25 Settembre 2025

Aprire un’impresa a Catania? Più facile scalare l’Etna

Aprire un’impresa a Catania? Più facile scalare l’Etna

Tasse record, servizi carenti e burocrazia lenta soffocano Catania. Alessio Grasso (Centro Servizi del Mediterraneo): «A Catania la burocrazia frena gli investimenti tanto quanto le tasse»

Catania si piazza al 103° posto su 114 capoluoghi italiani nella classifica elaborata dall’Osservatorio nazionale CNA sulla pressione fiscale e confermati dai dati dell’Istat. Un dato che fotografa la difficoltà delle imprese locali, costrette a lavorare fino a metà luglio solo per pagare le tasse e iniziare a produrre reddito per sé. A raccontare questa situazione è Alessio Pierpaolo Grasso, specialista fiscale di CSM Centro Servizi del Mediterraneo di via Federico Confalonieri 4 a Catania, che offre uno spaccato crudo della realtà economica del territorio.



«Il tessuto imprenditoriale al Sud – spiega – è fatto soprattutto di micro imprese e ditte individuali. Al Nord, invece, dominano le società per azioni, che beneficiano di bilanci consolidati e regimi fiscali più favorevoli. Le grandi aziende ricevono sovvenzioni e sgravi contributivi, mentre qui ci si trova schiacciati da tasse e adempimenti senza possibilità di difesa».

Un esempio concreto è la tassa sui rifiuti: «A Catania un ufficio paga, a oggi, 10,97 euro al metro quadro, 5,66 euro/mq per le abitazioni. È l’aliquota più alta d’Italia. A questo si sommano addizionali regionali e comunali, contributi previdenziali, Irpef, Ires e tutti gli altri oneri fiscali. Alla fine, al Sud si paga di più che al Nord, senza avere servizi migliori. E non è un caso che una siringa, in Sicilia, costa tre volte di più rispetto al Nord, anche solo per i maggiori costi di trasporto».

Il nodo della tassazione si lega a quello del costo del lavoro. «Un dipendente siciliano ha una RAL di 27-28mila euro, a Milano si arriva anche a 70mila. È vero che il costo della vita è diverso, ma un’impresa che vuole investire guarda al carico fiscale complessivo e sceglie altri territori».

Ma il fisco non è l’unico ostacolo. La burocrazia frena gli investimenti tanto quanto le tasse: «Hanno lanciato un progetto nazionale, Impresainungiorno.gov.it, che permette di aprire un’attività in 24 ore – spiega Grasso -. A Catania però tutto si blocca perché non funziona il SUAP, lo Sportello Unico delle Attività Produttive. Un imprenditore la settimana scorsa ha provato ad avviare una impresa online, ma i sistemi informatici del Comune non rispondono. Così si torna alle vecchie procedure, con tempi che vanno da 30 a 60 giorni per i controlli di rito. E questo fa la differenza: aprire in un mese o doverne aspettare tre non è la stessa cosa». In più il SUAP ha chiuso ufficio e ricevimento al pubblico e riceve le pratiche solo tramite mail.

Il malfunzionamento del SUAP si inserisce in un quadro amministrativo già precario. «Il Comune di Catania non ha completato le rendicontazione che doveva essere approvata e presentata entro il 30 aprile 2025. Questo ha bloccato l’assunzione di oltre 100 vigili urbani vincitori di concorso e ancora in attesa di prendere servizio. Ma ha anche provocato il commissariamento del Comune a luglio scorso. La macchina amministrativa cittadina esige sempre, ma quanto restituisce?».

Non dimentichiamo che la pressione fiscale crescente non è fine a se stessa, ma si traduce in difficoltà reali per le imprese: «Gli adempimenti aumentano e le aziende non possono sempre trasferire i costi sui prezzi finali. In mercati iper-competitivi, basta un centesimo per perdere clienti. Così l’imprenditore sceglie di non variare il prezzo, ma paga di più e guadagna di meno. E sorride di meno!».

Lo specialista fiscale del CAAF sottolinea anche la disparità tra grandi e piccole aziende: «Quelle più strutturate possono praticare elusione fiscale, cioè utilizzare in modo legale le norme per ridurre le tasse. Non parlo di evasione, che è un reato, ma di un sistema legale che avvantaggia chi ha gli strumenti per difendersi. Le piccole imprese, invece, subiscono tutto a mani basse».

La conclusione è amara: «Paghiamo tanto ma non abbiamo servizi all’altezza. Per riequilibrare le casse dello Stato servirebbe forse una patrimoniale vera: oggi il 10% degli italiani possiede più del 60% della ricchezza del Paese. Ecco perché una una patrimoniale sarebbe un puro atto di patriottismo che non cambierebbe le sorti di quel 10%, ma quelle dell’intero Paese».

Non aiuta neanche fare un confronto – impietoso – con i Comuni un po’ più piccoli della provincia: «Aci Bonaccorsi o Sant’Agata li Battiati hanno aliquote Tari molto più basse, servizi di gran lunga migliori e città pulite. A Catania, per una casa di 200 metri quadri, si spendono 1.132 euro all’anno solo per i rifiuti: l’equivalente di una buona mensilità di pensione. Ma non per questo le strade sono pulite e adatte ad accogliere i turisti. E questo la dice lunga sulla distanza tra ciò che si paga e ciò che si riceve».

Monica Adorno

Monica Adorno

Giornalista pubblicista da 25 anni, mi occupo di economia politica, comunicazione per enti del terzo settore ma anche di medicina e salute. Da due anni sono anche mediatore civile