24 Maggio 2026
Vendita aeroporto Catania e il Golden Power che nessuno vuole usare

Analisi dell’operazione Project Goldrake: Il Golden Power è lo strumento più potente che nessuno vuole usare
di Franz Cannizzo – Responsabile Nazionale Turismo Sviluppo Mezzogiorno

C’è una parola che il Ministro Adolfo Urso non ha pronunciato nei giorni scorsi, al sesto piano dell’aeroporto di Catania, davanti alle telecamere e ai microfoni convocati per celebrare l’avvio della privatizzazione della SAC.
La parola è Golden Power.
Non è una dimenticanza. È una scelta. E come tutte le scelte non dette in operazioni da centinaia di milioni di euro su infrastrutture strategiche, merita di essere discussa pubblicamente prima che il 3 giugno trasformi le manifestazioni di interesse in offerte vincolanti e le offerte vincolanti in contratti firmati.
Cos’è il Golden Power e perché si applica qui
Il Golden Power è il potere speciale dello Stato italiano di imporre condizioni, opporsi o vietare acquisizioni di partecipazioni in settori strategici. Lo disciplina il Decreto Legge 21/2012, rafforzato significativamente durante il Covid e ulteriormente ampliato nel 2022. Non è uno strumento teorico, il governo italiano lo ha già usato su Telecom, su operazioni nel settore energetico, su infrastrutture digitali.
Per la privatizzazione SAC, il Golden Power non è una possibilità tra le tante. È uno strumento obbligatorio in almeno uno degli scenari sul tavolo e discrezionale ma necessario negli altri.
Fontanarossa gestisce il 5% del traffico aereo nazionale. È il principale gateway di un’isola di cinque milioni di abitanti senza alternative infrastrutturali di trasporto. Serve sei province siciliane. È fisicamente adiacente alla base NATO di Sigonella, uno degli hub di intelligence e operazioni militari più strategici del Mediterraneo, sede avanzata della US Navy e dell’Alleanza Atlantica nel teatro mediterraneo.
Qualsiasi governo serio, di qualsiasi colore politico, dovrebbe trattare la privatizzazione di questo asset con la stessa attenzione con cui tratterebbe la cessione di una rete elettrica o di un porto militare.
Invece si è organizzata una conferenza stampa.
Il conflitto di interesse strutturale che nessuno nomina
Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, guidato da Urso, è il soggetto istituzionalmente competente per l’esercizio del Golden Power. È lo stesso ministero che ha partecipato alla conferenza stampa di lunedì scorso per sponsorizzare l’operazione davanti agli investitori internazionali.
Venditore e guardiano. Promotore e controllore. Nello stesso ufficio, con lo stesso ministro, nella stessa mattina.
Questa non è una critica politica a Urso personalmente. È una critica sistemica a un meccanismo istituzionale che produce conflitti di interesse strutturali ogni volta che lo Stato cede asset su cui mantiene poteri di veto. Il problema non nasce con questo governo, è nella architettura dello strumento. Ma proprio per questo richiederebbe soluzioni esplicite che nessuno ha proposto.
La soluzione corretta sarebbe semplice e trasparente: definire pubblicamente e preventivamente, prima della scadenza del 3 giugno, le condizioni di Golden Power che verranno applicate indipendentemente dall’offerente. Non dopo la gara, quando la pressione politica per chiudere il deal è massima. Adesso, quando c’è ancora spazio per farlo senza ricatti reciproci.
Non risulta che questo sia avvenuto o sia previsto.
Il caso ADQ, dove il Golden Power è obbligatorio, non discrezionale
Reuters ha identificato ADQ ,il fondo sovrano di Abu Dhabi, come il principale pretendente, con una valorizzazione dell’asset tra 500 e 600 milioni di euro. Se questa informazione è corretta, il Golden Power non è facoltativo: è obbligatorio per legge.
ADQ non è un investitore privato internazionale. È un fondo sovrano, cioè un’emanazione diretta dello Stato degli Emirati Arabi Uniti, che gestisce oltre 150 miliardi di dollari di asset globali per conto del governo di Abu Dhabi. Il Regolamento europeo 452/2019, recepito nell’ordinamento italiano, impone lo screening obbligatorio degli investimenti extra-UE in infrastrutture critiche. La notifica deve avvenire, la valutazione deve essere condotta, il governo deve decidere se imporre condizioni.
