12 Giugno 2020

L’inquietudine delle quote rosa

L’inquietudine delle quote rosa

Un travaglio normativo sempre in evoluzione, quello delle donne in politica, che da poche ore riecheggia nuovamente fra le mura palermitane di Palazzo d’Orleans, visto che lì è stata approvata dall’Assemblea Regionale Siciliana la legge di attuazione dello Statuto che prevede che ogni genere sia rappresentato in giunta regionale in misura non inferiore a un terzo dei componenti, dalla prossima legislatura.

Eppure è strano come, nell’aprile 2019, maggioranza e opposizione del parlamento siciliano si siano fatti qualche piedino furtivo sotto al tavolo, con l’ausilio del voto segreto, bocciando la legge sulle quote rosa contenuta nel Ddl Enti Locali.
Marianna Caronia in quel periodo, adesso salita sul Carroccio di Matteo Salvini dopo un iter in FI e gruppo misto, aveva affermato che “c’è chi pensa ma non ha il coraggio di dire pubblicamente che le donne in politica devono avere una posizione residuale”. Eppure l’affermazione dell’obbligo di dare spazio a una donna, come se il genere fosse un merito a prescindere, potrebbe equivalere all’attestazione del sesso come unica possibilità di costruire una carriera. Molte donne di valore sono riuscite a coprire posizioni di livello perché ritenute valide per poterlo fare. Si concretizza davanti agli occhi il volto di Tina Anselmi, primo Ministro donna della Repubblica Italiana; oppure il viso fiero della “Lady di Ferro” Margaret Thatcher, Primo Ministro per ben tre mandati, che ha portato il Partito Conservatore alla vittoria delle elezioni nel ’79. L’elenco potrebbe ricoprire diverse righe di un quaderno di quinta elementare.



Sulle altre signore che invece sono state protagoniste di esperienze politiche al di fuori della loro portata, perché belle o abili nel tessere le proprie relazioni, è preferibile non spendere parole improduttive.
Il punto è che di certo non sarà un emendamento legislativo a combattere alcuni eventuali disagi delle donne, per cui è controproducente supplicare per ottenere una candidatura che va conquistata unicamente sul campo.
Davvero, siamo lucidi e pronti ad ammettere che l’Italia è ancora un paese in cui la parità e i diritti si debbano affermare attraverso lo strumento quote rosa con un Presidente del Senato donna, ben otto componenti femminili fra Ministeri con e senza portafoglio su 21 cariche complessive e la presenza di un segretario di un partito in forte ascesa come Giorgia Meloni?

Potrebbe risultare, fra l’altro, un tantino pericoloso ragionare sulla differenziazione e sul manicheismo di genere basato sul concetto binario donna/uomo, bianco/nero o ricco/povero. Almeno, se partiamo dal presupposto che tutti sono uguali di fronte alla legge.
Perché strumentalizzare la lotta di genere, quando le lesioni dei diritti in politica e sul lavoro non guardano in faccia né uomini né donne? Il dibattito appare una macchina del tempo desueta verso le suffragette.

Perfino secondo la saggista e presidente dell’associazione per la libera Università delle donne di Milano, icona del femminismo italiano Lea Meandri «Col politicamente corretto non si cambia niente. Questo dibattito ignora mezzo secolo di battaglie e riflessioni perché parte, ancora una volta, dall’idea della donna come di una minoranza da difendere e rappresentare. Io voglio e sostengo la necessità di una presenza femminile più consistente nelle istituzioni. Ma non è con le bandierine del 50-50 che la otterremmo. Non è così che verrà scalfito il maschilismo del paese».
L’autorevolezza si dissocia dal genere. Giusto per non rischiare di trovarci impicciati dentro argomenti di poca utilità, che si riducono all’utilizzo del termine plexiglass con o senza la s finale del lessema.

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Mari Cortese

Mari Cortese

Mari Cortese docente, redattrice e content creator per i social. Appassionata di enogastronomia, tradizioni e arti visive.