15 Luglio 2025
Carback, 12 condanne in primo grado con il rito ordinario

Sono 12 le condanne in Primo grado per il processo scaturito dall’operazione dei Carabinieri denominata Carback. 98 anni e mezzo di carcere.
A pronunciarsi la Terza sezione penale del Tribunale di Catania presieduta da Rosa Recupido. La pena più alta a Antonino Santonocito, 16 anni e sei mesi. Ad Alerto Salvatore Tropea inflitti 12 anni e otto mesi. Le altre condanne riguardano: Daniele Cadiri (5 anni), Giuseppe Cammarata (2), Salvatore Carbonaro (2), Sebastiano Giovanni Desi (8), Jonathal Musumeci (9), Emanuele Pavone (6 anni e sei mesi), Giuseppe Piacente (8 anni e 4 mesi), Mario Privitera, (8anni e sei mesi), Marco Pugli, (5), Orazio Puglisi, (8), Fabio Vintaloro (7).
Come pene accessorie, il Tribunale ha dato l’interdizione in perpetuo ai pubblici uffici e la sospensione della responsabilità genitoriale.
Assolti: Riccardo, Giovanni Anastasi, Orazio, capizi, Calogero Castrovinci, Antonino Geraci, Filippo Manno, Paola marino, Francesco Milazzo, Giuseppe Noviello, Domenica Savoca, Salvatore Caruso e Biondi Salvatore.
L’inchiesta dei Carabinieri del maggio del 2023 trattò dei furti d’auto in meno di 20 secondi con la successiva ricerca del proprietario a cui estorcere del denaro, da 300 a 1.500 euro, per restituire il mezzo. In caso di mancato accordo con la vittima la macchina veniva smontata e venduta come pezzi di ricambio. Questo perlopiù il modus operandi delle tre batterie (squadre specializzate in furti d’auto), a cui sono stati attribuiti 54 furti nel periodo che va dal giugno al luglio del 2020.
Le tre distinte organizzazioni che erano attive nelle zone di Monte Po’, San Giorgio e San Cristoforo e che si erano suddivisi il territorio con chiari accordi. La batteria di Monte Po’ operava nel quartiere Nesima di Catania e nei paesi etnei, quella di San Giorgio concentrava i propri interessi nella zona di Catania centro, mentre la batteria di San Cristoforo aveva “competenza” esclusiva sui centri commerciali del capoluogo.
Dopo il furto le auto venivano lasciate in sosta sulla pubblica via per tre giorni senza che nessuno la toccasse. Così facendo davano al proprietario un lasso di tempo per mettersi in contatto con chi aveva rubato l’automobile e iniziare a trattare la restituzione del veicolo dietro pagamento di denaro. Un altro motivo era quello di poter rimediare per un furto perpetrato ad una persona “sbagliata”, come una persona di una certa caratura criminale o a lui vicina.
In tal caso si provvedeva alla restituzione immediata del mezzo. L’ultimo motivo per questa attesa era di verificare l’assenza di altri eventuali dispositive GPS nascosti e non individuati durante la “bonifica” del mezzo, scongiurando in tal modo il rischio di essere scoperti dalle Forze di Polizia. Se dopo tre giorni tutto andava a buon fine le autovetture rubate venivano destinate alla ricettazione, anche fuori Provincia,






