10 Aprile 2026

L’ex sindaco Francesco Sgroi incandidabile

L’ex sindaco Francesco Sgroi incandidabile

RANDAZZO SI PREPARA ALLE AMMINISTRATIVE

Dopo il periodo di commissariamento straordinario seguìto allo scioglimento degli organi elettivi del Comune per sospette infiltrazioni mafiose decretato dal Presidente della Repubblica nel gennaio 2024, la “non più ridente” cittadina etnea di Randazzo si sta ora preparando alle nuove elezioni amministrative che si terranno, fra poco più di un mese, il 24 ed il 25 maggio ormai prossimi.



A contendersi la poltrona di sindaco – si vocifera – dovrebbero essere cinque o, addiritura, ben sei aspiranti candidati.

Solo per non fare torto ad alcuno, andiamo in ordine alfabetico.

Si parla, per esempio, di Gianluca Anzalone: 47 anni, laureato in Scienze della formazione, con una lunga carriera politica iniziata dapprima nelle rappresentanze studentesche dell’Università di Catania e poi proseguita come consigliere, assessore e vicesindaco di Randazzo: quest’ultima carica da lui ricoperta “sotto la sindacatura” di Francesco Sgroi tra il giugno 2022 ed il gennaio 2024. La candidatura di Anzalone è sostenuta senza riserve dal Partito Democratico.

Abbiamo poi Filippo Bertolo, 66 anni, agronomo, che debutta nella competizione elettorale con una lista civica senza avere mai ricoperto cariche pubbliche in precedenza, il quale si presenta “in prosieguo” del lavoro svolto dalla sua consorte, Loredana Arrigo, consigliera comunale di estrazione di destra moderata fra il 2013 e il 2018.

Ed ancora si vocifera di Concetta Maria Luisa Foti, 58 anni, il cui curriculum vanta ben quattro consiliature, con la vicepresidenza del Consiglio da lei ricoperta fra il mese di 2003 e lo stesso mese del 2008. Anche lei ha ricoperto il ruolo di assessore “sotto la sindacatura” di Francesco Sgroi tra il giugno 2022 e la fine di gennaio 2024, prima dello scioglimento degli organi elettivi del Comune per sospette infiltrazioni mafiose.

Abbiamo ancora Antonino Grillo, 55 anni, Diploma di laurea in Economia aziendale, consulente fiscale, consigliere comunale dal giugno 1998 al gennaio 2024. in precedenza  ha guidato l’aula consiliare come Presidente del Civico Consesso tra il 2012 e il 2017.

Tra i primi ad annunciare la propria candidatura, però, è stato Freddy Pillera, 50 anni, con laurea in Scienze e Tecnologie alimentari. Sostenuto da una lista civica, anche lui in passato ha ricoperto i ruoli di consigliere e di assessore comunale in quota Francesco Sgroi. Carica, quest’ultima ricoperta da Pillera, anch’essa “sotto la sindacatura” Sgroi, fra il giugno 2018 ed il mese di novembre 2021 quando si dimise non ritrovandosi e non condividendo più le idee del suo “principale”.

Sino a qualche giorno fa, in città si vociferava anche di una probabile candidatura a Primo Cittadino da parte dell’architetto Umberto Proietto, che in passato, dal 1998 al 2003, ricoprì la carica di assessore ai lavori pubblici, all’urbanistica ed alla protezione civile, mentre dal 2008 al 2013 è stato consigliere comunale ricoprendo la carica di presidente della terza commissione consiliare ricomprendente sempre i lavori pubblici e l’urbanistica. Uomo molto conosciuto in paese per la sua lucidità ed il suo equilibrio, proprio in questi ultimi giorni ha rinunciato alla sua candidatura a sindaco.

