30 Gennaio 2021
Carta di Catania “privatizzazione” dei Beni Culturali? Intervista a Rosalba Panvini

La Carta di Catania, sulla valorizzazione e catalogazione dei Beni Culturali della Sicilia è stato un provvedimento molto contestato da alcuni esponenti politici e addetti alla comunicazione, che si dicono contro la “privatizzazione”. Così, abbiamo voluto un confronto diretto con l’autrice del documento stilato, nonché precedente Soprintendente di Catania, Rosalba Panvini.
Carta di Catania: ovvero, beni dei depositi dell’isola in prestito ai privati. Ci spieghi com’è nata e perché, visto che la “mente” di questo provvedimento è lei.
La Carta di Catania scaturisce da un convegno internazionale fatto l’anno scorso, in cui ho descritto lo stato precario di moltissimi depositi non solo siciliani, ma italiani in generale. Certamente sono realtà che conosco molto bene, essendo stata soprintendente in diverse città siciliane, direttrice di tanti musei e avendo fatto scavi in gran parte della Sicilia. Così io, l’archeologo Fabrizio Nicoletti che lavora alla Soprintendenza di Catania, il giurista Nuccio Condorelli Caff, che si occupa anche di Beni Culturali in qualità di membro dell’associazione SiciliAntica e il dottore Mario Bevacqua, presidente dell’Uftaa (Universal Federation of Travel Agents Associations) abbiamo voluto tracciare il focus sulla situazione dei depositi di soprintendenze, parchi e musei dello Stato.
Diversi deputati regionali, consiglieri cittadini e qualche giornalista, come Salvatore Settis su Il Fatto Quotidiano hanno squalificato il contenuto della Carta di Catania. Sono solo pregiudizi?
Nei musei, come ho anche ribadito in V Commissione, sono sempre scomparsi materiali perché manca una seria attività di inventariazione e catalogazione, che è una delle prime attività istituzionali e dev’essere fatta perché lo Stato, attraverso il registro inventariale, deve avere sempre conoscenza del suo stato patrimoniale. Di questi beni non si conosce in genere il contesto di provenienza, così questi oggetti perdono il loro valore archeologico, storico-artistico ed etno-antropologico. Ma un archeologo con un occhio attento riesce a fare una seria classificazione per ridare a questi beni la dignità che meritano. Finora, un’operazione seria di inventariato non c’è stata e questa è una delle prime azioni che che noi proponiamo nella Carta di Catania. La problematica è complessa ma bisognerà pur partire da un punto, premesso che tutto è perfettibile. Settis sarà pur stato direttore del Louvre ed è certo un grande storico dell’arte ma non è un archeologo e i depositi dei musei internazionali non sono quelli dei nostri musei. Io ho lavorato al Louvre, anche in Germania e loro non hanno la quantità di materiali che abbiamo noi. Per questo lì c’è un ordine reale e tutto il materiale viene catalogato.
E gli studenti tirocinanti come figure non adatte a scegliere i beni da inventariare?
Intanto, nessuno ha scritto che gli studenti tirocinanti sarebbero lasciati soli. Nell’articolo 2 della Carta è scritto chiaro che ad inventariare, perché sempre di quello si parla, saranno le persone preposte. Ovvero il personale interno degli istituti di cultura e i catalogatori assunti da una società di servizi, la SAS, pagata dalla Regione Siciliana. Gli studenti vengono coinvolti affinché si affini il loro linguaggio ma sono sempre accompagnati dal loro docente e dagli impiegati che lavorano all’interno degli istituti di cultura. Lo stesso discorso vale per i volontari che fanno parte delle associazioni culturali e offrono il loro aiuto in questo lavoro: sempre sotto supervisione. I tirocinanti, fra l’altro, non li abbiamo delegati noi a fare la catalogazione ma lo fanno già dal 2013, in seguito a un accordo scaturito fra l’assessore del tempo e i rettori delle università siciliane, in cui si diceva che ai tirocinanti doveva essere concessa la possibilità di accedere nei musei per studiare attraverso l’esperienza diretta.
Verso chi parla di “svendita” dei Beni Culturali come si difende?
