28 Febbraio 2026
Estorsioni e vendette: l’omicidio di Carmela Minniti

Mimmo Tigna non sta ai patti e da due omicidi trasversali danno il via alla scia di morte firmata Giuseppe Ferone
Una storia maledetta, una scia di sangue che nel 1995 portò anche a morti innocenti, estranei alle dinamiche mafiose. In quegli anni i confini erano importanti per i gruppi soprattutto per le estorsioni. Se a chiedere lo stipendio ad un’azienda erano in due uno doveva cedere.
Mimmo Longo no sta ai patti e va a chiedere lo “stipendio” ad un’azienda già sotto protezione di Aldo Ercolano. Gaetano Laudani provò a fare desistere Longo che «purtroppo per lui non intese la raccomandazione».
«Gaetano Laudani decise di farlo fuori». L’omicidio, però, innesca la reazione di una fazione dei Tigna: «La vendetta arriva a Valverde: «Fanno un agguato a Tano Laudani e lo uccidono». Materialmente, aggiunge, «fu un gruppo dei Tigna capitanato da Giuseppe Ferrone».
Sullo sfondo pesa un’altra scia di sangue: «Erano stati uccisi il padre di Ferrone e un figlio di Ferrone, che nel frattempo era stato arrestato». E qui Guarnera spiega la scelta di Ferone, suo assistito: «Se devo vendicare mio padre e mio figlio non posso restare in carcere».
La strada è la collaborazione. Ferone viene trasferito in località protetta nel Lazio e ottiene margini di movimento. Ma, a un certo punto, «decise di tornare a Catania per attuare la sua vendetta uscendo dalla protezione. Il primo settembre del 1995 Ferone uccide Carmela Minniti, moglie di Nitto Santapaola, risparmiando la figlia Cosima che era in casa con lei. Per una vendetta completa aveva anche pensato di fare saltare in aria con dell’esplosivo una palazzina abitata dai Laudani.
La cosa non gli risultò. Poi con un fucile a lunga gittata voleva sparare alle mogli che andavano a colloquio con i detenuti al carcere della Bicocca. Infine, fece uccidere una donna del clan Savasta, Santina Puglisi 22 anni, figlia del capo storico Antonino. Insieme a lei vi era il 13enne cugino Salvatore Botta, che perì sotto i colpi di arma da fuoco.
A premere il grilletto, aggiunge, fu «un suo nipote, un ragazzo di appena 18 anni», poi arrestato e divenuto collaboratore: «Raccontò che era stato lo zio a mandarlo al cimitero». Così, conclude Guarnera, «questa era la criminalità».
Foto di Orietta Scardino






