Università bandita: sei condannati tra cui Francesco Basile
Si chiude oggi un altro importante capitolo del caso legato a “Università Bandita”, noto anche come “Concorsopoli”. Le condanne sono arrivate, come atteso da tempo, segnando un nuovo passaggio in una delle inchieste più rilevanti che hanno coinvolto l’Ateneo catanese.
Processo Università bandita ”, la sentenza del Tribunale di Catania: sei condanne, prescrizioni e numerose assoluzioni
CATANIA – Il Tribunale di Catania (II sezione penale, in composizione collegiale) ha pronunciato il dispositivo di sentenza all’udienza del 27 gennaio 2026, al termine della camera di consiglio, in un procedimento che vedeva coinvolti numerosi imputati. Il collegio era composto dalle magistrate Enza De Pasquale (presidente), Cristina Scalia e Mariaconcetta Gennaro (giudici).
Nel dispositivo vengono irrogate sei condanne. In particolare:
Filippo Drago è stato dichiarato colpevole e condannato a 2 anni di reclusione, difeso da Tommaso Tamburino
Francesco Basile è stato condannato a 5 anni di reclusione, con riqualificazione del fatto e riconoscimento di un’attenuante,
Giuseppe Maria Pappalardo è stato condannato a 8 mesi di reclusione (capo 22, con riqualificazione e attenuante).
Antonio Giuseppe Biondi, Marcello Angelo Alfredo Donati e Marco Montorsi sono stati condannati a 2 anni di reclusione ciascuno (capo 39), con riconoscimento delle attenuanti generiche.
Per Basile il Tribunale ha inoltre dichiarato l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e lo stato di interdizione legale durante la pena.
Quanto all’esecuzione, il dispositivo dispone che la pena comminata a Drago, Pappalardo, Biondi, Donati e Montorsiresti sospesa per cinque anni alle condizioni di legge.
Il Tribunale ha poi dichiarato non doversi procedere per intervenuta prescrizione nei confronti di Vincenzo Perciavalle e Giuseppe Barone .
Ampia anche la parte sulle assoluzioni, con diverse formule (“per non aver commesso il fatto”, “perché il fatto non sussiste”, “perché il fatto non costituisce reato”), tra cui – sempre secondo il dispositivo – quelle relative a specifici capi contestati ad alcuni imputati.
Un passaggio centrale del provvedimento riguarda inoltre una lunga serie di contestazioni per le quali il Tribunale ha assolto “perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato” in relazione ai capi indicati nel dispositivo.
Infine, il giudice ha disposto, per gli atti sottoposti a sequestro, la confisca di quelli inerenti ai capi per cui è stata pronunciata condanna e, per il resto, il dissequestro e la restituzione agli aventi diritto. La motivazione della sentenza sarà depositata entro 90 giorni.
L’inchiesta Università bandita
L’inchiesta nasce da un’indagine della Digos di Catania, avviata nel 2017 e conclusa nel 2019, con attività coordinata dall’allora procuratore Carmelo Zuccaro e dall’aggiunta Agata Santonocito. Con gli sviluppi del caso erano arrivate anche le dimissioni dell’allora rettore dell’Università di Catania Francesco Basile, considerato tra i principali imputati insieme a Giacomo Pignataro.
Un’inchiesta di enorme portata, come sottolineato anche in passato dagli investigatori, che in conferenza stampa avevano illustrato gli elementi raccolti, facendo ascoltare anche parte delle intercettazioni relative ai soggetti coinvolti.
Università Bandita–Concorsopoli: tra accuse e richieste di assoluzione
Si tratta di 51 persone coinvolte, legate al mondo universitario catanese, con accuse che spaziano dalla corruzione alla turbativa d’asta, fino all’abuso d’ufficio. Contestato anche il falso ideologico. Nel corso del processo, il pm aveva già chiesto la condanna per 39 imputati e l’assoluzione per 12.
Il cuore della vicenda ruota attorno alla presunta assegnazione “pilotata” dei vincitori di concorso, in prevalenza in ambito medico, che – secondo l’accusa – sarebbero stati decisi prima dello svolgimento delle selezioni. L’assegnazione, sempre secondo l’impianto accusatorio, avrebbe favorito candidati interni o soggetti ritenuti vicini a determinati docenti.
Restava inoltre centrale il nodo dell’abuso d’ufficio, sulla cui legittimità si era espressa la Corte di Cassazione. Per questo, nel corso del dibattimento, l’accusa aveva rimodulato alcune richieste ritenendo che “il fatto non è previsto dalla legge”, mentre la difesa aveva avanzato una diversa impostazione, chiedendo l’assoluzione con la formula “il fatto non sussiste”.