“Dopo aver approfondito e valutato il quadro politico di Randazzo – scrive Proietto in un suo comunicato alla stampa che ci ha fatto pervenire – ho deciso di ritirare la mia candidatura alla carica di Sindaco poiché ad oggi, ritengo, non ci siano le condizioni per una proposta programmatica che guardi e lavori verso obiettivi di sviluppo della città, a breve, medio e lungo termine, in quanto, come temevo, la nostra comunità si sta frammentando in troppe correnti e troppe divisioni. Randazzo si sta disgregando e sarà difficile, per la squadra che governerà, ricreare una comunità unita. Ringrazio, comunque, e profondamente – conclude l’architetto Umberto Proietto – chi aveva scelto di sostenermi e chi mi ha dimostrato stima ed affetto. Porterò con me tutto questo”.

Ed in tutto questo scenario si inserisce anche il Movimento 5 Stelle, impegnato al momento nella formazione di una coalizione civica che sia in netta discontinuità con la passata Amministrazione e con chi nel più recente passato – ammantandosi del nome del Movimento e facendosi sostenere da esso – ha subito dopo abdicato al proprio ruolo di oppositore ai vecchi schemi, tradendo di gran carriera il proprio elettorato, piegandosi ai desiderata delle due amministrazioni Sgroi facendogli prima da assessore e poi da vicepresidente del consiglio comunale sino allo scioglimento degli organi elettivi decreteta – come si accennava prima – dal Consiglio dei Ministri nel gennaio 2024 per sospette infiltrazioni mafiose. Al momento non si ha ancora nulla di certo per quanto concerne il proprio candidato a sindaco. Non si esclude che esso possa essere  scelto in pieno accordo con un altro partito della sinistra italiana.

Di certo si sa, però, che a non potersi più candidare – almeno per due turni – sarà l’ex sindaco Francesco Sgroi, come recentemente disposto dalla Corte di Cassazione che ha fatto proprie la precedente sentenza della Corte d’Appello di Catania del 7 aprile 2025,  e del Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio del 16 maggio 2025, quale naturale e legittima conseguenza del già più volte accennato scioglimento degli organi elettivi comunali: sindaco, giunta e consiglio. Scioglimeno – si diceva – disposto con Decreto del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, del 26 gennaio 2024, sulla scorta di quanto deliberato il giorno prima dal Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi.

“Nel Comune di Randazzo – si legge nel Decreto di scioglimento oggi fatto proprio dalla Corte di Cassazione – sono state riscontrate forme di ingerenza da parte della criminalità organizzata che compromettono la libera determinazione e l’imparzialità dell’amministrazione locale, nonché il buon andamento ed il funzionamemto dei servizi con grave pregiudizio dell’ordine e della sicurezza pubblica. Gli esiti di un attento monitoraggio condotto sull’ente locale, avviato a seguito di diverse iniziative giudiziarie, nonché le risultanze di attività investigative delle forze di polizia culminate nell’operazione di polizia giudiziaria denominata “Terra bruciata” che ha, tra l’altro, determinato l’arresto di numerosi appartenenti alla locale famiglia mafiosa, hanno evidenziato possibili forme di condizionamento dell’amministrazione locale da parte di organizzazioni criminali operanti sul territorio di Randazzo. Pertanto il Prefetto di Catania, con decreto del 16 marzo 2023, ha disposto l’accesso presso il suddetto Comune per gli accertamenti di rito: attività ispettiva che è stata poi prorogata per ulteriori tre mesi… Al termine del predetto accesso – continua la relazione del Ministro Piantedosi fatta propria dal Consiglio dei Ministri – la commissione d’indagine ha depositato le proprie conclusioni, sulle cui risultanze il Prefetto di Catania ha convocato il 25 ottobre 2023 il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, integrato con la partecipazione del Procuratore della Repubblica della Direzione distrettuale antimafia di Catania e del Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Catania. Questi ultimi, nel soffermarsi in particolare sulle vicende concernenti i beni patrimoniali del Comune, si sono esprssi all’unanimità con gli altri componenti per l’avvio della procedura di scioglimento. Il Prefetto di Catania ha poi trasmesso la sua relazione in cui si dà atto della sussistenza di concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti e indiretti degli amministratori locali con la criminalità organizzata di tipo mafioso e su forme di condizionamento degli stessi, riscontrando, pertanto, i presupposti per lo scioglimento”.