Ma quale affitto? Quale svendita? Nel Codice dei Beni Culturali del 2004 si parla chiaramente della partecipazione del privato nell’attività di promozione e valorizzazione del patrimonio culturale. La “svendita” di cui parlano, e che forse hanno voluto fraintendere è in realtà un investimento del privato nella riqualificazione del bene. Funziona così: il privato contribuisce a promuovere il materiale che nessuno, probabilmente, vedrebbe. In cambio, interviene spendendo in interventi di restauro e manutenzione, a seconda del valore degli oggetti. La stima, ça va sans dire, la fa l’Istituto di Cultura basandosi su valori ISTAT. Del restauro e valorizzazione si occupa un professionista scelto dall’albo dei restauratori, dove ci sono molti nomi altisonanti. Il processo di valorizzazione è sottoposto alla critica severa della soprintendenza di riferimento.
A proposito, come la soprintendenza può controllare in modo capillare che sui beni si verifichi l’effettiva applicazione delle disposizioni contenute nel Codice dei Beni Culturali per il controllo sulle modalità di cura del materiale concesso?
La soprintendenza, per legge, ha la facoltà di disporre sopralluoghi in ogni sito, incluse le case dei privati che detengono legittimamente i beni vincolati in qualsiasi momento, come affermato nel Codice dei Beni Culturali, per vedere se tutto funziona per il meglio. Aggiungo, che nella Carta di Catania c’è scritto che questi beni non saranno abbandonati perché il privato che chiede la concessione ha l’obbligo di assumere un conservatore, quindi una figura specializzata presente negli elenchi del Mibact, da cui tutti attingono quando vogliono scegliere dei professionisti da destinare alla sorveglianza di lavori pubblici. Questo significa che, nel frattempo, si crea anche la possibilità di lavorare per figure qualificate che hanno speso tempo e risorse ingenti per la loro formazione.
Ma perché il privato dovrebbe affrontare tutte queste spese? Quanto ci deve rimettere di tasca?
Non ci rimette: il famoso Art Bonus viene concesso dallo Stato a chi decida di promuovere e valorizzare il patrimonio. Quindi, come privato puoi defiscalizzare le somme impegnate. Ad esempio, la Tod’s di Della Valle che ha finanziato l’operazione di restauro del Colosseo con 10 milioni di euro attraverso questa possibilità.
Che tipo di benefici potremmo trarre dai prestiti in termini di fruizione culturale dei beni?
Ad esempio, le scuole che decidano per un prestito agevolerebbero gli studenti nello studio della storia perché gli alunni potrebbero fissare meglio, attraverso gli elementi di cultura materiale le nozioni da fissare. A patto che le scuole siano messe in sicurezza, com’è in realtà nel 90% dei casi. Ancora, a Taormina ci sono alberghi che hanno esposto all’interno il materiale che proviene da scavi fatti attorno alle strutture che probabilmente non sarebbero stati visibili a nessuno perché lo spazio nei musei non è sufficiente, pur essendo tutti oggetti di pari dignità, seppur decontestualizzati, rispetto a quelli esposti. Non le sembra una bella opera di promozione territoriale nei confronti di chi si reca in quelle strutture per altri motivi?
È già successo in quest’arco di tempo che privati si siano interessati per il prestito?
Non ci sono ancora privati interessati perché ora bisogna fare lo schema di bando, per cui l’assessore Alberto Samonà ha istituito una commissione che lavorerà su questo.
Che tipo d’intesa c’è stata con l’assessore Alberto Samonà che il 3 dicembre ha firmato la carta di Catania? Vi siete subito trovati d’accordo sul tema?
L’assessore ha sposato la causa dopo aver fatto fare ispezioni nei depositi ed essersi reso conto che la situazione è realmente delicata e necessita un riordino, così come abbiamo affermato noi autori della Carta. In Italia ci sono begli esempi di depositi aperti al pubblico, come nel Museo delle Ceramiche di Faenza, nella Galleria Borghese e nella Pinacoteca di Brera. Sono esempi virtuosi ma non si può fare dappertutto, purtroppo. Ma non per questo, è giusto togliere gli oggetti dalla polvere e riportarli alla luce, per poi rimpiazzarli sotto una nuova coltre di polvere.






