20 Ottobre 2025
Koinè e la raccolta firme pro Palestina: politica o solidarietà?

La trasparenza per gli studenti è al centro del dibattito, si tratta di mero impegno civile o ci sono seconde finalità?
Nelle ultime settimane all’Università di Catania è emersa una situazione che ha suscitato dubbi e interrogativi tra gli studenti. L’accusa principale rivolta all’associazione universitaria Koinè è quella di aver utilizzato i dati raccolti durante la petizione pro-Palestina per contattare direttamente gli studenti, presentando l’associazione.
I nomi e i cognomi presenti nella lettera sono pubblici e quindi accessibili a tutti
Tuttavia, alcuni potrebbero ritenere immorale o sminuente averli utilizzati subito dopo la raccolta delle firme, per presentare la propria l’associazione.
In nome della giustizia: centinaia di studenti hanno firmato
per la Palestina, affidando i propri dati a una causa che conta
La petizione ha coinvolto numerosi studenti, che hanno espresso la loro solidarietà nei confronti della Palestina, una causa considerata da molti come urgente e di grande valore morale. Per firmare, gli studenti hanno inserito dati personali, nome e cognome, e-mail e numero di matricola.
Questi dati, essenziali per la validazione delle firme, sono stati forniti con la fiducia che sarebbero stati usati esclusivamente per supportare l’iniziativa.
Abbiamo recentemente raccolto le dichiarazioni di due studentesse del Dipartimento di Scienze della Formazione (DISFOR). Dopo aver firmato la petizione a sostegno della causa palestinese, sono state contattate in privato dalla stessa associazione che promuoveva l’iniziativa. Le due hanno scelto di condividere il proprio punto di vista, chiedendo di rimanere anonime.
– “Abbiamo firmato per convinzione personale, perché crediamo nei diritti umani e sentiamo vicina questa causa.”
– “Dopo la firma, siamo state contattate in privato dall’associazione. È stato un passaggio che ci ha portato a riflettere.”
– “Continuiamo a pensare che si tratti di una causa importante e condivisibile. Proprio per questo ci chiediamo se sia coinvolta o meno la politica universitaria.”
Le loro parole non mettono in dubbio la sincerità dell’iniziativa, né intendono accusare. Sono piuttosto un invito alla riflessione: C’è il rischio che temi complessi vengano, anche inconsapevolmente, inseriti in logiche di consenso?
La domanda che è sorta ultimamente è: la raccolta firme per una causa nobile è stata utilizzata come un mezzo per costruire un elenco di contatti da coinvolgere in un progetto politico-elettorale?
“Se così fosse, sarebbe qualcosa di grave, soprattutto per la comunità studentesca. Dalla politica universitaria si forma la nuova classe dirigente” — è quanto dichiara il consigliere comunale e fondatore dell’associazione Crediamoci Giovanni Magni, commentando le recenti vicende che hanno acceso i riflettori sul mondo della rappresentanza universitaria.
“Se quanto emerso nelle ultime settimane fosse vero, come associazione Crediamoci prendiamo le distanze da ogni strumentalizzazione politica e da qualunque uso improprio dei dati a fini elettorali. Condanniamo fermamente modalità e finalità che riteniamo aberranti, pur mantenendo una posizione garantista”, dichiara Eleonora Ardizzone, presidente dell’associazione Crediamoci.
Privacy e Trasparenza: un diritto degli Studenti
È fondamentale chiarire che, al momento della firma, era presente un’informativa sulla privacy. Tuttavia, qualora non fosse stato chiaramente indicato che i dati, anche se pubblici, sarebbero stati usati per contatti successivi oltre la raccolta firme, potrebbero sorgere dubbi legittimi sul rispetto della privacy.
Solidarietà o Strumento Politico?
Rimane un interrogativo aperto: la scelta di Koinè di usare i dati della petizione per contattare gli studenti è stata solo un’azione a sostegno di una nobile causa?
Al centro della questione, il ruolo dell’associazione universitaria Koinè nella raccolta firme e l’utilizzo dei dati dei firmatari.
Dati alla mano, lo stesso sito dell’Università di Catania riporta che gli “studenti Unict accolgono il grido del dolore palestinese” attraverso una raccolta firme. Secondo quanto pubblicato, l’iniziativa è di Luigi Nicolosi e Costantino Ragonese, ma l’associazione ha redatto il documento. Qui il link
Il coordinatore dell’associazione Koinè Luigi Nicolosi dichiara:
“Abbiamo deciso come singoli di sostenere la causa; la lettera è firmata direttamente da me come firmatario, Costantino Ragonese, altri membri dell’associazione, così come da persone esterne. Da questa partecipazione individuale nasce la lettera, che è stata solo successivamente diffusa attraverso i canali ufficiali dell’associazione. Secondo noi, nel tentativo di screditare l’associazione, si è messa a rischio la credibilità dell’intera iniziativa. Finora abbiamo evitato risposte pubbliche per non dare ulteriore eco alle accuse”.
La vicenda ha acceso un confronto più ampio sul confine tra iniziativa personale e rappresentanza associativa. Sebbene i nomi dei firmatari fossero pubblicamente visibili, alcuni hanno sollevato dubbi in merito alla scelta di impiegarli immediatamente dopo la raccolta per presentare in un modo o nell’altro, l’associazione promotrice.
Questioni di trasparenza, consenso informato e percezione pubblica diventano dunque centrali in un contesto in cui l’attivismo studentesco si intreccia con dinamiche di comunicazione e fiducia.






