19 Luglio 2022

Strage via D’Amelio, Mons. Renna: “Le vittime di mafia sono martiri”

Di seguito il testo dell’Omelia dell’arcivescovo di Catania Monsignor Luigi Renna nel XXX anniversario della strage di Via D’Amelio in suffragio delle vittime della mafia e per la giustizia e la pace.

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“Carissimi fratelli e sorelle,

 

il 23 maggio scorso, all’inizio dell’assemblea generale della CEI, Sua Eminenza, il cardinal Gualtiero Bassetti, pronunciava queste parole di fronte a tutto l’episcopato italiano: “Proprio in questi giorni, a distanza esatta di trent’anni, stiamo commemorando i morti della strage di via Capaci e di Via D’Amelio, in cui hanno perso la vita i giudici Falcone e Borsellino, insieme con altri familiari e servitori dello Stato. Questa è l’occasione per fare memoria anche di Rocco Chinnici, Piersanti Mattarella, Rosario Livatino, don Pino Puglisi e di tanti altri martiri della giustizia. A tutti loro si addice la beatitudine che Gesù annuncia nel Discorso della Montagna: “Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il Regno dei Cieli” (Mt 5,10). Dal loro sacrificio, cosciente ed eroico, è nato un atteggiamento nuovo di condanna chiara delle mafie, che ha inciso anche nelle vite di tutti noi come credenti e come cittadini. Falcone e Borsellino sono diventati “padri di una nuova generazione, smuovendo le coscienze soprattutto dei giovani”. Fin qui le parole del Presidente della Conferenza Episcopale.

Anche noi oggi vogliamo fare memoria di quella strage, denominando “martiri” coloro che hanno perso la vita per mano della mafia, e vediamo incarnate in loro quelle beatitudini che Gesù ha proclamato per i suoi discepoli e per tutta l’umanità.

In queste vittime della mafia vediamo realizzata la beatitudine di chi ha fame e sete di giustizia: il loro lavoro, fatto con grande passione, è stato proprio di chi, affamato, cerca il pane della giustizia per una società immersa nel buio che creano la mafia e il compromesso a cui scendono tanti cittadini.

In loro vediamo incarnata la beatitudine della mitezza: “Beati i miti, perché erediteranno la terra”. La forza della giustizia, gli strumenti della legalità, l’acribia che Falcone e Borsellino hanno messo nelle loro indagini, non sono espressione di una violenza che spazza via la vita, ma una dolce forza che edifica e ripara.

Nelle vittime della mafia vediamo realizzata anche la beatitudine degli operatori di pace: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”. La pace non è semplice assenza di guerra, ma anche di quei conflitti e di quelle ingiustizie che hanno umiliato la dignità della politica e dell’economia della Sicilia e di tutto il Paese.

Le vittime della mafia che oggi ricordiamo, non hanno cercato l’equilibrismo tattico, ma la pace sociale e la concordia che fioriscono solo laddove c’è legalità. E quindi hanno incarnato la beatitudine dei perseguitati a causa della giustizia: di una giustizia terrena, certo, ma che noi non possiamo non perseguire, amare e difendere, senza tradire la nostra missione evangelizzatrice.

In questi giorni si sta parlando di “bilanci” del “dopo Falcone e Borsellino”. Permettete che consideri che il loro impegno lascia una eredità a quattro categorie di persone.

A voi politici: le leggi che sono nate dopo le stragi di Capaci e di Via D’Amelio a volte vengono viste come troppo severe e tuzioriste, e non pochi vorrebbero cancellarle. Ricordiamo che le leggi e quelle istituzioni anti-mafia e anticorruzione sono a tutela della legalità nelle nostre città, ed eluderle, aggirarle, volerle cancellarle, significherebbe rendere voi stessi più facilmente permeabili alle pressioni della mafia.

A voi magistrati, Falcone e Borsellino indicano la strada del rigore e di un martirio quotidiano che fa di voi, come ebbe a dire in un’intervista il Ministro di Grazia e Giustizia, l’On. Mino Martinazzoli, non gli “inquilini degli Uffici giudiziari”, ma coloro che li abitano con senso di responsabilità, con libertà interiore da ogni forma di appartenenza partigiana, come custodi appassionati della giustizia per tutti.

L’eredità è per voi che costruite il bene comune, nelle Istituzioni statali, nell’Università e nella Scuola, nelle Forze dell’Ordine, siete coloro che con uno stile di vita trasparente, che non  cede ai ricatti mafiosi, alle lusinghe del guadagno facile, alle pigrizia di chi lascia morire le istituzioni, edificate la nostra società e fate sì che la gente viva in una società che si può dire civile.

E l’eredità di Falcone e Borsellino è consegnata ad ogni cittadino, ad ogni cristiano, perché loro sono morti perché giustizia e pace regnassero ancora su questa terra, e i cristiani riconoscessero in coloro che operano per esse gli uomini delle beatitudini.

Cosa ci accadrà se non raccoglieremo questo testimone, se lasceremo che la gente che è vittima delle mafie silenziosamente nelle nostre realtà o violentemente come a Capaci e a via D’ Amelio? Saremo come quelli che papa Francesco, nell’enciclica Fratelli tutti, chiama “ i briganti della strada”. Ecco le sue parole monito per tutti noi: “I “briganti della strada” hanno di solito come segreti alleati quelli che “passano per la strada guardando dall’altra parte”. Si chiude il cerchio tra quelli che usano e ingannano la società per prosciugarla e quelli che pensano di mantenere la purezza nella loro funzione critica, ma nello stesso tempo vivono di quel sistema e delle sue risorse. C’è una triste ipocrisia là dove l’impunità del delitto, dell’uso delle istituzioni per interessi personali o corporativi, e altri mali che non riusciamo a eliminare, si uniscono a un permanente squalificare tutto, al costante seminare sospetti propagando la diffidenza e la perplessità. All’inganno del “tutto va male” corrisponde un “nessuno può aggiustare le cose”, “che posso fare io?”. In tal modo, si alimenta il disincanto e la mancanza di speranza, e ciò non incoraggia uno spirito di solidarietà e di generosità. Far sprofondare un popolo nello scoraggiamento è la chiusura di un perfetto circolo vizioso: così opera la dittatura invisibile dei veri interessi occulti, che si sono impadroniti delle risorse e della capacità di avere opinioni e di pensare.” (n. 75)”.

 

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redazione

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