La questione non riguarda la affidabilità degli Emirati come partner commerciale, che non è in discussione. Riguarda qualcosa di più sottile e più importante: un fondo sovrano risponde alle logiche geopolitiche del proprio Stato di appartenenza. Quelle logiche possono essere perfettamente allineate con gli interessi italiani oggi, e divergere domani in scenari che nessuno può prevedere con certezza.
Golfo Persico, relazioni con l’Iran, dinamiche nel conflitto mediorientale, posizionamento rispetto alla Cina, rapporti con la Russia, sono tutte variabili geopolitiche che cambiano nel tempo e che un governo responsabile deve considerare quando valuta se un fondo sovrano straniero debba controllare per vent’anni il principale gateway aereo di un’isola strategica nel Mediterraneo centrale adiacente a una base NATO.
Nessun comunicato istituzionale ha sfiorato questo tema. Nessun giornalista lo ha sollevato alla conferenza stampa di lunedì scorso. Il silenzio è bipartisan e trasversale, non riguarda questo governo più di quanto riguarderebbe qualsiasi altro.
Ma il silenzio non risolve il problema. Lo seppellisce fino a quando non riemerge nel momento peggiore.
Il caso Aena, dove il Golden Power è discrezionale ma necessario
Aena è la società pubblica spagnola che gestisce 56 aeroporti con 321 milioni di passeggeri. È quotata in borsa al 49%, ma il 51% è controllato dallo Stato spagnolo attraverso ENAIRE.
Non è un soggetto extra-UE, quindi lo screening automatico non scatta. Ma è uno Stato straniero che acquisisce controllo su infrastruttura critica italiana. Il governo italiano ha la facoltà discrezionale di esercitare il Golden Power imponendo condizioni.
La domanda politica e geopolitica, che nessuno pone è questa: l’Italia è disposta a cedere il controllo del proprio quinto aeroporto a una società controllata dal governo di Madrid? In un contesto di competizione mediterranea per i flussi turistici, logistici e commerciali, dove Spagna e Italia sono rivali diretti per gli stessi mercati di origine, Nord Europa, Nord America, Golfo Persico, la risposta dovrebbe quantomeno essere esplicitata. Non lo è stata.
C’è poi il paradosso storico che merita di essere detto con chiarezza: se Aena vincesse la gara, lo Stato spagnolo gestirebbe con logiche di rete pubblica uno scalo che lo Stato italiano ha rinunciato a governare. I profitti generati dai viaggiatori siciliani andrebbero a finanziare il sistema aeroportuale pubblico spagnolo. Le tasse di imbarco pagate a Fontanarossa contribuirebbero ai sussidi incrociati che Madrid usa per tenere in vita gli scali delle Canarie e delle Baleari. Non è fantapolitica, è la conseguenza logica e diretta di scelte industriali che l’Italia non ha fatto in trent’anni e che la Spagna ha fatto sistematicamente.
Il Golden Power, in questo scenario, non serve a bloccare Aena. Serve a garantire che la gestione spagnola di un asset italiano sia soggetta a condizioni precise, sull’indipendenza operativa, sulla governance, sui dati, sulla continuità del servizio, che tutelino gli interessi italiani anche quando cambiano le priorità commerciali di Madrid.
Le cinque condizioni che il Golden Power dovrebbe imporre, in qualsiasi scenario
Indipendentemente dall’identità dell’acquirente, esistono condizioni minime che qualsiasi governo responsabile dovrebbe inserire nel decreto di Golden Power prima che le offerte vincolanti vengano presentate.
La prima riguarda la sicurezza dei dati operativi. Il nuovo gestore non può accedere, condividere o trasferire dati sensibili, pattern di traffico, movimenti di aeromobili, informazioni sui voli nelle vicinanze di Sigonella , a soggetti al di fuori del perimetro di sicurezza definito dal governo italiano e dalla NATO. Questa condizione è standard in tutti i Golden Power su infrastrutture aeroportuali in Europa. In Germania, Francia e Regno Unito viene applicata sistematicamente. In Italia, su questa operazione, nessuno ne ha ancora parlato.
La seconda riguarda la continuità operativa. Il nuovo gestore non può interrompere o ridurre significativamente i servizi senza previa autorizzazione governativa. Include le rotte di continuità territoriale, i servizi di emergenza, le operazioni di protezione civile. Per un’isola senza ponti e senza alta velocità ferroviaria, questa condizione non è un lusso regolatorio, è una necessità strutturale.
