18 Dicembre 2025

Donne over 50: competenti ma escluse dal lavoro in Italia

Donne over 50: competenti ma escluse dal lavoro in Italia

Lettera aperta al Governo, alle Istituzioni, alle Aziende e all’Italia che non vuole vedere, né sentire.

                                         Margherita Bonanno

Mi chiamo Margherita Bonanno, ho 57 anni e appartengo a una generazione di donne che ha fatto tutto ciò che le era stato chiesto. Ho studiato. E molto. Ho iniziato a lavorare subito dopo la laurea, facendo la cosiddetta “gavetta”. Mi sono sposata, ho avuto due figli e, per poterli crescere, ho scelto la libera professione. Ma per questa scelta ho fatto rinunce enormi.



Quando i miei figli sono cresciuti e diventati autonomi, ho deciso di tornare a studiare per ottenere nuovi titoli e diventare più competitiva nel mondo del lavoro. Il mio obiettivo era passare dalla libera professione al pubblico impiego, anche perché la libera professione comporta costi ormai insostenibili. Dopo aver conseguito titoli dei più svariati e dopo anni di lavori a tempo determinato, oggi ho dovuto accettare una verità durissima: non servo più.

Ho una laurea in Giurisprudenza, un master in Informatica Giuridica, una specializzazione in Informatica, numerose certificazioni. Ho iniziato come avvocato, poi sono entrata nel mondo del web quando era ancora una scommessa. Ho lavorato come webmaster, web designer, oggi sono frontend developer.

Nel 2019 riesco finalmente a rientrare nel mercato del lavoro come dipendente. Trovo lavoro a Torino. Poi arrivano il Covid, la separazione, la perdita del lavoro a causa della separazione. Dal 2021 in poi: contratti a termine, NASPI, vuoti economici, precarietà totale.

Oggi è il 2025. Ho 57 anni. Un curriculum ricco. E un mercato che mi ha letteralmente espulsa. Partecipo a concorsi pubblici che ormai sembrano più Telemike e Rischiatutto che selezioni serie, basate sul merito: si passa per fortuna, non per competenza. E anche quando i bandi non prevedono limiti di età, scrivono chiaramente che a parità di punteggio viene scelto il candidato più giovane. Tradotto: anche se entri in graduatoria, vieni eliminata perché “vecchia”.

Una generazione sacrificata due volte. La società attuale ci ha intrappolate in un vortice di disuguaglianze e paradossi. Noi donne di mezza età siamo una generazione sacrificata due volte. Negli anni ’80 e ’90 ci hanno detto: “Prima la gavetta. Gratis o quasi. Faticosa. Umiliante.” E noi abbiamo obbedito. Poi ci hanno detto: “Studiate ancora. Formatevi. Specializzatevi.” E lo abbiamo fatto.

Oggi, che siamo finalmente competenti, preparate, solide, il mondo del lavoro ci risponde: “Preferiamo i giovani. Preferiamo i maschi: creano meno problemi, sono più flessibili .” E con le ultime normative, questa preferenza non è più solo culturale, ma anche economicamente incentivata, tra sgravi fiscali, assunzioni agevolate ed esoneri contributivi per gli under 35. Il risultato è un paradosso crudele: chi sa fare, viene scartato; chi non sa fare, viene incentivato e formato.

Non è una guerra tra generazioni. È una distorsione politica e sociale che sta condannando alla marginalità soprattutto noi donne over 40 e over 50. Nonostante preparazione e competenze, veniamo spinte verso lavori umili e senza sbocchi, spesso in nero e sottopagati: badante, pulizie, babysitter… Un’altra gavetta. L’ennesima. Come se fosse colpa nostra essere avanti negli anni, essere separate, non essere riuscite a superare un concorso.

Nessuno considera il nostro cervello. Nessuno guarda più le nostre competenze. Conta solo l’età sulla carta d’identità e il conseguente costo in busta paga.

Se hai figli da mantenere, una casa da sostenere, bollette, assicurazioni, spese mediche… lo Stato ti lascia sola. Lo Stato non ti sostiene mentre cerchi un nuovo lavoro. Ti aiuta per un breve periodo e poi sparisce:

  • Se possiedi una casa, sei “troppo ricca” per avere aiuti;
  • Se non hai 67 anni, sei “troppo giovane” per una pensione sociale;
  • Se hai finito la NASPI, diventi invisibile.

Così oggi io, che ho studiato tutta la vita per avere una mia collocazione dignitosa nella società e non dipendere da nessuno, sono costretta a chiedere soldi ai miei genitori anziani per mantenere me stessa e i miei figli. Questo si chiama abbandono istituzionale. Questa è violenza psicologica, anche se nessuno la chiama così. Si parla – giustamente – di violenza sulle donne. Anche questa è violenza: sistemica, psicologica ed economica. È violenza toglierti il lavoro, perché non sei più “conveniente”. È violenza farti sentire inutile. È violenza costringerti a perdere tutto, persino la dignità, mentre sei ancora forte, lucida, capace di lavorare e portare reddito.

La Sicilia è il punto più critico dove questa violenza è ancora più feroce: pochissime aziende, pochissime opportunità, zero politiche vere di reinserimento.

Noi non chiediamo carità! Chiediamo giustizia! Noi donne over 40 e over 50:

  • chiediamo politiche di reinserimento vere, non bandi inutili;
  • chiediamo incentivi alle aziende per assumere anche noi, non solo gli under 35;
  • chiediamo tutele per le donne separate che hanno dedicato la vita alle loro famiglie;
  • chiediamo sostegni reali per le disoccupate senza ammortizzatori;
  • chiediamo redditi ponte dignitosi tra un lavoro e l’altro;
  • chiediamo che la competenza torni ad avere valore;
  • chiediamo di non essere buttate via.

Abbiamo tenuto in piedi famiglie, cresciuto figli, contribuito alla società. Adesso non accettiamo di essere gettate nell’angolo.

Un grido che deve diventare legge! Questo non è solo un grido: è anche una proposta.

Io parlo per me, ma non solo per me. Parlo per:

  • le donne separate,
  • le madri con figli ancora non autonomi,
  • le professioniste espulse,
  • le cinquantenni senza futuro previdenziale.

Questo grido deve diventare una proposta di legge. Una riforma vera. Una tutela reale. Perché uno Stato che perde le sue donne migliori è uno Stato che si sta suicidando.

redazione

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