14 Maggio 2026

Hantavirus, Cacopardo rassicura: «Poco da temere» e niente allarmi stile Covid

Hantavirus, Cacopardo rassicura: «Poco da temere» e niente allarmi stile Covid

L’Hantavirus ha riportato il terrore tra la gente, così come avvenuto anni fa con il coronavirus. Ci sono delle similitudini nella narrazione di “una problematica” sanitaria e di un’epidemia che, almeno per il momento, è ben diversa da quella del Sars-Cov-2.

Noi di Catania FreePress e FreePressOnline abbiamo intervistato il noto infettivologo e pneumologo dell’ospedale Garibaldi Nesima, Bruno Cacopardo, nonché docente di Malattie infettive alla facoltà di Medicina. Con lui abbiamo trattato diversi punti nevralgici di quelle che oggi sono le tante domande che i cittadini si stanno ponendo sull’Hantavirus, compresa la paura che questo possa dar vita a una nuova pandemia, così come avvenuto con il Covid-19, derivante dai pipistrelli e diffuso con una velocità spaventosa.



Il professor Cacopardo, non a caso, è subito intervenuto con le dovute e necessarie precisazioni per chi sta temendo l’avvio di una nuova pandemia, insieme alla paura di tornare in lockdown così come avvenuto, appunto, a marzo del 2020, quando l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte si vide costretto a chiudere l’Italia in zona rossa: «Abbiamo ragione di temere in modo moderato, direi poco. Per quanto è noto, questo non è un virus nuovo come il coronavirus Sars-CoV-2. È un virus che si conosce da molti anni, forse anche meglio e più approfonditamente di altri di cui si è parlato di recente. Appartiene alla famiglia degli hantavirus, che si dividono in diversi ceppi. I più patogeni per l’uomo sono essenzialmente due: il ceppo della febbre emorragica con sindrome renale, che è un ceppo orientale, e il ceppo sudamericano, chiamato Andes, che causa invece una sindrome polmonare».

Infatti, è necessario ricordare che i due pazienti olandesi che si trovavano sulla nave da crociera MV Hondius, prima di imbarcarsi a Ushuaia, in Argentina, lo scorso 1 aprile 2026 avevano fatto un altro viaggio tra Uruguay e Argentina. Qui si erano recati nella discarica che si trova nella periferia di Ushuaia, nella provincia argentina della Terra del Fuoco, per fare birdwatching. Proprio lì avrebbero inalato polvere contaminata da urine e feci del ratto pigmeo del riso a coda lunga, ritenuto serbatoio naturale del virus. L’uomo è morto l’11 aprile a bordo della nave e la moglie in Sudafrica, dove era stata trasferita d’urgenza dopo essere stata sbarcata a Sant’Elena per i primi soccorsi. A questo si aggiunge anche la paura del focolaio nato in Argentina, dove ci sarebbe stata un’errata gestione dei campioni biologici da parte del personale sanitario, ma i 12 operatori sono già stati isolati in via precauzionale. La MV Hondius, comunque sia, è attesa tra il 17 e il 18 maggio in Olanda, dove a bordo ci sono ancora 25 passeggeri e 2 medici, positivi al virus ma asintomatici.

Per quanto riguarda il paziente inglese intercettato tra quelli entrati in contatto con i contagiati sul volo Sant’Elena-Johannesburg, i suoi test eseguiti a Milano hanno dato esito negativo, così come quelli del venticinquenne calabrese che si trova in isolamento fiduciario. La dottoressa Mariella Santoro, direttrice del servizio Epidemiologia e medicina preventiva dell’Asp di Messina, che ha in cura la turista argentina arrivata in Italia con un volo Buenos Aires-Roma, la quale si trova in isolamento fiduciario in terapia intensiva al Policlinico per una polmonite, ha riferito: «Le sue condizioni sono migliorate. Non c’è certezza che abbia contratto l’Hantavirus, c’è solo un sospetto».

Hantavirus intervista Professor Bruno Cacopardo- FreePressOnline

Hantavirus intervista Professor Bruno Cacopardo- FreePressOnline

Professore Cacopardo, parliamo del contagio, può avvenire così facilmente come tutti temono?

«Non esattamente, perché avvenga la trasmissione servono contatti stretti, ravvicinati e prolungati. Non basta un incontro occasionale, né una vicinanza saltuaria. Parliamo di situazioni di coesistenza reale, come la convivenza familiare o la permanenza in ambienti chiusi per molte ore».

È anche per questo che il focolaio emerso su una nave da crociera non va letto come un allarme generalizzato?

«Esatto. Una nave da crociera comporta spazi ristretti, contatti continui, persone che condividono ambienti, attività e tempi lunghi. Eppure, nonostante questo contesto favorisca il contatto stretto, i casi restano contenuti. Questo è un elemento molto importante da considerare».

Quando si parla di contatto “sufficientemente lungo”, cosa si intende?

«Si parla anche di molte ore, ma soprattutto di una coesistenza protratta. Il concetto non è solo temporale, ma riguarda l’intensità e la continuità del contatto».

Come si articola il protocollo sanitario in questi casi?

«Anche in questo caso la distinzione da fare è tra contatto stretto e contatto non stretto. Qualora il contatto sia stato stretto e prolungato, l’isolamento deve essere ospedaliero. Differentemente, quando il contatto è stato occasionale, non protratto e non ravvicinato, allora può essere sufficiente anche l’isolamento domiciliare».

Quindi l’isolamento fiduciario non è sempre la risposta giusta?

«È una misura adeguata soltanto per i contatti non stretti. Per i conviventi o per chi ha avuto una vicinanza significativa con il caso positivo, invece, le linee guida indicano l’ospedalizzazione».

Alla luce di tutto questo, esiste il rischio di rivivere uno scenario simile a quello del Covid?

«A mio avviso no. Perché questo virus non ha la stessa efficacia di trasmissione del coronavirus. È molto meno contagioso. Naturalmente, in medicina, non si può mai escludere in assoluto che un virus cambi comportamento, ma al momento questa eventualità mi sembra improbabile».

Quali sono i sintomi ai quali bisogna prestare maggiore attenzione?

«L’incubazione è piuttosto lunga: mediamente 28-30 giorni, anche se in rari casi può arrivare fino a due mesi. La malattia esordisce in modo simile a un’influenza, con febbre, dolori muscolari e articolari. Il problema è che il ceppo polmonare, cioè quello andino, può poi evolvere verso una polmonite grave, anche emorragica».

Ed è lì che il quadro clinico si fa serio?

«Sì, la sindrome polmonare da hantavirus è una patologia importante, con una mortalità che in genere oscilla tra l’8 e il 12 per cento, ma che in alcune circostanze può arrivare anche più in alto. È quindi una malattia seria, ma questo non significa che siamo davanti a un nuovo virus ad alta diffusività. Non bisogna creare panico. Il focolaio, al momento, è circoscritto e contenuto. Non abbiamo davanti una diffusione esplosiva. Parliamo di un virus conosciuto, che circola da anni in Sud America senza aver mai assunto la capacità espansiva del Covid».

Esiste una terapia specifica?

«No, non ci sono farmaci specifici. La profilassi si basa sulla buona gestione: individuare i contatti stretti, isolarli e monitorare il periodo di incubazione per un tempo adeguato, che di solito viene esteso fino a circa il doppio del periodo medio. Ecco perché si parla spesso di un controllo fino a 50-60 giorni».

Francesca Gugliemino

Francesca Gugliemino