13 Gennaio 2019

Il male oscuro della Xenofobia, cos’è e quali sono le conseguenze?

Oggi assistiamo sempre con maggiore frequenza a comportamenti discriminatori e di natura xenofoba rivolti a diverse minoranze. Si tratta, tuttavia, di dinamiche non recenti, basti pensare alle persecuzioni che hanno caratterizzano i diversi periodi storici dell’umanità, coinvolgendo anche intere popolazioni, come nel caso della Shoah. Attualmente non viviamo condizioni simili a quest’ultima, essendo differente il contesto politico e socio-culturale, ma non possiamo sottovalutarne il rischio, in quanto gli elementi psicologici coinvolti sono sempre gli stessi e la possibilità di una loro diffusione incontrollata non può essere esclusa.

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Che cos’è la xenofobia

Il termine xenofobia deriva dal greco xenophobia che significa “paura dell’estraneo” o “paura dell’insolito. Nel vocabolario Treccani, inoltre, tale condizione viene definita come “un sentimento di avversione generica per gli stranieri e per ciò che è straniero che si manifesta in atteggiamenti e azioni di insofferenza e ostilità verso le usanze, la cultura, e gli abitanti stessi di altri paesi”. Il soggetto xenofobo, quindi, vive un consistente sentimento di avversione verso l’Altro che si esprime con comportamenti d’insofferenza, e tale sentire non è altro che il risultato della paura che quest’ultimo prova verso il diverso da sé. In ogni caso il termine xenofobia rimanda alle fobie, condizioni psicopatologiche che il DSM 5 inserisce tra i disturbi d’ansia, tra i cui sintomi abbiamo, per l’appunto, l’ansia, la paura e l’evitamento. Lo xenofobo, in tal senso, vivrebbe sia la paura del contatto con l’estraneo che l’ansia anticipatoria per quelle condizioni che potrebbero esporlo al suddetto, e tenderebbe a reagire evitando quest’ultime. In letteratura psicodinamica, tuttavia, la differenza tra paura e ansia, che di norma si fonda sulla presenza o meno di un pericolo reale, viene a cadere. Nel caso dell’esperienza fobica, infatti, tale considerazione non si applica, in quanto l’ansia viene considerata il risultato di un pericolo inconscio spostato su un oggetto esterno, in modo da impedire che pensieri e sentimenti inaccettabili diventino coscienti. Conflitti interni sarebbero, quindi, proiettati su un oggetto esterno, lo straniero, con lo scopo di liberarsene, finendo per renderlo un vero e proprio capro espiatorio. Tale condizione non coinvolgerebbe esclusivamente i singoli individui ma anche intere comunità che si farebbero portatrici di tali precetti, perseguendo l’Altro ed evitando di occuparsi dei suoi reali problemi.

Dalla xenofobia individuale a quella di gruppo

La xenofobia assume una certa rilevanza sociale nel momento in cui si manifesta all’interno di un ampio gruppo di persone che condividono una condizione di disagio verso l’estraneo. Tale contesto svolge una funzione di contenimento del malessere vissuto dal singolo individuo. Va sottolineato, tuttavia, come il gruppo stesso sia caratterizzato da una sua matrice storico-culturale in cui aleggiano veri e propri odi razziali, le cui origini sono rintracciabili in epoche lontane, che possono esplodere improvvisamente dinanzi ad un evento che ne conferma, in un qualche modo, la legittimità. Le cause dell’adesione del singolo a tale contesto gruppale sono molteplici ma tra queste possiamo evidenziarne in particolare due. Da un lato, infatti, vi sarebbe una forma di fallimento evolutivo da parte del contesto familiare nel contenere l’ansia fisiologica nella crescita di ognuno di noi, inclusa quella verso gli estranei; dall’altro è evidenziabile una matrice familiare caratterizzata da tematiche di natura persecutoria. Ogni membro, in tal senso, porta con sé dinamiche ansiogene non contenute e non contenibili individualmente, e un vissuto persecutorio connesso all’estraneo. Il gruppo svolge, di conseguenza, una funzione “terapeutica” in quanto si fa carico dell’ansia dei singoli membri, liberandoli parzialmente dalla stessa e accogliendone le dinamiche persecutorie, rendendo ciascuno in grado di affrontare le paure che ad esse fanno seguito. Ci si sente, quindi, in grado di superare tali condizioni e ciò ha una ricaduta positiva sulla propria autostima.