La terza riguarda la governance e il management operativo. I responsabili delle operazioni di volo, della sicurezza aeroportuale e delle relazioni con le autorità militari devono essere cittadini italiani o UE con nulla osta di sicurezza verificato. Le nomine ai vertici operativi devono essere comunicate preventivamente al governo. Non è nazionalismo economico, è gestione del rischio su infrastruttura sensibile.
La quarta è il diritto di prelazione statale. In caso di cessione ulteriore della quota acquisita, lo Stato italiano ha diritto di riacquistare le azioni prima che vengano offerte a terzi. Impedisce che l’asset passi di mano ulteriormente senza che il governo possa intervenire.
La quinta e più urgente, è il coordinamento con la Difesa e la NATO. Data la prossimità fisica tra Fontanarossa e Sigonella, le condizioni di Golden Power dovrebbero essere definite in coordinamento con il Ministero della Difesa e con il comando NATO competente. Non risulta che questo coordinamento sia avvenuto. Non risulta nemmeno che sia stato previsto.
Il bilancio come lente sul problema
L’analisi del bilancio SAC 2025, certificato dai colleghi della società di consulenza KPMG, aggiunge una dimensione che il dibattito sul Golden Power non ha ancora incorporato.
SAC ha ricevuto contributi pubblici in conto impianti iscritti tra i risconti passivi. Le infrastrutture esistenti sono state costruite in parte con fondi pubblici, PON Trasporti, contributi regionali, risorse statali attraverso il Contratto di Programma. Il piano da 1,3 miliardi prevede una componente pubblica significativa, lo stesso Ministro Urso lo ha confermato lunedì mattina, forse senza rendersene conto, quando ha detto che gli investimenti del privato “si aggiungeranno a quello che dello Stato, il governo e gli enti locali hanno messo a disposizione.”
Questo significa che il nuovo acquirente privato, chiunque sia, acquisisce un asset parzialmente costruito con denaro pubblico e beneficia di investimenti pubblici futuri che aumenteranno il valore dell’asset senza che lui li abbia finanziati. Il Golden Power, in questo contesto, non è solo uno strumento di sicurezza nazionale, è anche uno strumento di equità economica. Le condizioni che impone possono garantire che il beneficio degli investimenti pubblici torni, almeno in parte, alla collettività che li ha finanziati.
Anche su questo fronte, il silenzio è assordante.
Cosa dovrebbe succedere e non sta succedendo
Tre azioni sono urgenti, concrete e ancora possibili prima del 3 giugno.
Il MIMIT dovrebbe pubblicare preventivamente un documento, chiamiamolo “posizione di Golden Power”, che definisca le condizioni applicabili a qualsiasi offerente, differenziate per tipologia di acquirente: fondo sovrano extra-UE, soggetto pubblico estero UE, operatore privato internazionale. Questo darebbe certezza agli investitori, eviterebbe sorprese post-gara e garantirebbe trasparenza al processo.
Il Ministero della Difesa e il comando NATO dovrebbero essere formalmente coinvolti nella definizione di quelle condizioni. Non è una richiesta straordinaria, è una prassi consolidata in tutti i paesi che hanno infrastrutture civili adiacenti a basi militari alleate.
Il Parlamento, attraverso le commissioni competenti di Camera e Senato, dovrebbe svolgere un’audizione specifica sul profilo Golden Power di questa operazione prima che le offerte vincolanti vengano presentate. L’interrogazione del Senatore Nicita è un primo passo, ma non basta.
Nulla di tutto questo sta avvenendo.
La conclusione che nessun comunicato farà
Il Golden Power esiste per proteggere l’interesse nazionale italiano nei momenti in cui il mercato, da solo, non lo garantisce. Una privatizzazione in cui un fondo sovrano straniero acquista il controllo di un’infrastruttura critica adiacente a una base NATO, senza condizioni pubbliche preventive, senza coordinamento con la Difesa, senza trasparenza sui criteri di screening, è esattamente il caso per cui lo strumento è stato creato.
Il Ministro Urso era a Catania lunedì scorso per vendere l’aeroporto. Il Ministro Urso ha anche il potere e il dovere istituzionale, di definire le condizioni alle quali quell’aeroporto può essere venduto in sicurezza.
I due ruoli non sono incompatibili. Ma richiedono che vengano esercitati entrambi, non solo il primo.
Il 3 giugno è tra dieci giorni.
Lo strumento più potente per tutelare l’interesse nazionale è ancora nel cassetto.
Qualcuno dovrebbe aprirlo.






