23 Dicembre 2021

È stata la mano di Sorrentino: quando Maradona è apparso ai napoletani

È stata la mano di Sorrentino: quando Maradona è apparso ai napoletani

Il 24 novembre scorso è uscito nelle sale ‘È stata la mano di Dio’, l’ultimo film del premio Oscar Paolo Sorrentino, disponibile dal 15 dicembre anche su Netflix.

Asec Trade S.r.l.

L’opera ha già vinto il Leone d’Argento alla 78esima Mostra del Cinema di Venezia e ieri ne è stata annunciata l’entrata nella shortlist dei quindici titoli candidati per la sezione Miglior Film Internazionale degli Oscar 2022.

Cresciuto al Vomero, Sorrentino ritorna nella sua Napoli per mettere in scena uno spaccato intimista e autobiografico della città negli anni Ottanta.

Come un rito per esorcizzare il dramma vissuto a 16 anni, quando i genitori del regista perdono la vita intossicati da monossido di carbonio a causa di una stufa. ‘È stata la mano di Dio’ è un memoir mesto e sognante, ma con i piedi ben piantati alla realtà. Il film si apre con una citazione di colui che viene definito “il più grande calciatore di tutti i tempi” e la domanda centrale nella prima parte del film è: “Ma Maradona viene a Napoli?”.

La figura pop di Diego Armando Maradona si intreccia alla devozione per San Gennaro – che appare alla zia Patrizia (Luisa Ranieri) e ai miracoli del Munaciello, mitico spiritello del folklore napoletano, raccontati attraverso la raffinatezza stilistica tipica di Sorrentino. Con le coinvolgenti immagini del mare della città, entriamo nella vita della famiglia Schisa, fatta di continui scherzi e amici stravaganti. Il protagonista, Fabietto Schisa (Filippo Scotti), conduce una vita spensierata, con il chiodo fisso per Maradona – più importante della ricerca dell’amore adolescenziale -, condiviso con il fratello Marchino (Marlon Joubert), aspirante attore e con il padre Saverio, interpretato da uno straordinario Toni Servillo – che si conferma, ancora una volta, attore feticcio del cinema sorrentiniano – dall’animo comunista. “Noi siamo comunisti, siamo onesti, a livello interiore”, tiene a precisare alla moglie Maria (Teresa Saponangelo) quando architetta uno dei suoi ripetuti scherzi, o al figlio quando chiede di acquistare un telecomando per la televisione.

La prima parte del film ha la caratteristica struttura della commedia, intrisa di ironia, come solo i napoletani sanno fare.

Si ride parecchio alle battute e agli scherzi dei protagonisti, fin quando, nella seconda parte, improvvisa arriva la tragedia, vissuta sempre con lirismo ed eleganza. La vitalità della famiglia si spezza con la scomparsa di Saverio e Maria, per la quale il figlio Fabietto entra in crisi, salvo poi trovare rifugio nel cinema, nuovo punto fermo dopo Maradona. La tragedia si riavvolge e muta forma attraverso l’incontro risolutore con il regista Antonio Capuano (Ciro Capano), al quale Fabietto confida: “La realtà è scadente. Ecco perché voglio fare il cinema”, quasi richiamandosi alle parole di Federico Fellini, pronunciate nel corso di un provino al quale partecipa il fratello Marchino. Parole che in un primo momento vengono ritenute banali da Fabietto – ”solo questo ha detto?”.

Capuano è una figura chiave all’interno del film, fu il regista che iniziò Sorrentino al cinema. Una delle scene più suggestive riguarda il toccante dialogo tra Fabietto e il regista-maestro, incorniciato da un luogo simbolo di Napoli, voluto dal premio Oscar per portare “dalla chiusura alla riapertura”. Un momento catartico nel quale si toccano i temi della libertà, del coraggio e del dolore, ritenuti indispensabili per realizzare del buon cinema. E non manca l’omaggio a Mario Monicelli, quando Capuano, che è un po’ la voce della spinta propulsiva e della forza vitale del giovane, urla: “La speranza è una trappola”.

Tanti i rimandi al vissuto personale di Paolo Sorrentino. Al di là della consueta venerazione che il popolo napoletano nutre nei confronti del mito del calcio, Maradona entra di diritto nel film, con la funzione di elemento salvifico, come lo è stato anche per il regista, il quale, come Fabietto, riesce a scampare alla morte grazie al fatto di esser rimasto in città per vedere la partita del Napoli. Il Pibe de Oro viene ritratto come santone rivoluzionario in grado di compiere “atti politici” – in onore al popolo argentino oppresso dall’imperialismo – attraverso i suoi goal segnati con la sola forza della mano. Una mano protettrice, che dall’alto scruta, in un significativo e interessante gioco di ambivalenza Dio-Maradona. “Maradona non è entrato a Napoli, è apparso”, sostiene Sorrentino. Una lettera d’amore alla città partenopea, dove il regista ha vissuto per 37 anni e con la quale confessa di avere un incessante rapporto di odi et amo. Perché il bello di Napoli è di tenerti legato sempre a sé, tanto è piena di cose da raccontare. ”Alla fine torni sempre a te. Schisa. E torni qua”, attesta a gran voce Capuano.

Paolo Sorrentino ha dichiarato più volte di non inventare nulla, ma di osservare la realtà per plasmarla a immagine e somiglianza del cinema. Uno sguardo che estetizza la realtà e che in ‘È stata la mano di Dio’ si fa più intimo, più famigliare, sobrio e con meno tecnicismi rispetto ad altre pellicole sorrentiniane. “Guardare è l’unica cosa che so fare”, svela Fabietto sul finale, in uno dei momenti più alti del film, quando Capuano, provocatore per natura, così lo interroga: “a tien’ o no ‘na cosa a raccuntà?”. Per poi raccomandargli di non “disunirsi”, presumibilmente a voler sostenere che le storie sono tutte a Napoli, mai allontanarsene troppo. E non poteva di certo mancare ‘Napul’è’ di Pino Daniele, per consacrare l’ossequio di Paolo Sorrentino alla sua Napoli.

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Emanuela La Mela

Emanuela La Mela