18 Ottobre 2018

Stress cos’è? Da amico a peggior nemico. Un excursus tra sintomi e cause

Fattori come l’essere sottoposti a ritmi sempre più frenetici, il coinvolgimento in attività diversificate ad alta intensità, il divario tra aspettative e realtà contestuale e il vivere eventi potenzialmente traumatici, ci espongono costantemente a condizioni stressogene che possono sfociare in veri e propri stati di malessere. Negli articoli che avrò modo di presentarvi, che saranno suddivisi in quattro parti, affronteremo in maniera quanto più articolata possibile il concetto di stress, con un occhio di riguardo alle dinamiche in gioco, alle differenze interindividuali, ai fattori protettivi, alle relative conseguenze, alle modalità di fronteggiamento, fino ad una specifica sullo stress correlato all’ambiente lavorativo.
In questa prima parte cercheremo di capire di cosa si tratta. D’altronde, frasi come “sono stressato”, “ho una vita stressante”, “è un periodo stressante”, sono all’ordine del giorno, ma utilizziamo in maniera appropriata questa terminologia? Stress è davvero solo sinonimo di malessere? Scopriamolo insieme.

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Che cos’è lo stress?

Il termine stress deriva dal latino “strictus” che significa letteralmente stretto, angusto, serrato, rimandando, in tal senso, ad una connotazione negativa che si associa all’uso comune che di tale termine viene fatto. Inoltre tale parola viene utilizzata per descrivere tanto le cause ambientali quanto le reazioni individuali di stampo cognitivo, emotivo e fisiologico. A livello scientifico la situazione è ben diversa. Innanzitutto occorre distinguere tra causa e fattori stressogeni, chiamati stressor, e le reazioni che mettiamo in atto per fronteggiare quest’ultimi, e, in secondo luogo, tale termine non è sinonimo di qualcosa di negativo ma rappresenta, come vedremo, una reazione psicofisica di natura adattiva. Per capire il perché occorre fare un piccolo passo indietro, a partire da chi ha dato importanti contributi allo studio dello stress, ovvero il fisiologo americano Walter Cannon con il concetto di reazione di attacco e fuga (flight or fly), e il medico austriaco Hans Selye, con la sua Sindrome Generale di Adattamento (SGA).

Stress nemico

Walter Cannon e le reazioni di attacco e fuga

Cannon ha il merito di aver introdotto in ambito biologico e fisiologico il termine stress, utilizzandolo per descrivere le reazioni del nostro corpo a specifici agenti nocivi, come il freddo o la mancanza di ossigeno. Tale concetto, infatti, non è stato applicato direttamente al contesto medico o psicologico ma è stato usato per la prima volta in ambito metallurgico per descrivere gli effetti di specifiche pressioni su alcuni metalli e indicarne, in tal modo, il carico di rottura. La reazione di attacco e fuga (flight or fly) indica la prima risposta che l’organismo mette in atto di fronte ad una condizione di pericolo a cui fa seguito il ritorno alla precedente stabilità organica (omeostasi). Per spiegarci meglio, la percezione, per lo più inconsapevole, di una minaccia, comporta una valutazione rapida e innata della stessa, che ha come immediata conseguenza l’attivazione del sistema nervoso autonomo, chiamato così perché gestisce funzioni fuori dalla nostra volontà (es. frequenza cardiaca, pressione arteriosa, digestione, ecc), che a sua volta innesca una comportamento atto a fronteggiare con la fuga o con l’attacco la condizione di pericolo percepita. E’ come se il nostro corpo avesse un manuale di istruzioni, ben preciso, da seguire di fronte a situazioni minacciose che comporta l’intervento del sistema nervoso simpatico (parte dell’autonomo) e il rilascio nel sangue di specifiche sostanze chimiche quali ad esempio adrenalina, noradrenalina e cortisolo, che causano una serie di cambiamenti evidenti. In particolare:

-Aumenta la frequenza respiratoria;
-Il sangue si concentra sui muscoli degli arti per rendere il soggetto pronto a scappare o a combattere;
-Il battito cardiaco accelera;
-La percezione del dolore diminuisce;
-Le pupille si dilatano;
-La vista si acuisce e aumenta la nostra attenzione e concentrazione all’ambiente circostante alla ricerca del nemico.

