30 Luglio 2025
Vite sospese tra caldo, solitudine e disperazione. Il carcere italiano oggi è una trappola

Vite sospese tra caldo, solitudine e disperazione. Il carcere italiano oggi è una trappola
Nei penitenziari italiani il tempo non passa, si accumula. Si addensa nelle celle troppo piene, nelle notti troppo lunghe, nei giorni tutti uguali. Aumentano i detenuti, ma non aumentano gli spazi. Cresce il disagio, ma le risposte tardano o non arrivano affatto.
I racconti raccolti dall’Associazione Antigone nel suo nuovo rapporto semestrale – frutto di 86 visite effettuate in altrettanti istituti penitenziari italiani – disegnano un quadro inquietante: le carceri italiane sono sempre più affollate, sempre più sofferenti, e sempre meno capaci di offrire percorsi che abbiano un senso. Al 30 giugno 2025 le persone ristrette erano 62.728, più di mille in più rispetto a un anno fa. A fronte di una disponibilità reale di poco più di 46.000 posti, il sistema è oltre il limite. Il sovraffollamento è la regola, non l’eccezione: in 62 istituti si supera la soglia del 150%, in otto si va ben oltre, con picchi inaccettabili in carceri come San Vittore o Foggia. In molte celle non si riesce nemmeno a garantire lo spazio minimo necessario a ogni persona per muoversi. E lo spazio è solo una parte del problema.
Nel frattempo, dalle istituzioni arrivano annunci che sanno di déjà vu. Promesse di nuovi posti, di piani straordinari, di interventi strutturali. Ma i fatti dicono altro: nell’ultimo anno sono stati aggiunti appena 42 posti, mentre quasi 400 sono andati persi a causa di celle non agibili. Le condizioni di vita peggiorano soprattutto d’estate, quando le temperature roventi trasformano le celle in luoghi insalubri. Chi può compra un ventilatore, chi non può si arrangia o resiste. L’acqua non sempre è disponibile, le ore d’aria si svolgono nelle ore più calde, l’assistenza sanitaria è ridotta all’osso. In molti istituti non c’è un medico reperibile di notte. E se qualcosa va storto, bisogna aspettare.
Questa estate, come ogni anno, le segnalazioni si moltiplicano. Non solo da parte dei detenuti, ma anche del personale, dei volontari, degli operatori sociali
Le celle sovraffollate diventano teatro di conflitti, di proteste, ma soprattutto di silenzi carichi di tensione. A fare le spese di questa situazione, le persone più vulnerabili: chi ha problemi psichici, chi è solo, chi non ha una casa né una famiglia ad attenderlo. La fotografia che emerge è dolorosa: il 14% delle persone detenute soffre di disturbi psichiatrici gravi. Più di una su cinque fa uso regolare di psicofarmaci. E in 29 carceri, di notte, non c’è un medico presente. In queste condizioni, il disagio non resta silenzioso: il rapporto Antigone parla di oltre 22 casi di autolesionismo ogni 100 persone, e più di 3 tentati suicidi. Un grido che spesso diventa definitivo. Da gennaio a luglio 2025, 45 persone si sono tolte la vita in carcere. Giovani, anziani, italiani, stranieri. Alcuni erano dentro da pochi giorni, altri stavano per uscire. La cella per molti diventa una trappola da cui si evade solo con la morte.
E non va meglio ai più giovani
I numeri degli Istituti Penali per Minorenni raccontano di un sistema in affanno: più del 60% dei ragazzi rinchiusi non ha ancora una condanna. In alcuni casi si dorme su materassi appoggiati al pavimento, manca la scuola, mancano le attività, mancano perfino le ore d’aria. Dopo l’entrata in vigore di leggi che hanno inasprito le regole sulla custodia per i minori, il numero di ragazzi reclusi è salito in modo evidente. Molti di loro vengono trasferiti nei penitenziari per adulti appena compiuta la maggiore età, interrompendo ogni tentativo di percorso educativo.
Intanto, il governo presenta come un cambiamento positivo un disegno di legge che consente a chi ha dipendenze di scontare la pena in comunità. Ma nella realtà, quella che sembra un’apertura nasconde un passo indietro: invece di incentivare l’affidamento in prova, che ha una funzione educativa e riabilitativa, si sposta tutto su una misura più restrittiva, che mantiene il carattere punitivo e lascia fuori chi più ne avrebbe bisogno, come i recidivi con pene leggere. In un carcere dove la maggior parte delle persone ci è già passata almeno una volta, è una scelta che punisce la fragilità invece di accoglierla.
Le alternative al carcere ci sono, funzionano, ma restano sottoutilizzate. Ad oggi ci sono quasi 24.000 persone con una pena breve che potrebbero accedere a misure esterne, ma non lo fanno. Al tempo stesso, più di 100.000 persone stanno scontando la pena fuori dal carcere, segno che un modello diverso è possibile. Ma serve più coraggio.
Antigone, nel suo lavoro di osservazione e proposta, chiede un cambio di rotta chiaro e coerente con i diritti fondamentali. Un carcere che consenta più contatti con l’esterno, anche attraverso chiamate e videochiamate, che renda il digitale uno strumento di accesso e partecipazione, non una barriera. Un sistema che abbandoni la pratica dell’isolamento come strumento punitivo, che investa in trasparenza, formazione e prevenzione degli abusi, e che punti su modelli di custodia meno rigidi e più orientati alla relazione e al rispetto reciproco. Una gestione fondata sulla dignità della persona, che non neghi l’errore ma costruisca possibilità di riscatto.
Nel carcere italiano di oggi si fa fatica a respirare, non solo per il caldo, ma per l’assenza di una visione
Come denuncia il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella, il carcere è diventato una risposta automatica, un riflesso punitivo. Invece che affrontare i problemi alla radice, si aggiungono nuove norme, nuovi reati, si alzano le pene, si allungano i tempi. E così il sistema implode, schiacciato dalla sua stessa rigidità. Ma la pena, ce lo ricorda la Costituzione, non può essere solo castigo. Deve aprire alla possibilità di cambiare, di ripartire. Senza dignità, però, nessun cambiamento è possibile. E oggi, in troppi istituti, la dignità si è persa. Il tempo è scaduto: non servono più piani futuri, serve un impegno concreto, adesso.
di Katya Maugeri





