27 Dicembre 2025

Federico II e la Scuola Poetica Siciliana

Federico II e la Scuola Poetica Siciliana

Il 26 dicembre 1194 nasceva Federico II di Svevia, destinato a diventare imperatore del Sacro Romano Impero e Re di Sicilia. Intorno al 1225, Federico II diede vita, presso la sua corte, a un’esperienza culturale destinata a segnare la storia della letteratura: la Scuola Poetica Siciliana

Notai, segretari, cancellieri e funzionari di corte, insieme allo stesso sovrano, si dedicarono alla composizione di poesie ispirate alla lirica amorosa dei trovatori provenzali. La scelta rivoluzionaria fu l’uso della lingua siciliana, che divenne così la prima lingua letteraria e di cultura della penisola italiana, precedendo persino il toscano.

Le poesie della Scuola Siciliana ci sono pervenute attraverso raccolte di manoscritti tardo-duecenteschi, copiati da copisti toscani. Tra questi, il più importante è il Codice Vaticano Latino 3793. Per secoli si ritenne che la lingua dei componimenti fosse quella riportata nei codici, molto simile all’italiano moderno.



La svolta avvenne nel 1790, quando lo storico della letteratura Girolamo Tiraboschi scoprì un manoscritto inedito del XVI secolo del filologo modenese Giovanni Maria Barbieri, intitolato L’arte del rimare. In quest’opera Barbieri trascrive una poesia intera, “Pir meu cori alligrari”, e frammenti di altre liriche della scuola siciliana, affermando di averle tratte da un perduto “Libro Siciliano”.

Con sorpresa, Tiraboschi notò che questi testi non erano scritti nella lingua dei codici toscani, ma in una lingua molto simile al siciliano odierno. Da qui l’ipotesi che le poesie della Scuola Siciliana fossero state toscanizzate dai copisti e che gli originali fossero in siciliano.

La conferma definitiva giunse dallo studio della cosiddetta “rima siciliana”, una rima imperfetta (come volere/gioire) che aveva incuriosito studiosi e poeti, incluso Dante. L’imperfezione, in realtà, derivava dalla traduzione: riportando i versi al siciliano originario, le rime tornavano perfette (vuliri/giuiri).

Questa vicenda dimostra quanto sia fragile la trasmissione dei testi, soprattutto quando gli originali vengono deliberatamente fatti scomparire, come accadde dopo la sconfitta della dinastia sveva nella battaglia di Benevento del 1266 e la successiva conquista angioina della Sicilia.

Per secoli gli eruditi siciliani rivendicarono la paternità della lingua italiana, basandosi sulla somiglianza tra l’italiano e la lingua dei testi siciliani trasmessi dai codici toscani. Oggi sappiamo che quella lingua era un’altra: era la lingua siciliana, autentica protagonista delle origini della letteratura italiana.

redazione

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