07 Ottobre 2018

Insegne negozi multietnici: presentata la legge per l’italianizzazione

La senatrice Silvana Comaroli riprende un tema molto caro alla Lega. Presenta una legge per le insegne di negozi multietnici in italiano e l’esame di lingua obbligatorio per i titolari. La proposta di legge, depositata il 26 giugno, è stata assegnata alla Commissione Attività Produttive. Come riporta Il Messaggero: “Nessuna discriminazione, ma tutela dei clienti“, precisa la Comaroli.

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Insegne in italiano, no arabo e cinese

La prima delle richieste inserite nella proposta di legge prevede insegne in lingua europea per i negozi multietnici in Italia. Sarebbe precluso l’uso di cinese e arabo, ammesso l’inglese e il francese e altri idiomi dell’UE come danese e ungherese.

Questa iniziativa non è nuova, a Roma il sindaco di allora Walter Veltroni aveva tentato una mossa simile. Come sostiene la deputata: “Allora fu firmato un protocollo d’intesa con la comunità cinese. Questo vedeva nell’impiego della lingua italiana sulle insegne esterne agli esercizi commerciali uno dei presupposti fondamentali per l’attivazione di un nuovo processo di integrazione e coesione sociali“.

Esame di lingua italiana obbligatorio per i titolari

Il disegno di legge prevede per le Regioni la possibilità di stabilire l’obbligo di un test di lingua italiana per chiunque voglia aprire un negozio. La domanda alla base è la seguente: “Come si può garantire la sicurezza e la salute dei consumatori se i negozianti conoscono poco o per niente la lingua italiana?“.

Come si legge su Il Messaggero, Silvana Comaroli sostiene: “Il gestore di un negozio aperto al pubblico deve essere capace di leggere e capire l’italiano. Tutto questo per poter applicare, ad esempio, le norme igienico-sanitarie di base oppure per poter prestare una minima assistenza ai propri clienti“. Già in Toscana, a Prato, dove ci sono un gran numero di negozi cinesi, il test di italiano è previsto come obbligatorio prima dell’apertura di un esercizio commerciale.

Confcommercio sostiene il progetto di legge

Pietro Farina, direttore di Confcommercio Roma, commenta così su Il Messaggero: “Se il negoziante non parla italiano viene a mancare il necessario servizio di informazione all’utente, quel ruolo di negoziante di vicinato, che assiste le persone, che gli illustra caratteristiche del prodotto, dell’alimento. La conoscenza della lingua italiana e insegne comprensibili devono essere requisiti indispensabili”.

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redazione

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