Tale condizione ha lo scopo di garantire la nostra sopravvivenza e ci permette di andare al di là dei nostri limiti. Pensiamo, ad esempio, a quei casi di cronaca in cui leggiamo di una persona che ha compiuto gesti straordinari, come sollevare pesi consistenti, per salvare qualcuno. Abbiamo a che fare, inoltre, con condizioni che vanno al di là della nostra consapevolezza e in cui la ragione subentra solo in un secondo momento. Questo può venirci in aiuto per spiegare, come, di fronte a condizioni di pericolo per la propria vita, alcuni genitori possano fuggire, lasciandosi i figli alle spalle. Infine, come avremo modo di vedere, se la reazione di attacco e fuga viene protratta nel tempo o se si attiva più volte a seguito di condizioni non pericolose, può risultare dannosa.

Selye e la Sindrome Generale di Adattamento

Hans Selye si concentrò sulle risposte di stress, ovvero su come l’organismo reagisce a condizioni avverse di diversa natura, realizzando una serie di esperimenti su ratti da laboratorio. Durante i suddetti, osservò come svariati stimoli nocivi tra cui caldo e freddo intensi e scosse elettriche, generassero negli animali le stesse conseguenze, ovvero un’ipertrofia corticosurrenale, un’atrofia del timo e delle ghiandole linfatiche e ulcere gastriche. Venne evidenziato, di conseguenza, come agenti stressanti di diversa natura provocassero la stessa reazione biologica che coinvolgeva a catena tutti i sistemi vitali: neurovegetativo, endocrino, immunitario e metabolico. A seguito di tali evidenze scientifiche, Selye giunse alla conclusione che tale risposta avesse lo scopo di preparare l’animale ad affrontare l’evento stressante in modo da potersi adattare ad esso. Per tale motivo definì lo stress come “una risposta generale aspecifica a qualsiasi richiesta proveniente dall’ambiente”.

Col termine aspecifico evidenziava come stimoli differenti conducessero ad una stessa risposta, chiamata appunto stress, dipendente dall’intensità di quest’ultimi e non tanto dalla tipologia. Con quello di richiesta rimandava agli stressor, ovvero cause o fattori di stress, che possono essere, come vedremo, di diversa natura. Non è detto, infatti, che lo stimolo debba essere negativo o dannoso per dare luogo a queste reazioni di adattamento, si pensi ad eventi piacevoli come il matrimonio o una promozione lavorativa, che sono ugualmente stressanti. Da tali premesse definì, di conseguenza, la Sindrome Generale di Adattamento che è costituita da tre fasi:

Reazione di allarme: Al primo impatto con lo stressor il nostro organismo mobilita tutte le risorse fisiologiche a sua disposizione per difendersi da esso, attraverso l’attivazione del sistema nervoso autonomo. Vengono, quindi, messi in atto una serie di meccanismi di fronteggiamento fisici e mentali di natura aspecifica, quindi non direttamente collegati con lo stimolo da contrastare, quali l’aumento del battito cardiaco, della pressione sanguigna, del tono muscolare, dell’arousal (stato di attivazione psicofisiologica che comporta una maggiore attenzione, vigilanza, ecc), del glucosio nel sangue, ecc. Tale condizione è dovuta al prevalere del sistema simpatico che comporta, ad esempio, la messa in circolo di adrenalina e noradrenalina e la messa in funzione dell’asse ipotalamo – ipofisi- corticosurrene con l’aumento delle risorse energetiche. In genere le difese allertate in questa fase sono sufficienti a neutralizzare o allontanare la causa nociva. Segue, di conseguenza, l’intervento del parasimpatico quale sistema di rigenerazione energetica e restaurazione della normalità, man mano che l’eccitazione del simpatico decresce. La reazione di allarme, corrisponde al processo di attacco e fuga descritto da Cannon e rappresenta, quindi, una risposta filogenicamente determinata e adattiva di pronto intervento.

Fase di resistenza o di adattamento: Esaurita la reazione di allarme, laddove i fattori stressanti vanno a perdurare o si presentano con estrema frequenza, il nostro organismo organizza più stabilmente le proprie difese per adattarsi meglio alla specifica situazione vissuta. Il sistema difensivo neurovegetativo (sistema nervoso autonomo) lascia il campo libero all’asse ipofasario – surrenalico con modalità difensive più a lungo termine, non più di pronto intervento. L’azione sulla causa nociva viene, quindi, diluita nel tempo e strutturata in maniera più funzionale. Vengono prodotte delle risposte ormonali specifiche da parte, ad esempio, delle ghiandole surrenali. Questo, tuttavia, comporta un maggiore dispendio di energia allo scopo di ripristinare l’equilibrio omeostatico scosso dall’agente stressante. In questa fase non sono ancora visibili i sintomi collegati ad una condizione di stress consistente, tuttavia, se gli esiti non sono positivi, vengono intaccate e consumate le riserve energetiche a disposizione e si giunge, così, all’ultima fase, quella di esaurimento.

