08 Marzo 2025

L’emancipazione femminile senza l’8 marzo | La storia di Maria Di Mauro

L’emancipazione femminile senza l’8 marzo | La storia di Maria Di Mauro

Maria non aveva bisogno di attendere l’8 marzo per avere riconosciuti i suoi meriti. Per lei, il rispetto dei ruoli si conquistava sul campo. Indipendentemente dall’indossare la gonna o i pantaloni.

La ricorrenza dell’8 marzo e del significato ad esso correlato, rimanda inevitabilmente alle opinioni favorevoli o contrarie, sul concetto di “festa della donna”. Rimanda anche ai ricordi di donne vissute cento anni fa, che avevano fatto dell’emancipazione culturale, una battaglia personale di natura sociale.



 

Maria Di Mauro emancipazione femminile senza l'8 marzo

Maria Di Mauro

Gli occhi nocciola di Maria erano curiosi, esprimevano voglia di sapere, di esplorare.

Era troppo giovane per sapere che la vita si suddivideva in “ruoli” e “fasce”. Ma per quanto nessuno glielo avesse spiegato chiaramente, erano stati i duri colpi del budello intrecciato del vitello, usato come frusta brandito sulla pelle liscia come la seta, a farle capire che essere autonoma di pensiero le sarebbe costato caro.

Ma lei, bambina nata nel 1924, non era disposta a piegarsi nonostante le percosse che giungevano puntuali quando prendeva “confidenza” con quel padre al quale bisognava dare del “vossia” e incurante del significato della parola “emancipazione”, in realtà si auto-emancipava ogni giorno di più.

“Maria, lesta lesta, vattene che il papà sta rientrando!” le dicevano le sorelle più grandi, con quel tono di protezione che solo l’amore può far pronunciare. Tant’è che la madre, spesso si frapponeva tra la furia “do’ nevvu vagnato” ben gestito dal marito che mirava alle spalle della bambina che desiderava leggere, conoscere, imparare. Maria non meritava quello sfogo paterno. Frutto solo di una posizione che la piccola aveva assunto e che nessuno poteva toglierle. Lei voleva conoscere la vita, assaporarla fino in fondo. E la lettura era il veicolo adatto.

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L’emancipazione femminile senza l’8 marzo

emancipazione femminile senza l'8 marzoLa sua casa, ai margini del borgo cittadino della Catania degli Anni 20, aveva, come era tipico in quel periodo, la stanza da bagno adiacente alla cucina. I muri a secco, con le pietre nere dell’Etna, erano perfetti per poter nascondere i libri arrotolati. Quello spazio, per certi versi angusto, era l’unico luogo in cui Maria poteva leggere indisturbata e, per poter prolungare il piacere della lettura, aveva fatto intendere di essere stitica… un modo ingegnoso, che non avrebbe fatto trapelare il suo “vizio”. E in effetti, così lo definiva il padre, quel piacere di leggere.

Il padre non voleva che Maria si applicasse allo studio per quanto la scuola fosse dell’obbligo fino alla quinta elementare, perché era consapevole che a lungo andare, la bambina avrebbe avuto una conoscenza superiore alla sua. Sarebbe stato difficile farla ragionare come voleva lui.

Pur di studiare, Maria accettò il patto impostole dal padre: la mattina presto, prima di andare a scuola, doveva aiutarlo a consegnare il latte… e così all’alba, con le gote rosse per il freddo, il braccino appoggiato sulla tanica di acciaio piena di latte fresco e le gambette penzoloni dal carretto, Maria aiutava il padre nella consegna.

A scuola a volte si addormentava. Ma la maestra lasciava correre. Nonostante tutto Maria era brava, e alla fine di ogni anno, veniva promossa con un giudizio pieno di belle parole. Parole che le consentirono di andare a “bottega” per imparare l’unico mestiere che poteva essere fatto da chi, come lei, era nata “femmina” in una famiglia proletaria: la sarta. Diversamente dalle bimbette facoltose che invece studiavano musica, danza e ricamo, lei poteva già considerarsi fortunata che suo padre l’avesse mandata a imparare la professione.

La licenza della quinta elementare è stato il suo unico titolo di studio. Sudato duramente a suon di sacrifici. Ragion per la quale aveva sempre spronato i suoi figli prima, e i suoi nipoti poi, a studiare e a prendere la laurea a lei privata.

Lo spirito indomito di Maria, atipico per i suoi tempi, l’aveva portata a indossare precocemente i pantaloni. Tant’è che, quando adulta riuscì a fare dell’arte del cucito il suo impero, avendo creato una fabbrica di abiti confezionati, non era insolito che si mettesse in viaggio lungo l’Italia per acquistare i tessuti e, proprio i pantaloni erano diventati la sua “divisa da lavoro” che ingentiliva mettendo un filo di perle al collo.

Maria non aveva bisogno di attendere l’8 marzo per avere riconosciuti i suoi meriti. Per lei, il rispetto dei ruoli si conquistava sul campo. Indipendentemente dall’indossare la gonna o i pantaloni.

leggi anche: Circolo Operai Belpasso, l’8 marzo: Libere di essere

https://www.raicultura.it/webdoc/otto-marzo/index.html#ricorrenza 

Simona D'Urso

Simona D'Urso

Giornalista sin dai primi passi al liceo, poi all’interno della facoltà di Lettere moderne, quindi nella vita di tutti i giorni, ha fatto di questa professione il suo motto: conoscere per sapere, sapere per vivere meglio. Iscritta all'Ordine nazionale dei Giornalisti, è specializzata negli Uffici stampa, ma la cronaca ha il suo fascino.