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La “psicologia delle folle” di Le Bon

Per spiegare i meccanismi insiti nel gruppo xenofobo ci viene in aiuto anche Gustave Le Bon con la sua “psicologia delle folle”. In questo studio psicosociologico si poneva una distinzione tra la semplice folla e quella psicologica, nel quale si realizza un progressivo assottigliamento della coscienza individuale, accompagnato da un processo di veicolazione di sentimenti e pensieri individuali verso uno scopo comune. In tale dinamica la vicinanza fisica non è indispensabile perché tale processo è dominato dalle emozioni correlate all’obiettivo condiviso. Ciò mette in risalto il ruolo dei mass-media nell’unire, attraverso il racconto di singoli eventi, masse di soggetti xenofobi, connessi dall’odio per l’Altro e da specifici scopi. Si riduce il peso delle differenze individuali in favore di una vera e propria anima collettiva che porterebbe ognuno a pensare e agire in modo diverso da come farebbe da solo. Dentro tale massa si strutturerebbero tre caratteristiche:

  • Un sentimento di potenza invincibile: Più grande è un gruppo più i singoli si sentono potenti e sono disposti a lasciarsi andare a quei comportamenti che in altri casi cercherebbero di contenere;
  • Il contagio mentale: All’interno della folla il singolo è vulnerabile ai sentimenti altrui e ne viene, a tutti gli effetti, contagiato;
  • La suggestione: Si è manipolabili dal gruppo stesso o da chi se ne fa portavoce.

Verso una visione positiva dell’essere umano

L’essere umano, tuttavia, non è aggressivo di principio ma per far sì che tale elemento emerga è necessario il ruolo attivo dei fattori socio-culturali. Nella scelta tra l’essere verso gli altri e l’essere contro gli altri entrano, quindi, in gioco elementi di diversa natura. Secondo Hinde, in particolare, ve ne sarebbero tre:

  • La famiglia d’origine: La presenza di’ genitori sensibili ai bisogni dei propri figli e operanti un controllo ragionato costituirebbe un fattore protettivo, mentre famiglie rigide, dure e insensibili o dei genitori eccessivamente permissivi rappresenterebbero una condizione di rischio.
  • Le condizioni socio-economiche: Condizioni svantaggiate favoriscono l’emergere di comportamenti competitivi e aggressivi e incidono sul sistema familiare, riducendo l’attenzione dei genitori verso i propri figli.
  • La cultura e le ideologie del tempo: Uno specifico comportamento, infatti, può essere ritenuto dal proprio contesto socio-culturale legittimo o addirittura prescrivibile, rispetto a quanto richiesto in altri momenti storici.

A questi fattori se ne potrebbero, indubbiamente, aggiungere altri ma ciò che appare certo è il ruolo di rilevanza svolto dall’ambiente sociale. Il comportamento xenofobo, di conseguenza, risulta influenzato anche dalle politiche statali. Quest’ultime, infatti, possono promuovere la convivenza tra razze diverse o al contrario la xenofobia.

