24 Aprile 2025

Catania Capitale della Cultura è un’occasione di…

Catania Capitale della Cultura è un’occasione di…

CATANIA CANDIDATA A CAPITALE ITALIANA DELLA CULTURA PUÒ ESSERE UNOCCASIONE DI DEMOCRAZIA CULTURALE E DI COESIONE SOCIALE? FORSE, DIPENDE, FACCIAMOLO

 

di Francesco Mannino*, presidente di Officine Culturali società cooperativa sociale

Il Comune di Catania, per volontà del Sindaco Enrico Trantino e della Giunta, ha ufficializzato la candidatura della città al titolo di «Capitale italiana della cultura 2028». La delibera n. 61 dell’11 aprile 2025 e poi l’avviso del 22 aprile per l’individuazione di un soggetto che accompagni l’Amministrazione nella redazione del dossier segnano l’inizio di un percorso che potrebbe rappresentare un’opportunità concreta per affrontare alcune delle criticità storiche della città. Ma cosa comporta davvero questo titolo?

Il Ministero della Cultura, attraverso una selezione basata su dossier progettuali, attribuisce ogni anno il titolo a una città italiana, accompagnandolo con un finanziamento di un milione di euro, da integrare con risorse locali. L’obiettivo? Realizzare un anno di programmazione culturale capace di promuovere coesione sociale, innovazione, sviluppo economico e benessere collettivo. Non si tratta solo di organizzare eventi o di rafforzare la reputazione, ma di un’occasione per ripensare la cultura come leva di trasformazione urbana e sociale.



Numerose esperienze in Italia dimostrano come la cultura possa generare impatti duraturi: musei e biblioteche diventati spazi educativi, teatri trasformati in luoghi di inclusione sociale, rigenerazioni urbane a base culturale in contesti periferici. Iniziative che includono chi era in condizione di esclusione, che creano fiducia, opportunità, partecipazione.

Anche a Catania, tutto questo è possibile e urgente: in Sicilia la partecipazione culturale si attesta a circa il 24%, ben al di sotto della media nazionale (circa il 36%), e scende a quasi il 20% tra le persone minori. A Catania, la scarsità di presidi culturali fuori dal centro storico (dove vive appena il 18% dei residenti) si somma a gravi diseguaglianze sociali: mancano spazi accessibili, permanenti e diffusi in cui fare cultura e comunità. Questa povertà culturale si intreccia con altre forme di diseguaglianza, rendendo difficile accedere ai diritti fondamentali: abitare, curarsi, nutrirsi, educarsi, crescere.

La candidatura può diventare un’occasione per ridurre questo divario. Il dossier non dovrà limitarsi a raccontare ciò che già esiste e proiettarlo nel futuro, ma indicare una visione, come richiesto anche dall’avviso del 22 aprile: l’auspicio di un cambiamento profondo, tangibile, permanente che affronti divari e diseguaglianze. Per esempio, promuovere una nuova partecipazione civica e culturale, fondata sulla collaborazione e sulla coesistenza tra le persone, che favorisca la nascita di una cittadinanza più consapevole, critica e attiva. La cultura, in questo senso, può rappresentare una risposta potente all’emarginazione e alla solitudine, favorendo fiducia, solidarietà e responsabilità condivisa. La visione che ci aspetteremmo è questa: che le pratiche culturali contenute nel dossier possano contribuire al cambiamento del senso di comunità, e che il senso di comunità possa contribuire a pensare, volere e pretendere una nuova città a misura di umanità.

Per trasformare questa visione in realtà, il dossier dovrebbe individuare obiettivi chiari e azioni concrete. Occorreranno attività continuative, accessibili, diffuse, pensate per raggiungere le persone che oggi sono escluse dalla vita culturale. Servirà interrogarsi su chi partecipa, e su chi invece resta ai margini e perché, e disegnare una programmazione capace di far superare alla città barriere economiche, sociali, culturali.

Un riferimento utile per una progettazione coerente è offerto dagli indicatori tematici Unesco per la cultura nell’Agenda 2030, citata esplicitamente anche nel bando. Tali indicatori permettono di valutare l’impatto delle politiche culturali su aspetti come: l’equità territoriale nell’accesso ai luoghi della cultura, il lavoro culturale dignitoso, l’educazione e la formazione artistica e multilingue, la partecipazione attiva e i processi decisionali inclusivi. Integrare questi strumenti nel dossier renderà la proposta credibile, misurabile, sostenibile.

Alcuni esempi concreti di obiettivi misurabili e coerenti con gli obiettivi di sostenibilità (SDGs) di Agenda 2030, da raggiungere mediante il programma proposto nel dossier:

  • Aumentare la partecipazione culturale in un anno dal 24% ad almeno il 36%.
  • Rafforzare gli spazi e i servizi culturali anche fuori dal centro storico, accompagnandone la stabilizzazione.
  • Prevedere attività continuative e formative, capaci di generare conoscenza, consapevolezza, coinvolgimento, collaborazione e infine coesione sociale.
  • Coinvolgere attivamente le persone, permettendo loro di esprimere sogni, bisogni e aspirazioni culturali, fino al partecipare alla produzione artistica e alla gestione di iniziative.
  • Monitorare le condizioni delle imprese culturali e creative locali, per migliorarle anche grazie al sostegno pubblico derivante dalla candidatura, ma anche il numero di persone che lavorano nel settore verificandone i contratti applicati, le retribuzioni, il rispetto dei diritti; e poi, alla fine del programma, verificare che le condizioni siano migliorate, grazie al sostegno derivante dall’iniziativa del Comune e del Ministero.

Ma accanto ai contenuti, sarà decisivo anche il metodo: la delibera comunale parla di “percorso partecipato”; l’avviso rivolto agli operatori che accompagneranno l’Amministrazione di un “coinvolgimento attivo di enti, associazioni, istituzioni culturali, università, imprese e cittadini; di processi partecipativi e di ascolto del territorio; e di governance condivisa. Questo significherà coinvolgere cittadinanza, operatori culturali, realtà sociali e associative certamente nella consultazione, ma anche nella co-progettazione. Le esperienze più efficaci di capitale culturale in Italia lo dimostrano: è nei processi condivisi che si genera valore aggiunto, visione, innovazione. La normativa sul terzo settore offre strumenti normativi adeguati, come la coprogettazione e la co-programmazione, peraltro più volte menzionate dall’Amministrazione; procedure che, va ricordato, vanno eseguite secondo linee guida ministeriali molto precise e dettagliate, che garantiscono la migliore qualità dei risultati e la maggiore trasparenza dell’agire pubblico. Sarà infine opportuno definire un meccanismo di monitoraggio e di valutazione dei risultati, per essere certi che l’andamento del programma rispetti le intenzioni assunte in fase di candidatura.

Le premesse e gli attori – pubblici e privati – perché il dossier sia competitivo e corrispondente alle esigenze della popolazione catanese ci sono tutte. Adesso la palla è in mano all’Amministrazione, che dovrà scegliere su quale visione scommettere e impostare le proprie scelte per imprimere a questo percorso la forma migliore. Non resta che augurare buon lavoro a tutte le componenti che parteciperanno a questo percorso, in primo luogo all’Amministrazione comunale e al soggetto economico che l’accompagnerà.

redazione

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