15 Dicembre 2025

Capitale della Cultura? Prima di illudere Catania, serve curare la città reale

Capitale della Cultura? Prima di illudere Catania, serve curare la città reale

Catania non merita di essere illusa ancora una volta né di vedere stesi lunghi tappeti rossi per nascondervi sotto il degrado autentico, ferito e vulnerabile della città

Proporre Catania come Capitale della Cultura nasce da un evidente equivoco: l’idea, avanzata con sorprendente leggerezza, scaturisce certamente da buoni propositi più che da cattiva intenzione, ma rischia di essere un’iniziativa che ignora la realtà, un gesto di presunzione destinato a trasformarsi in un’illusione collettiva, una scelta più umiliante che esaltante.

La cultura, forse sfugge ancora a qualcuno

Non è una medaglia da appuntarsi al petto. È un ecosistema: un’architettura di senso, cura e relazioni. E questa struttura, a Catania, ha fondamenta fragili. L’evidenza più imbarazzante, e al contempo negata, è quella dei rifiuti. In una città in cui la spazzatura diventa paesaggio, parlare di Capitale della Cultura suona come una boutade dadaista.



Nessuna narrazione culturale può sopravvivere alla percezione visiva del degrado

È impossibile apparire credibili quando la cultura basilare della civile convivenza, mi riferisco alla pulizia, all’ ordine e al decoro urbano, vacilla a ogni angolo di strada. Qualche giorno fa sono stato interpellato per lo sconfortante degrado all’ingresso del Museo Belliniano, determinato da un’amministrazione incapace persino di coordinare una semplice assemblea condominiale: una prodigiosa dimostrazione di inefficienza ordinaria.

C’è poi la questione dell’internazionalizzazione

Catania vive ancora immersa in un provincialismo impermeabile al dialogo con il mondo. Mancano relazioni stabili con i centri culturali europei. A parte l’Università non ci sono istituzioni capaci di viaggiare, cooperare, costruire ponti. Senza questo respiro, candidarsi a un titolo che richiede confronto globale equivale a presentarsi a una maratona internazionale con le pinne da subacqueo… solo per aver imparato a respirare sott’acqua. Il problema dei circuiti culturali è ancora più profondo.

Non basta organizzare festival o inaugurare mostre sporadiche

Ooccorre appartenere a un sistema, esserne parte con autorevolezza. Significa avere teatri vivi tutto l’anno, musei che producono cultura e non si limitano a custodirla, istituzioni capaci di attrarre studiosi, artisti e intellettuali. Tutte queste realtà sono chiamate ad avviare un dialogo intenso per coordinarsi tra di loro e riuscire quindi in un risultato unico: quello di pianificare ed attuare significative proposte sul territorio. Catania non possiede nulla per creare e promuovere questo ecosistema culturale. Molte città europee dispongono di team dedicati per cercare fondi e investimenti. Ci sono sicuramente eccellenze isolate, passioni eroiche e competenze spesso inascoltate, ma non basta tutto questo.

C’è infine la città reale, quella di tutti i giorni: una città faticosa da attraversare

Con trasporti insufficienti, associazioni culturali, scuole di musica e di ballo che sopravvivono con difficoltà. Si pretenderebbe quindi di scattare oggi la fotografia di una Città quando non tutti sono pronti alla posa, in cui metà dei soggetti sta inciampando e l’altra metà sorride imbarazzata. E la verità, quando arriva senza nessun filtro, nemmeno quello fotografico, sa essere bruciante. Non voglio dilungarmi ulteriormente e soffermarmi su altri aspetti perché ritengo che già vi siano elementi sufficienti per scoraggiare ogni altro passo prematuro. Sarebbe opportuno evitare di far percepire l’immagine di una comunità che aspira oltre le proprie forze, che sostituisce il desiderio alla realtà. Le contraddizioni di questa città esploderebbero in maniera dilaniante, addirittura amplificate, dinanzi ad una candidatura lanciata con fervore ma allo stesso tempo con troppa approssimazione. Nonostante tutto, però, chi ama Catania non può sottrarsi a un moto di tenerezza per questa sognante ambizione. Questa nostra città possiede davvero un’anima culturale profonda: nei palazzi feriti dal tempo, nell’energia creativa dei giovani, nei tanti talenti che la abitano, in quel mirabile vulcano che le conferisce un profilo mitico. Ma il suo vero cuore, oggi, non pulsa più. Essa ha bisogno di una cura radicale, di una volontà politica costante e non episodica, di una rinnovata vocazione.

Se un giorno vorrà davvero diventare Capitale della Cultura, dovrà prima diventare capitale di sé stessa

Smettere di rimediare alle emergenze, pretendere molto di più da chi la amministra ma anche da chi la abita. Solo allora una candidatura non sarà un gesto vuoto e nemmeno la folle pretesa di saltare senza aver costruito un trampolino.

E allora sì: Catania potrà persino vincere per aver saputo avviare un percorso ideato con saggezza, pianificato con cura e realizzato attentamente nel tempo.

Ma oggi, con tutta onestà, sarebbe invece utile guardare a questa candidatura come un momento topico, l’occasione per permettere a questa città di riflettere se stessa allo specchio  con il recondito desiderio di rivedersi bella… esattamente com’era una volta.

di Maurizio Ciampi, docente alla Nanijing University

redazione

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