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Dall’essere per gli altri all’essere contro gli altri

L’andare contro la nostra natura sociale non è semplice, in quanto l’aggressività è contrastata da una serie di divieti interni ed esterni ad essa. Servono dei meccanismi di difesa di grande intensità per far cadere tali divieti e rendere l’aggressione giustificata. Ciò avviene attraverso l’intercessione di specifici fattori ambientali tra cui la deindividuazione e la disumanizzazione della vittima. Il primo rimanda a quanto avviene all’interno della folla psicologica, dove vengono meno i fattori individuali, inclusi i divieti interiorizzati, in favore di un’anima collettiva in cui anche i comportamenti stigmatizzati possano divenire realizzabili. Il secondo fattore, la disumanizzazione della vittima, è connesso ai concetti di fobia e di capro espiatorio, qui trattati, che possono coinvolgere anche le politiche statali che, come accennato, potrebbero influenzare lo sviluppo e la persistenza della xenofobia stessa. In ogni caso la disumanizzazione dell’Altro prevede alcuni passaggi. Innanzitutto occorre definire l’estraneo come un nemico di cui aver paura. Successivamente è necessario trasformarlo in qualcosa di mostruoso, svuotandolo di ogni componente umana. Per capirci meglio, l’oggetto fobico, ovvero la persona discriminata, viene privato sia dei propri ruoli sociali, smettendo, ad esempio, di essere padre, madre, figlio, lavoratore, ecc, sia delle proprie emozioni, non essendo considerato in grado di amare, di soffrire, di provare paura, ecc. Ogni elemento che potrebbe renderlo umano deve essere, quindi, eliminato in modo da non provare alcuna forma di empatia. L’estraneo viene, infine, trasformato in un vero e proprio aggressore, evidenziando singoli episodi che possano comprovare la validità di tale processo categoriale. Si viene a creare una dinamica aggressore-vittima che funge da tutela rispetto ai propri divieti morali. Non è, quindi, concepibile aggredire qualcuno gratuitamente ma è possibile farlo se esso diventa un pericolo reale per sé stessi e per i propri cari. Nel tempo tali condizioni possono smettere di essere individuali e finire per culturalizzarsi, ovvero diventare parte integrante dell’ideologia di un popolo, costituendo dei veri e propri odi razziali. Nell’aggressione all’estraneo, infatti, ci si può associare a comportamenti negativi o torti subiti da generazioni molto antecedenti alle proprie.

Le conseguenze individuali

Le conseguenze della xenofobia non sono solo a carico delle minoranze prese di mira ma anche di chi si fa portatore di tali dinamiche persecutorie. L’aggressività verbale o fisica può incidere, infatti, in maniera consistente sul singolo individuo, comportando problematiche di natura psicologica. Per capirci meglio, è più o meno la stessa condizione che accade ai reduci di guerra che sono spesso soggetti a disturbi di natura ansiogena e traumatica. Ciò avviene in quanto l’essere umano non è violento per natura e non può, quindi, concepire l’attacco all’altro se non a seguito di processi molto profondi, tra cui i meccanismi di disumanizzazione e deindividuazione ivi descritti. Nel momento successivo all’azione, nella cosiddetta quiete dopo la tempesta, riemerge, quindi, lo stress connesso alla violazione dei propri divieti morali. Va sottolineato, di conseguenza, come non si nasca xenofobi ma lo si diventi attraverso l’intercessione di complesse dinamiche sociali.

Come intervenire

Ad oggi non esistono forme di terapia farmacologica o psicoterapica specifiche per soggetti xenofobi. Tuttavia, laddove i comportamenti ostili verso l’estraneo diventino significativamente intensi e violenti, risulta indispensabile rivolgersi ad uno specialista della salute mentale che possa facilitare un percorso di accettazione dell’altro diverso da sé. In particolare hanno trovato un consistente riscontro le terapie ad orientamento cognitivo-comportamentale. Va ribadita, infine, l’importanza in ottica sia preventiva che terapeutica delle politiche sociali che, se indirizzate all’integrazione e all’inclusione, svolgono un ruolo di estrema rilevanza nel fronteggiare l’emergere e il persistere di azioni xenofobe.

Bibliografia

Fiore I., Le dinamiche psicologiche che rendono gli uomini xenofobi, rivista di psicologia clinica n.3, 2008.

Dottore Davide Ferlito 

Email: ferlitodavide.ct@gmail.com
Cell. 3277805675

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