, missili, propaganda e revisionismo territoriale.

Per questo motivo la sfida rappresentata dal putinismo non è soltanto militare. È culturale, morale e politica. Consiste nel convincere gli europei che la libertà sia una debolezza, che la democrazia sia inefficiente, che il pluralismo sia decadenza e che la forza basti a creare il diritto.

È la vecchia tentazione autoritaria che attraversa la storia europea da secoli

Per contrastarla non bastano sanzioni o armamenti. Occorre recuperare la consapevolezza di ciò che l’Europa rappresenta.

Thomas Mann, durante gli anni più oscuri del Novecento, scriveva che la democrazia è anzitutto «la decisione di considerare la dignità umana come qualcosa di sacro». È esattamente questa idea che il putinismo rifiuta.

L’Ucraina combatte oggi per la propria sopravvivenza nazionale. Ma combatte anche per una frontiera più ampia: quella che separa il diritto dalla forza, la libertà dalla tirannide, la verità dalla menzogna.

Le parole di Putin sugli accordi di Istanbul non devono dunque ingannare nessuno. Esse appartengono alla stessa strategia che accompagna questa guerra fin dal primo giorno: utilizzare il linguaggio della pace per perseguire gli obiettivi della guerra.

L’Europa farebbe un errore fatale se confondesse questa tattica con una reale volontà di negoziare.

Perché il problema non è ciò che Putin dice.

Il problema è ciò che Putin fa.

E ciò che fa da oltre tre anni dimostra che la sua pace coincide semplicemente con la resa dell’Ucraina e con l’accettazione di un nuovo ordine europeo fondato sulla forza.

Un ordine che nessun europeo degno di questo nome dovrebbe accettare

Vi è poi un elemento particolarmente rivelatore nelle recenti dichiarazioni di Putin: il continuo richiamo agli accordi di Istanbul del 2022. Ogni volta che il Cremlino evoca quel negoziato, tenta di costruire una precisa narrazione storica. La tesi è semplice: la pace era a portata di mano, la Russia era pronta a un compromesso e fu l’Ucraina, spinta dall’Occidente, a sabotare l’intesa.

È una ricostruzione che omette un fatto essenziale: quegli incontri si svolsero mentre il mondo stava scoprendo gli orrori di Bucha, Irpin e Borodyanka. Mentre i negoziatori discutevano, emergevano le prove delle atrocità commesse nei territori occupati dall’esercito russo. La fiducia, presupposto indispensabile di qualsiasi accordo duraturo, veniva distrutta dalle stesse azioni di Mosca.

Putin continua oggi a richiamarsi a Istanbul perché quel momento rappresenta, nella sua visione, l’ultima occasione in cui l’Ucraina avrebbe potuto essere costretta ad accettare una limitazione strutturale della propria sovranità. Dietro la formula apparentemente neutra degli «accordi del 2022» si celava infatti una concezione dei rapporti internazionali tipicamente imperiale: una nazione indipendente avrebbe dovuto rinunciare a una parte significativa della propria libertà strategica per soddisfare le esigenze di sicurezza della potenza aggressore.

La domanda che l’Europa dovrebbe porsi è un’altra: perché la Russia invoca continuamente un negoziato che essa stessa ha contribuito a rendere impossibile?

La risposta risiede nella natura stessa del putinismo. Per il Cremlino, il negoziato non è mai un processo finalizzato alla costruzione della pace, bensì uno strumento destinato a consolidare vantaggi acquisiti sul campo di battaglia. La diplomazia diventa la prosecuzione della guerra con altri mezzi. Non un compromesso tra pari, ma una pausa tattica utile a trasformare conquiste militari in risultati politici permanenti.

In questo senso, il riferimento odierno a Istanbul assume un significato inquietante: Putin non guarda al 2022 come a un’occasione perduta per fermare il conflitto; guarda a quel momento come a un modello da riproporre. La logica rimane identica: occupare territori, modificare gli equilibri sul terreno e poi chiedere che la nuova realtà venga riconosciuta come base negoziale. È la medesima strategia utilizzata in Georgia nel 2008, in Crimea nel 2014 e nel Donbass negli anni successivi.

La storia europea insegna tuttavia che la pace costruita sull’accettazione della forza non genera stabilità, ma nuove aggressioni. Da Monaco nel 1938 fino alle crisi che hanno attraversato il continente nel XX secolo, ogni cedimento al principio secondo cui la potenza crea il diritto ha finito per alimentare conflitti ancora più devastanti.

Quando Putin richiama Istanbul, dunque, non sta parlando del passato. Sta cercando di definire il futuro dell’Europa. Un futuro nel quale i confini possono essere modificati con le armi e successivamente legittimati attraverso la diplomazia. Un futuro nel quale le grandi potenze decidono il destino delle nazioni più deboli. Un futuro che gli europei credevano di aver sepolto nel 1945 e che oggi torna a bussare alle porte del continente sotto le insegne di una Russia che continua a presentarsi come vittima mentre agisce da aggressore. Un aggressore mefistofelico, machiavellico e molto sibillino.

Chi è Yari Lepre Marrani

“Il dott. Yari Lepre Marrani è scrittore, giornalista culturale e analista geopolitico. Scrive su numerose testate sfruttando le proprie competenze storico – giuridiche.
Sull’Avanti! (organo ufficiale del PSI) cura una rubrica di carattere storico ed è analista geopolitico per il quotidiano online NG(Notizie Geopolitiche).
Importante menzionare la sua collaborazione con il quadrimestrale dell’AMI(Associazione Mazziniana Italiana), Il Pensiero Mazziniano, con il quale Marrani collabora da anni con articoli o brevi saggi ispirati al pensiero repubblicano. Da settembre 2023 Marrani è inserito tra i poeti contemporanei di WikiPoesia al seguente link: https://www.wikipoesia.it/wiki/Yari_Lepre_Marrani“.

 

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