Preliminarmente, dunque, la relazione prefettizia pone in rilievo il contesto territoriale nel quale si trova il Comune di Randazzo, caratterizzato storicamente da una conclamata e radicata presenza di associazioni a delinquere di tipo mafioso:

“In particolare, risulta attivo un gruppo mafioso da sempre interessato ad interferire nella vita politico-amministrativa degli enti locali di quel territorio. Detta consorteria strutturalmente è inserita nell’organizzazione criminale denominata “cosa nostra” come anche si rileva dalle menzionate risultanze di indagini di polizia giudiziaria. Gli elementi raccolti presso quell’amministrazione comunale – è sempre la Relazione del ministro Piantedosi, fatta propria oggi anche dalla Corte di Cassazione che parla – hanno fortemente evidenziato l’alta permeabilità delle istituzioni locali da parte del crimine organizzato interessato ad infiltarsi nelle attività economiche legali e nella gestione della cosa pubblica. Il Prefetto di Catania ha innanzitutto evidenziato come l’attuale amministrazione comunale sia in assoluta continuità politico-amministrativa con la precedente consiliatura, interrotta nel febbraio 2022 a seguito delle dimissioni rassegnate dallo stesso sindaco Sgroi, il quale all’esito della successiva tornata elettorale del giugno 2022 è stato riconfermato alla guida dell’ente locale insieme a buona parte dei consiglieri comunali uscenti già in carica nella trascorsa gestione amministrativa. Per tale motivo l’azione ispettiva si è estesa anche a periodi temporali riferibili alla precedente consiliatura, interessando l’intervallo temporale fra l’anno 2018 ed il mese di marzo 2023, ad eccezione di alcuni mesi (marzo/giugno 2022) interessati dalla gestione commissariale.

“Viene altresì evidenziato – si legge ancora nella relazione del ministro Piantedosi fatta propria sia dal Consiglio dei Ministri che dal Presidente della Repubblica ed oggi dalla Corte di Cassazione – che il sindaco di Randazzo e altri due consiglieri comunali sono stati indagati del reato di cui all’art. 110 e 416/ter codice penale – scambio elettorale politico mafioso, in concorso – in quanto in occasione della tornata elettorale amministrativa svoltasi nel 2018 alcuni di essi sarebbero stati “appoggiati da due pregiudicati per mafia“.

In ogni caso, le risultanze delle indagini, sebbene non siano scaturite in un procedimento penale, hanno evidenziato la presenza e la considerazione goduta da soggetti controindicati all’interno delle istituzioni locali.  A conferma di ciò, anche gli esiti dell’attività ispettiva hanno evidenziato un tessuto relazionale e parentale degli amministratori e dei dipendenti comunali con soggetti gravati da condanne per associazione di stampo mafioso, stretti rapporti personali dai quali è deducibile un quadro di condizionamento dell’ente da parte della locale criminalità organizzata.  Inoltre, da risultanze investigative condotte nel tempo – si legge sempre nella Relazione – è emersa la personale vicinanza, nonché lo stretto e continuo legame, assai risalente nel tempo e ancora attuale, che il primo cittadino mantiene con soggetti contigui ad ambienti malavitosi, oltreché frequentazioni con pregiudicati della zona, alcuni dei quali accusati anche di reati di associazione a delinquere di tipo mafioso.

