31 Agosto 2025

Cosca e clan: parole che raccontano la mafia di oggi

Cosca e clan: parole che raccontano la mafia di oggi

Da “cosca” a “clan”: il linguaggio mafioso cambia. Summit familiari nel Catanese, le minacce a chi racconta e le parole caute, con qualche eccezione, di politica e istituzioni

 

Cosca e clan: parole che raccontano la mafia di oggi

Il linguaggio non è mai neutro. Anche nel raccontare la criminalità organizzata, le parole usate hanno un peso, perché non solo descrivono ma plasmano l’immaginario collettivo. È il caso del termine “cosca”, che per decenni ha identificato i gruppi mafiosi siciliani.

La cosca: dal carciofo alla mafia

In botanica, la cosca è l’insieme delle foglie di un carciofo, serrate e compatte intorno al cuore. Un’immagine potente, che nel linguaggio mafioso è diventata metafora di chiusura, compattezza e protezione interna: le foglie difendono il cuore, come i componenti di un gruppo difendono il capo.
Per questo motivo, soprattutto tra Ottocento e Novecento, i cronisti e gli inquirenti hanno usato “cosca mafiosa” per definire i sodalizi criminali, sottolineandone il carattere di famiglia chiusa e impenetrabile.

Clan: la parola di oggi

Negli ultimi decenni, però, “cosca” è stata progressivamente sostituita da un’altra parola: clan. Di origine scozzese, clan significa “discendenza, stirpe”, e rimanda alle grandi famiglie delle Highlands, unite dal vincolo di sangue e fedeltà.
Il termine è stato adottato nel linguaggio giornalistico e giudiziario italiano per descrivere le organizzazioni mafiose moderne – non solo in Sicilia, ma anche in Campania, Calabria e Puglia – proprio perché meglio restituisce l’idea di gruppi familiari che governano il territorio.



Cosche e clan: dalla segretezza all’ostentazione

La scelta lessicale non è casuale. Parlare di “cosca” richiama un mondo di mafia chiusa, silenziosa, operante nell’ombra. Al contrario, “clan” descrive un’organizzazione che mostra forza, ostenta potere, impone la propria immagine pubblica.
Oggi i clan non vivono più solo di segretezza: usano i social, celebrano matrimoni faraonici, ostentano lusso e consenso sociale. Non si limitano a proteggere il “cuore” dall’esterno, come la cosca del carciofo, ma puntano a esibirsi e a marcare il territorio.

Il caso catanese: summit con “famiglia al seguito”

Un esempio di questa trasformazione si è visto di recente nel Catanese. Dopo le sparatorie che hanno segnato le cronache, non saranno mancati ritrovi di emissari in noti locali dell’hinterland, talvolta con mogli e figli al seguito.
Una dinamica che richiama modelli già osservati altrove e spiegati di recente dal Procuratore Nicola Gratteri, utilizzate per mascherare incontri delicati dietro la parvenza di normali riunioni familiari.

In questo contesto, anche chi fa informazione libera e indipendente può talvolta percepire velati messaggi di avvertimento, più o meno espliciti, come a ricordare che certe narrazioni non sempre sono gradite. È il prezzo che può toccare a chi sceglie di raccontare la realtà senza filtri, ma anche la ragione per cui il giornalismo resta un presidio essenziale di democrazia.

Il silenzio (quasi) di politica e istituzioni

A rendere più complesso il quadro è anche il tono dei commenti politici e istituzionali. In queste settimane non si sono registrate prese di posizione corali e nette contro la criminalità organizzata: pochi, come il sindaco Enrico Trantino e il Procuratore di Catania Francesco Curcio, hanno scelto di esporsi pubblicamente. La maggioranza, invece, sembra preferire formule più caute, quasi a mantenere una distanza di sicurezza.
Un atteggiamento che lascia trasparire non solo prudenza istituzionale, ma forse anche una forma di realistico timore. Eppure, proprio in momenti di tensione, la società civile si aspetta parole chiare e ferme da chi governa e amministra.

Un cambio di epoca raccontato dalle parole

Il passaggio da “cosca” a “clan” racconta dunque un cambio di epoca della mafia.

  • La cosca era il simbolo della mafia silente e impenetrabile, radicata nei codici dell’omertà.

  • Il clan è l’immagine della mafia spettacolo, che cerca visibilità e consenso sociale, pur restando violenta e pericolosa.

Capire le parole significa capire i tempi: e oggi, per raccontare la criminalità organizzata, clan è il termine più aderente alla realtà.

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Salvo Giuffrida

Salvo Giuffrida

Salvatore Giuffrida (OdG Sicilia N^ 171391). Classe 1970 giornalista (ex chimico). Il mio motto: “Seguire ma mai inseguire”.