11 Maggio 2026
La Sicilia ha i soldi ma non sa spenderli

La Sicilia resta ultima in Italia nella spesa dei fondi europei FESR e FSC 2021-2027. Oltre quattro miliardi di euro ancora bloccati tra ritardi e inefficienze.
di Franz Cannizzo – Responsabile Nazionale Turismo Sviluppo Mezzogiorno

Cinque miliardi di fondi europei fermi. La regione più povera d’Italia è anche quella che meno riesce a usare le risorse assegnate per uscire dalla povertà. Un paradosso che si ripete, e che nessuno sembra voler davvero risolvere.
C’è qualcosa di profondamente assurdo nei numeri che il Ministero dell’Economia aggiorna ogni trimestre. Qualcosa che sfugge alla fredda logica dei decimali e che appartiene invece alla sfera del grottesco, di quella commedia italiana che fa ridere solo finché non si fa i conti di ciò che si perde.
La Sicilia, al 28 febbraio 2026, ha certificato pagamenti pari al 6,57 per cento dei Fondi FESR assegnati per il ciclo 2021-2027.
Ultima in Italia. Ventunesima su ventuno regioni. Sui Fondi per lo Sviluppo e la Coesione, la situazione è peggiore ancora: 1,92 per cento. Fanalino di coda anche lì. Nel mezzo, il silenzio assordante di oltre quattro miliardi di euro che aspettano di diventare scuole, strade, ospedali, start-up, reti idriche, formazione professionale.
Quei soldi ci sono. Sono stati assegnati. Appartengono alla Sicilia.
E la Sicilia non riesce a spenderli.
IL PARADOSSO DELLA POVERTÀ CHE NON SI CURA
Il primo paradosso è il più crudele. I fondi strutturali europei nascono esattamente per ridurre le disuguaglianze tra le regioni.
La logica è redistributiva: chi ha meno riceve di più, affinché possa recuperare terreno. La Sicilia è, per PIL pro capite, tra le regioni più povere dell’intera Unione europea. Rientra quindi tra quelle che beneficiano delle maggiori dotazioni finanziarie per abitante.
Eppure è proprio la regione più povera quella che meno riesce a usare i fondi destinati a farla uscire dalla povertà. Non è un errore di calcolo. È la fotografia di un’incapacità istituzionale che si autoalimenta: meno si spende, meno si impara a spendere; meno si impara, meno si spende.
Una trappola perfetta, che si perpetua programmazione dopo programmazione dal 1994 a oggi. La Liguria, nel frattempo, ha certificato il 43 per cento del suo FESR. Il Friuli Venezia Giulia il 26,72. La Lombardia il 25,52. Non sono regioni che avevano bisogno di quei soldi nello stesso modo. Eppure li hanno usati. E li useranno ancora.
IL DISIMPEGNO AUTOMATICO: QUANDO I SOLDI SCOMPAIONO
Dietro la percentuale di spesa c’è una scadenza che molti preferiscono non citare. I regolamenti europei prevedono la cosiddetta regola del disimpegno automatico: le risorse non spese entro un certo termine vengono cancellate dalla Commissione, definitivamente, senza appello. Non si spostano ad altra programmazione. Non si recuperano. Spariscono.
Non è fantascienza burocratica. È già accaduto nel ciclo 2014-2020. La Sicilia ha restituito a Bruxelles decine di milioni di euro non spesi, in un Paese in cui il debito pubblico supera i 2.900 miliardi.
La storia si ripete, con le stesse cause e le stesse giustificazioni.
Cambia qualche sigla, qualche assessore, qualche slogan elettorale. La percentuale di spesa resta cronicamente bassa.
Il secondo paradosso, dunque, è questo: una regione in deficit cronico di risorse pubbliche restituisce all’Europa risorse pubbliche inutilizzate. È come rifiutare la trasfusione per mancanza di personale addestrato al prelievo, mentre il paziente dissangua.