Il patrimonio comunale in mano alla mafia

“L’organo ispettivo prefettizio ha evidenziato come gli uffici comunali non avessero la reale conoscenza del patrimonio dell’ente, atteso che l’elenco consegnato alla Commissione riportava un ammontare di soli n. 238 beni a fronte invece di cespiti ben più numerosi (n. 1798) accertati a mezzo dell’Agenzia delle Entrate. Dalle ulteriori verifiche è emerso, emblematicamente, come l’omessa comunicazione di tali beni – in merito alla quale il primo cittadino si è giustificato ritenendo che gli stessi non rientrassero più nella proprietà del Comune – abbia riguardato anche una serie di lotti di terreni agricoli, molti dei quali dati in concessione o che comunque risultano nella disponibilità di soggetti riconducibili al locale contesto criminale; tali beni sono stati spesso utilizzati dai menzionati soggetti controindicati addirittura per ottenere erogazioni da parte dell’Agenzia Gestione Erogazione fondi all’Agricoltura (AGEA). Ulteriore vicenda esemplificativa della condotta omissiva tenuta al riguardo dal comune di Randazzo  e del suo assoggettamento agli interessi criminali – prosegue la Relazione del ministro Piantedosi fatta propria dal Consiglio dei Ministri nella seduta del 25 gennaio 2024 – è quella relativa ad alcuni fabbricati rurali abusivi costruiti su terreni di proprietà comunale e nella disponibilità di un locale clan mafioso: particella catastale che (guardacaso!) significativamente rientra  fra i cespiti non comunicati all’organo ispettivo. L’esistenza di tali abusi edilizi è emersa dall’esito delle indagini relative alla menzionata operazione di polizia giudiziaria (di fine ottobre 2022), che hanno evidenziato come i manufatti posti in una locale contrada venissero utilizzati dal gruppo criminale per il ricovero e il pascolo abusivo di bestiame o per occultarvi armi, munizioni e sostanze stupefacenti… Lo stesso Comune di Randazzo, inoltre, benché fosse a conoscenza di un abuso edilizio addirittura su di un terreno confiscato alla mafia – si legge ancora nella Relazione – pur essendo sollecitato dalle forze di polizia, non si è affatto adoperato in alcun modo per ripristinare la legalità ed anzi ha rinuciato pretestuosamente all’assegnazione del bene attualmente nella disponibilità dell’Agenzia Nazionale per i beni sequestrati e confiscati. A questo riguardo, la Commissione d’indagine ha riferito che il predetto bene era tra quelli da consegnare ai Comuni e per i quali era stata indetta apposita conferenza di servizio presso la Prefettura di Catania; acquisizione, appunto, rifiutata dal Comune di Randazzo rappresentato per l’occasione da un assessore comunale il quale – nonostante le assicurazioni e le rassicurazioni fornite anche da alcune associazioni aventi finalità sociali circa l’aiuto che avrebbero avuto i Comuni nell’utilizzo dei beni confiscati alla mafia – ha motivato la scelta negativa dell’amministrazione comunale di Randazzo sulla base della lontananza dei terreni in parola dal centro cittadino. In realtà, riferisce l’organo ispettivo, tali beni distano solo 800 metri dal palazzo municipale. Dunque, nessun reale motivo ostativo sussisteva all’acquisizione al patrimonio dell’ente locale dei predetti beni e al loro proficuo riutilizzo a beneficio della collettività”.

E sempre a tal riguardo, la Relazione adombra la dichiarazione dello stato di dissesto dell’Ente – avvenuta dapprima con delibera di Giunta e poi con un’altra del Consiglio comunale nel maggio 2019 – come propedeutica all’alienazione e svendita dei terreni del Comune ad alcune famiglie, a tali terreni interessati, collegate con la mafia.

Irregolaritè nella gestione delle case popolari

“Irregolarità e assenze di controlli e di verifiche anagrafiche sui residenti sono state segnalate anche nella gestione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica. È stato infatti accertato che numerosi alloggi popolari risultano occupati, senza averne titolo, con la sostanziale connivenza degli uffici comunali, da soggetti legati al contesto criminale locale privi dei requisiti per poter beneficiare di tali alloggi a scapito dei legittimi assegnatari… Vengono al riguardo poste in rilievo le ripetute difficoltà frapposte dagli uffici comunali nel reperire e fornire all’organo ispettivo la documentazione riguardante le assegnazioni e i relativi elenchi degli occupanti degli alloggi popolari: atti in gran parte risultati essere incompleti e non aderenti alla realtà dei fatti, in particolare quelli riguardanti alcuni soggetti controindicati nei confronti dei quali sono mancate le necessarie verifiche anagrafiche rispetto alle dichiarazioni da loro prodotte in Comune e soprattutto sono stati omessi i relativi controlli della polizia municipale”.

