07 Giugno 2019
Il dramma di Noa Pothoven e il circuito mediatico: voler morire a 17 anni
Sta commuovendo il mondo la notizia della morte di Noa Pothoven, una ragazza olandese di 17 anni che secondo le fonti più accreditate si è lasciata morire di fame e di sete per chiudere un’esistenza condizionata da due, forse tre, violenze sessuali subite tra gli 11 e i 14 anni che avevano provocato nella sua mente un lungo percorso di sofferenza interiore indicibile.
Articolo di Francesco Provinciali, Giudice Minorile di Milano
Il dramma di Noa Pothoven
Questa storia dolorosa e straziante ha innescato come sempre accade in vicende umane intrise di contenuti drammatici una spirale di notizie tendenziose, non prive di risvolti morbosi, torbidi e inquietanti.
La storia di Noa era rimasta limitata ai lettori olandesi che avevano avuto notizia della sua scomparsa attraverso un quotidiano di Rotterdam, che aveva anche riportato il testo di una precedente intervista alla ragazza. Quando il fatto era entrato nel cortocircuito delle informazioni globalizzate qualche giornale aveva ipotizzato un caso di eutanasia, ora definitivamente smentito.
Ciò non ha impedito le solite speculazioni sulla vita e sulla morte come scelta attraverso questa pratica: pare che la ragazza avesse chiesto alle autorità sanitarie olandesi di accedere a questo percorso, peraltro negato a motivo della sua giovane età. Subito si sono schierati i fautori e i detrattori , tra “pro choice” e “pro life”: il tema non è nuovo ma forse il caso avrebbe meritato maggior pudore e più discrezione nel diffondere informazioni dai presupposti inattendibili.
“Non ero viva da tempo”
Dissertazioni da salotti televisivi, speculazioni perfino politiche su temi etici che richiedono conoscenze, competenze ed esercizio di un avvertito senso di responsabilità, coscienza e rispetto della dignità umana.
Innescare questi meccanismi mediatici che agiscono come schegge impazzite nel mondo dei social significa ora far morire un’altra volta la giovane Noa.
Occorre rispettare il dolore e la sofferenza interiore, sono emozioni soggettive che non possono essere giudicate: la vita individuale è irripetibile, non può essere trasformata in una fiction.
“È finita, non ero viva da troppo tempo, sopravvivevo e ora non faccio più neanche quello. Respiro ancora, ma non sono più viva. Ora sono libera perché la mia sofferenza era insopportabile. Amore è lasciare andare“. Forse le sue ultime parole su Instagram ma di lei resta anche un libro –“Vincere o imparare”- che narra la sua breve vicenda esistenziale contrassegnata dagli episodi di violenza fisica e psicologica inaudita.
Non indugiare speculativamente
Sarebbe più utile guardarsi intorno per osservare come la violenza, specie quella di genere e sui minori, sia un fenomeno dilagante, favorito da cattivi esempi ed emulazioni che circolano in rete. L’uso incontrollato delle nuove tecnologie disinibisce comportamenti aggressivi e i giovani sono le prime vittime.
Su questo bisognerebbe soffermarsi e riflettere. La breve, dolorosa vicenda esistenziale di Noa merita solo rispetto e riservatezza: non indugiare speculativamente sulla sua scelta di “lasciarsi andare” ma risalire all’origine del male che l’ha determinata. Ognuno vive soggettivamente emozioni ed esperienze ma chi si era reso protagonista di quegli atroci e criminali episodi di violenza aveva tolto a Noa la sua innocenza, la spensieratezza dell’età e la speranza nella vita futura. Violenza e solitudine sono due condizioni antropologiche prevalenti nel nostro tempo: sarebbe utile prenderne coscienza poiché li ritroviamo spesso semplicemente aprendo una porta di casa. Acquistano valore e diventano perciò motivo di riflessione per un esame di coscienza collettivo le parole di Papa Francesco: “Questa storia è una sconfitta per tutti. La risposta a cui siamo chiamati è non abbandonare mai chi soffre, non arrendersi ma prendersi cura e amare per ridare la speranza”.
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