I PATTI DI COESIONE: L’OCCASIONE MANCATA CHE NON VORREMMO CONFERMARE
Il Patto di Coesione siciliano è stato siglato nel maggio 2024 con grande enfasi istituzionale. Teatro Massimo di Palermo, Meloni e Schifani presenti, fotografie, dichiarazioni ottimistiche. Un miliardo e 200 milioni del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione destinati a opere specifiche, negoziate direttamente tra Presidenza del Consiglio e Regione. Soldi con un indirizzo preciso.
A quasi due anni dalla firma, la Sicilia è tra le ultime nell’utilizzo anche di questi fondi, con appena il 5,06 per cento di spesa certificata. Fanno peggio solo Sardegna e Puglia. Il terzo paradosso si rivela qui: non bastano le cerimonie, le fotografie, le strette di mano. Contano le stazioni appaltanti, i dirigenti capaci di scrivere un capitolato, i funzionari che sanno rendicontare una perizia suppletiva senza bloccare tutto per dodici mesi.
L’occasione è ancora aperta, tecnicamente. Ma il tempo stringe. E la storia, in questo caso, ha la pessima abitudine di ripetersi.
IL VERO COSTO: QUELLO CHE NON APPARE NEI BILANCI
Quattro miliardi di euro fermi non sono una cifra astratta. Sono quarantamila posti di lavoro che non ci sono stati. Sono laureati partiti per Milano, Berlino, Barcellona e non tornati. Sono imprese che non hanno trovato un bando accessibile e hanno chiuso prima di aprire.
Sono quartieri di Palermo e Catania dove le scuole cadono a pezzi perché i fondi per ristrutturarle erano disponibili, ma nessuno ha completato il progetto esecutivo in tempo.
La fuga dei giovani siciliani, tra le 20.000 e le 25.000 persone l’anno secondo i dati ISTAT, non è un fenomeno culturale né un destino geografico. È in parte la conseguenza diretta di un’economia pubblica che non funziona, che non genera domanda di lavoro qualificato, che non costruisce infrastrutture su cui radicare imprese e speranze.
La malaspesa o la non-spesa, dei fondi europei è una delle cause strutturali di questa emorragia demografica.
Il quarto paradosso, e forse il più amaro, è che i giovani che fuggono sono spesso gli stessi che avrebbero potuto, da funzionari, progettisti, project manager, aiutare la Sicilia a spendere quei fondi.
Se ne vanno perché non ci sono opportunità. Le opportunità non ci sono anche perché i fondi non vengono spesi. Il cerchio si chiude su se stesso.
COSA FARE: USCIRE DAL LOOP
Esistono soluzioni. Non sono rivoluzionarie né costose: sono misure di buon governo che alcune regioni italiane e molti Paesi europei hanno già implementato.
Una task force tecnica stabile, reclutata per merito, dedicata esclusivamente alla progettazione e rendicontazione dei fondi. Un’assistenza tecnica capillare ai Comuni minori, che sono l’anello più debole della catena. Una riforma della stazione appaltante regionale che riduca i tempi di aggiudicazione da diciotto a sei mesi. Un sistema di premialità per i dirigenti collegato ai risultati reali di spesa certificata.
Non si chiede un miracolo. Si chiede un sistema che funzioni come funziona in Liguria, in Emilia, in Friuli. Regioni che non hanno avuto fortune geografiche migliori della Sicilia, ma che hanno costruito nel tempo una macchina amministrativa capace di trasformare le risorse in risultati.
La Sicilia ha i soldi. Li ha avuti assegnati dall’Europa proprio perché ne ha più bisogno delle altre. Il problema non è la quantità delle risorse: è la qualità delle istituzioni chiamate a gestirle.
Finché questo non cambierà, i numeri del Ministero dell’Economia continueranno a raccontare la stessa storia. E sarà sempre l’ultima voce in classifica, quella con il 6,57 per cento, a portare il nome della regione più grande del Sud!