Irregolarità nei lavori pubblici e nei servizi

“L’azione ispettiva si è soffermata anche sulle procedure di appalto di lavori e servizi, ed ha rilevato come in molteplici casi il ricorso agli affidamenti diretti, o in somma urgenza, è stato effettuato in assenza delle condizioni emergenziali o di eventi imprevedibili che giustifichino il ricorso a quelle specifiche procedure, ponendo altresì in rilievo come tali procedure siano state adottate a seguito di una mancata programmazione degli interventi,  di incuria e degrado amministrativo imputabili ad una sostanziale mala gestio, ovvero pessima gestione della cosa pubblica. Di fatto il Comune di Randazzo è ricorso ad un artificioso utilizzo delle procedure di somma urgenza – alle quali, spesso, non ha fatto seguito la relativa perizia giustificativa nei termini previsti dalla normativa di settore – per lavori che avrebbero dovuto seguire le ordinarie procedure di evidenza pubblica, con ciò favorendo anche ditte vicine alla criminalità organizzata nei cui confronti è mancato il puntuale controllo preventivo di legge previsto per prevenire e contrastare le possibili infiltrazioni criminali nel settore degli affidamenti pubblici…”.

Mancata riscossione dei tributi e dissesto finanziario dell’Ente

“L’organo ispettivo ha analizzato anche la situazione economico-finanziaria dell’Ente, ponendo in rilievo anche l’insufficiente azione posta in essere dall’apparato politico e dirigenziale per assicurare la riscossione dei tributi locali soprattutto in un Comune in gravi difficoltà finanziarie… Come viene precisato nella relazione prefettizia, tra gli utenti non in regola con i pagamenti vi sono diversi amministratori comunali ed esponenti delle locali famiglie mafiose, nei cui confronti gli uffici comunali non hanno intrapreso le prescritte azioni di recupero coattivo del dovuto. In particolare, i contenuti delle menzionate relazioni hanno evidenziato la sussistenza di concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti o indiretti tra componenti dell’amministrazione locale ed esponenti della criminalità organizzata di tipo mafioso. Tali elementi – conclude il ministro Matteo Piantedosi nella sua Relazione fatta propria dal Consiglio dei Ministri, poi dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ed ora dalla Corte di Cassazione di Roma – così come accertato anche nella riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, integrato con la partecipazione del Procuratore della Repubblica della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania e del Procuratore Generale presso la Corte d’appello di Catania, rilevano una serie di condizionamenti nell’amministrazione comunale di Randazzo volti a perseguire fini diversi da quelli istituzionali, che hanno determinato lo svilimento e la perdita di credibilità dell’istituzione locale, nonché il pregiudizio degli interessi della collettività, rendendo necessario l’intervento dello Stato per assicurare la riconduzione dell’ente alla legalità”.

Ecco il perchè dell’allora scioglimento degli organi elettivi del Comune: sindaco, giunta e consiglio comunale mandati a casa, e dell’ora incandidabilità per due turni dell’ex sindaco Francesco Sgroi. Incandidabilità pronunciata proprio di recente con sentenza della Corte di Cassazione di Roma. 

Perplessità sul alcune candidature 

Numerose perplessità stanno suscitando in questo momento diverse candidature, fra cui quella di Gianluca Anzalone. Candidatura – si dice – sostenuta dal Partito Democratico di cui lo stesso Anzalone è il locale  segretario.

Perplessità suscitata – sempre si dice – dal fatto che egli, come Francesco Sgroi, di cui era vicesindaco, è stato mandato a casa alla fine di Gennaio 2024 parimenti agli altri assessori comunali ed ora (sempre si dice) egli possa essere il sostituto, ovvero la longa manus, il procuratore dello stesso suo ex sindaco Sgroi.