Fase di esaurimento: Tale fase può avere due possibili conclusioni. Essa, infatti, emerge nel caso in cui il fattore di stress venga superato, oppure quando le risorse energetiche iniziano a scarseggiare. In ogni caso lo scopo sarebbe quello di consentire all’organismo il meritato riposo. Se, quindi, la fase di adattamento termina positivamente senza che le risorse energetiche siano state consumate, quest’ultima parte della Sindrome Generale di Adattamento viene accompagnata da un profondo sollievo o un piacevole torpore. Per capirci meglio, la sensazione che proviamo dopo avere superato un esame universitario particolarmente stressante oppure dopo un chiarimento successivo ad un forte conflitto con una persona cara. Se, invece, la fase precedente è durata per troppo tempo o non è riuscita a fronteggiare lo stressor, si verifica un sovraccarico dei sistemi generali difensivi che rende l’organismo incapace di resistere ulteriormente, rendendoci vulnerabili alle malattie fisiche e psichiche. Come vedremo, infatti, quando siamo stressati ci ammaliamo più facilmente e siamo soggetti all’azione di agenti patogeni (ad esempio stati influenzali) che possono inficiare la nostra salute.

Stress positivo vs Stress negativo

Da quanto detto risulta chiaro come lo stress non sia di base qualcosa da temere ma rappresenti un meccanismo funzionale al nostro benessere, dal momento che favorisce un costante adattamento a sollecitazioni interne ed esterne che riusciamo, per lo più, a superare grazie a questi processi automatici. Il malessere nasce dal momento in cui gli stressor risultano di lunga durata o di intensità superiore ai meccanismi di difesa, comportando la condizione di disagio a cui attribuiamo il nome di “stress”. Va da sé che sia possibile distinguere uno stresspositivo” ed uno “negativo”, Il primo viene definito Eustress, dal greco eu che significa buono, e rappresenta il processo adattivo che porta anche ad un miglioramento prestazionale in quanto favorisce l’apprendimento di modalità ancora più efficaci di fronteggiamento della condizione vissuta. Ad esempio, se a lavoro ci viene richiesto un compito nuovo ci troviamo di fronte ad un potenziale stressor che smette di esse tale nel momento in cui lo eseguiamo con successo. E’ chiaro che nel momento in cui ci si richiederà la stessa mansione saremo sufficientemente preparati da non patirne conseguenze spiacevoli. Lo stress positivo si verifica quando le pressioni agenti sul soggetto risultano tollerabili attraverso le proprie risorse e vengono, quindi, superate in maniera efficace e in tempi brevi. In questo caso lo stato di attivazione psicofisica si esaurisce una volta in cui quella determinata condizione problematica viene meno. Lo stress negativo, invece, viene definito Distress e rimanda all’uso comune che tendiamo a fare di tale termine. Esso si associa ad una condizione più duratura o più consistente che rende il soggetto vulnerabile alla malattia. Rappresenta, in tal senso, l’esito di un processo di cronicizzazione che si è instaurato nel soggetto, per cui anche in assenza di stimoli si verificano gli stessi processi stressogeni, oppure l’organismo può reagire a stimoli di lieve entità come fossero di grande intensità. Le risorse per fronteggiare lo stressor non sono più sufficienti per intervenire efficacemente e diventiamo vulnerabili alla malattia fisica e/o psichica. E’ evidente come lo stress positivo si associa alla prima conclusione della fase di esaurimento, mentre quello negativo alla seconda.
Va ricordato, infine, come lo stress sia pur sempre il risultato di condizioni fisiologiche (come un’attività sportiva o un rapporto sessuale) e non solo la conseguenza di stimoli potenzialmente dannosi per il nostro organismo (es. sbalzi consistenti di temperatura, esposizione ad allergeni), e, di conseguenza, non possiamo evitarlo, in quanto è parte della vita stessa. Concludo, a tal proposito, con le parole di Selye: “La completa libertà dallo stress è la morte. Contrariamente a quanto si pensa di solito, noi non dobbiamo, e in realtà non possiamo, evitare lo stress, ma possiamo incontrarlo in modo efficace, e trarne vantaggio imparando di più sui suoi meccanismi ed adattando la nostra filosofia dell’esistenza ad esso”.

Bibliografia
Giusti E., Fazio T., Psicoterapia integrata dello stress. Il burn-out professionale, Roma, Sovera Edizioni, 2008

Selye H., Forty years of stress research: principal remaining problems and misconceptions CMA Journal, 1976: 115: 53-56
Neil Nedley., http://www.thebodysoulconnection.com/EducationCenter/fight.html

Dottore Davide Ferlito 

Email: ferlitodavide.ct@gmail.com
Cell. 3277805675

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