03 Ottobre 2025
“Dentro” e “fuori”: il dramma delle carceri italiane

Chi entra nelle carceri, da libero o da recluso ed anche soltanto per una volta, non appena avrà varcato la soglia d’ingresso dell’istituto ed avrà sentito il tipico suono metallico dei chiavistelli e delle inferriate che si aprono e si chiudono, non potrà fare a meno di pensare che esistono due mondi ben distinti tra loro: il mondo di “dentro” ed il mondo di “fuori”.
La stessa terribile sensazione la si prova quando ci si lascia alle spalle le porte di ferro dietro le quali i reclusi e le loro storie continueranno a trascorrere un’esistenza priva del bene più prezioso del quale disponiamo, spesso senza apprezzarne in pieno l’importanza: la libertà. Si tratta di due mondi nei quali si applicano regole completamente diverse, in cui vigono criteri di valutazione, modelli di sopravvivenza e punti di vista opposti sull’essenza delle relazioni personali e sociali e persino sulla vita e sulle sue dinamiche. Entrambi, però, sono il prodotto della complessa e controversa natura umana: negarlo sarebbe gravissimo.
Ciò premesso, la situazione delle carceri italiane e siciliane è tendenzialmente fuori dalle previsioni costituzionali e fuori dalle disposizioni contenute nella Convezione Europea dei Diritti dell’Uomo.
I motivi sono rinvenibili in alcune cifre che non hanno bisogno di particolari commenti: il sovraffollamento (oltre 63 mila a fronte di una capienza di circa 47 mila), il numero di recidive (circa l’80%), il numero di reclusi che lavorano (tra il 15% ed il 18%), i suicidi (42 solo quest’anno, più del doppio della media europea), la carenza di personale (circa 6.000 rispetto alla pianta organica prevista). Appare di tutta evidenza che, in queste condizioni, parlare di rieducazione e reinserimento sociale, come previsto dall’art. 27 della Costituzione appare del tutto impossibile.
di Salvo Fleres, giornalista