“Una candidatura che appare istituzionalmente e politicamente inopportuna – osserva  Matteo Ianniti, presidente dell’Arci di Catania, giornalista collaboratore de I Siciliani Giovani –.  Una candidatura, questa di Anzalone, che umilia, e non di poco, il lavoro di magistratura e istituzioni circa la scelta di sciogliere il Comune di Randazzo per mafia. Siamo però abituati in Sicilia a questo tipo di arroganza, a questo senso di impunità, alle ambizioni di singoli che calpestano la dignità di molti, all’incapacità di guardare alle conseguenze dell’egoismo e dell’amichettismo. Pensavamo, però, che queste pratiche non fossero, o non fossero più, sostenute dal Partito Democratico. Partito che ha l’ambizione regionalmente e nazionalmente di guidare un fronte democratico di alternativa alle politiche di destra. Un Partito che, a partire dalla sua Segretaria Nazionale, Elly Schlein, ha fatto della partecipazione e del dialogo con società civile e movimenti la misura del nuovo corso. È raccapricciante vedere ora il Partito Democratico, ed suoi autorevoli dirigenti, sostenere ed incoraggiare la candidatura di Gianluca Anzalone a Sindaco di Randazzo. Lo stesso Partito che invoca la questione morale per la degenerazione delle istituzioni siciliane non può in alcun modo permettersi di avallare la candidatura a Sindaco di chi è in continuità con una Giunta sciolta per mafia. È un principio elementare, banale, che andrebbe considerato e dato per scontato. L’amicizia personale di alcuni esponenti del PD con la persona di Anzalone non può giustificare silenzi e sostegni. L’inopportunità di questa candidatura è evidentissima e non esistono elementi perché il PD continui a sostenerla. Non si tratta di una bega di paese, di un fatto isolato o microscopico. È in casi come quelli di Randazzo che si misura la qualità dell’alternativa che si vuole produrre in Sicilia ed in Italia. È in casi come quelli di Randazzo che si misura la mediocrità morale di chi non ha il coraggio di denunciare. È a Randazzo che si capisce se la questione mafiosa posta dal PD a livello regionale e nazionale è una vera questione politica o è solo uno strumento per attaccare gli avversari. Non è neanche per un minuto in più accettabile la doppia morale di alcuni esponenti del PD. Grottesco, in questo contesto, che uno dei sostenitori della candidatura di Gianluca Anzalone, il Segretario del PD Sicilia, Anthony Barbagallo, sia anche rappresentante del popolo siciliano in commissione nazionale antimafia. Facciamo l’ennesimo appello alla Segretaria nazionale Elly Schlein perché intervenga con urgenza per chiarire da che parte sta il PD in Sicilia. C’è ancota un elemento da chiarire – seguita Matteo Ianniti –. Questa attenzione verso le scelte del Partito Democratico non è un’ingerenza nel loro legittimo e indipendente dibattito interno. È un avviso. Non si può pensare di tessere alleanze con la società civile ed i movimenti antimafiosi candidando chi è stato in una Giunta come vicesindaco mandato a casa con lo scioglimento degli organi elettivi per mafia. Oggi, alla vigilia delle elezioni amministrative che dovrebbero riscattare il Comune di Randazzo dallo scioglimento per mafia, ci troviamo davanti una situazione avvilente. Nessuna lista, di nessun candidato a Sindaco, ha dichiarato esplicitamente di respingere le candidature a consigliere di chi è stato oggetto di provvedimenti dell’autorità giudiziaria per vicende di mafia e corruzione. Nessuno ha respinto le candidature di chi ha avuto ruoli nella Giunta che è stata sciolta per mafia. Nessuno ha dichiarato inaccettabili le candidature di chi ha rapporti con le famiglie mafiose di Randazzo. Se il PD pensa di proseguire su questa strada, non ci potrà essere strada comune per costruire l’alternativa. E sarebbe un peccato, veramente un peccato, soprattutto oggi che i risultati del recente Referendum ci incoraggiano a restare uniti per cambiare il nostro Paese. Il PD scelga se vuole essere parte del problema o parte della soluzione del problema partendo proprio da Randazzo – conclude Matteo Ianniti –. E bene ha fatto oggi la Segreteria nazionale dello stesso Partito  ad aver coraggiosamente scelto di non sostenere più la candidatura di Mirello Crisafulli a sindaco di Enna. Adesso tocca a Randazzo”.

di Giuseppe Portale

Ultimo aggiornamento

redazione

redazione